Krill Magazine nasce come rivista digitale gratuita, ma per continuare a esistere — e crescere — ha bisogno del tuo sostegno.
- 02. INTELLIGENZE
Oltre le parole convenzionali. IA: Linguaggi “altri” e inclusività
- Alessandra Montuori
Intelligenza Artificiale: un dilemma etico
“Sapete qual è il problema più grande nel promuovere l’intelligenza artificiale in ogni cosa? La direzione sbagliata. Voglio che l’IA faccia il mio bucato e i miei piatti così che io possa dedicarmi all’arte e alla scrittura, non che l’IA faccia la mia arte e la mia scrittura così che io possa fare il bucato e i piatti”.
Questo post di Joanna Maciejewska, diventato virale il 29 marzo 2024 sulla piattaforma X, esemplifica una delle grandi critiche poste nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ovvero il fatto di non sapere lavorare con questo strumento, ma di far lavorare questo strumento al posto nostro.
Questo punto di vista solleva interrogativi cruciali sull’etica e sull’uso appropriato dell’IA. È lecito affidare interamente i nostri compiti alle macchine? Questo ci rende meno capaci? Le opinioni divergono ampiamente.
A questo proposito vorrei citare Ajay Gupta, autore di una risposta al post della Maciejewska, nella quale spiega perchè NON vuole che l’IA faccia il suo bucato e i suoi piatti. In sole 45 righe, Gupta ribalta completamente la prospettiva, spiegando come, se si lasciasse svolgere all’IA i compiti più basilari della nostra quotidianità, verrebbero a mancare tre punti fondamentali:
- non ci sarebbe più spazio per gli errori umani: quelle piccole imperfezioni e incertezze che rendono la vita meno piatta.
- non ci sarebbero momenti di serendipità, ovvero quelle occasioni in cui scopriamo qualcosa di nuovo per puro caso.
- non ci sarebbero più quelle sfide quotidiane che mettono alla prova la nostra resilienza.
Infine Gupta spiega che automatizzare completamente tutti i compiti, sia mondani sia creativi, metterebbe a rischio la nostra evoluzione. Per questo consiglia di tracciare una linea netta che vada a delimitare uno spazio sicuro per l’umanità.
Questo articolo intende proporre una terza chiave di lettura: è ancora appropriato discutere di problemi etici e di privacy quando l’intelligenza artificiale viene impiegata per aiutare persone con disabilità?
IA e Inclusione sociale
Come tutti sappiamo, viviamo in una società in cui non tutti hanno accesso alle stesse opportunità, per questo motivo è necessario tenere conto delle condizioni di partenza di ciascuno.
Il cuore di questa riflessione sta nella differenza tra “equality” ed “equity”, vale a dire tra uguaglianza ed equità. Fornire a tutti gli stessi strumenti, senza analizzare le esigenze individuali, non crea una società equa, ma perpetua e persino acuisce le disuguaglianze esistenti.
Per questo motivo, oggi più che mai è fondamentale creare strumenti personalizzati che tengano conto delle peculiarità delle persone. Ed è proprio quello che l’intelligenza artificiale ci sta aiutando a fare, con la creazione di “linguaggi altri”.
Cosa sono i “linguaggi altri”
Quando parliamo di linguaggi altri facciamo riferimento a tutte quelle forme di espressione che non rientrano nello scritto o nel parlato standard. Possono essere quindi gesti, espressioni, ma anche linguaggi di programmazione e dati.
Esplorare questi linguaggi è fondamentale per aumentare l’inclusività e l’accessibilità per tutte le persone con disabilità.
L’intelligenza artificiale sta progressivamente trasformando le modalità con cui interagiamo con il mondo. In quest’ottica, l’accessibilità, intesa come possibilità concreta per ogni persona di accedere a spazi, informazioni, servizi e relazioni, rappresenta una delle sfide più promettenti, ma anche più ambivalenti, per lo sviluppo etico dell’IA.
L’IA è infatti un’arma a doppio taglio: se applicata correttamente può essere di grande aiuto nella rimozione delle barriere, superando i limiti delle tecnologie assistive più tradizionali, ma se mal progettata rischia di aggravare le disuguaglianze già esistenti.
Applicazione dell’IA per l’inclusione
Negli ultimi anni l’IA è stata implementata in moltissime app per smartphone, proprio per migliorare la quotidianità delle persone con disabilità. Gli ambiti di applicazione sono sostanzialmente tre: autonomia, mobilità e apprendimento.
Nel campo dell’autonomia, sono nate piattaforme come Seeing AI o Google Lookout, le quali sfruttano la Computer vision per descrivere l’ambiente circostante attraverso descrizioni vocali. In quest’ambito rientrano anche gli assistenti vocali, come Siri o Alexa, e le app di trascrizione automatica simultanea.
Per quanto riguarda la mobilità, app come Lazarillo e Soundscape offrono percorsi guidati audio per persone non vedenti, mentre la società londinese WeWalk ha da poco lanciato sul mercato un bastone intelligente, in grado di offrire funzionalità avanzate per l’ausilio dei non vedenti.
Per l’apprendimento, l’IA funge da tutor adattivo per studenti con disabilità cognitive o DSA. Piattaforme come Khanmigo offrono assistenza personalizzata, e software di semplificazione del linguaggio (TextHelp, Grammarly) supportano la comprensione e la produzione scritta.
Limiti e criticità
Nel 2018 una ricercatrice del MIT, Joy Boulamwini, si accorse che il sistema di riconoscimento facciale del suo laboratorio non la riconosceva, mentre i suoi colleghi non riscontravano lo stesso problema. Il motivo? Joy è una donna dalla pelle scura, e i database su cui l’IA viene “formata” contengono molti più volti maschili bianchi che di altre categorie.
L’intelligenza artificiale non è neutrale: essendo programmata da esseri umani e addestrata su dati esistenti, l’IA riflette le disuguaglianze sociali. Se i dati di addestramento non includono adeguatamente persone con disabilità, o le rappresentano in modo stereotipato, i sistemi risulteranno meno efficaci o addirittura esclusivi.
Inoltre, molte soluzioni sono accessibili solo a chi possiede conoscenze digitali, connessioni veloci, dispositivi aggiornati. Si configura così una forma di abilismo digitale, in cui la tecnologia potenzia chi già dispone di risorse e marginalizza chi non può permettersi l’accesso o la formazione.
Costruire un equilibrio
Affinché l’intelligenza artificiale possa essere uno strumento di accessibilità e non di esclusione, è necessario cambiare radicalmente il modo in cui progettiamo la tecnologia, impiegando fin dal principio un design universale, coinvolgendo le persone con disabilità in prima persona.
Su questo si basa il “Design Justice”, ovvero un approccio al design che si focalizza sulle comunità emarginate, mettendole al centro della progettazione. Il fine ultimo è quello di trasformare il design in uno strumento di lotta per il cambiamento sociale.
Concludo affermando che solo una tecnologia che include la differenza come principio fondativo, e non come eccezione da correggere, potrà davvero contribuire a costruire una società più equa, accessibile e pluralistica.
Disclaimer: L’IA è stata utilizzata per correggere questo testo e renderlo il più chiaro ed accessibile possibile ai lettori.
Alessandra Montuori
“Classe 2000, sto cercando di fare della scrittura il mio mestiere, con risultati ancora incerti. Mi piace pensare che raccontare il presente possa servire a capirlo un po’ di più. Il piano B è una pensione per cani”.
Ricevi Krill Magazine via mail in anteprima
Lascia la tua mail per ricevere Krill Magazine in anterprima e per conoscere tutti i dettagli del progetto





