Chi ci scrive? Identità, realtà e letteratura nell’era algoritmica

Sul romanzo di Gianfranco Pecchinenda, Il profilo degli altri, Giulio Perrone Editore, Roma 2025

La questione dell’identità ha da sempre occupato un posto centrale nella letteratura. Tuttavia, nell’attuale epoca della digitalizzazione dell’esperienza e dell’automazione della narrazione, l’Io appare sempre più come prodotto della tecnologia piuttosto che dell’introspezione. Gianfranco Pecchinenda, sociologo specializzato in neuroscienze sociali e processi culturali, si avventura nella narrativa di finzione con Il profilo degli altri, un romanzo che si colloca all’incrocio tra pensiero critico e immaginazione letteraria.

Con una struttura frammentaria e autoriflessiva, il romanzo racconta la storia di un personaggio che, sospettando di non essere stato creato da un essere umano, ma di essere un oggetto di finzione, il frutto dell’immaginazione narrativa di qualcun altro, a lui sconosciuto, intraprende una ricerca ontologica per scoprire il proprio autore. Questa premessa, solo apparentemente assurda, si rivela una potente metafora del nostro presente digitale, in cui l’identità è mediata, modellata e, in certi casi, fabbricata da sistemi algoritmici.

Sin dalle prime pagine, la narrazione si presenta come instabile, sfuggente a una lettura lineare. La voce narrativa oscilla tra finzione esistenziale, saggio filosofico e cronaca sociologica. Tale ibridazione stilistica è una strategia consapevole volta a rappresentare la dissoluzione del soggetto. Il protagonista, privo di un nome fisso o di attributi stabili, assume i tratti di uno spettro digitale, i cui ricordi emergono come frammenti di un archivio smarrito.

Il romanzo si divide in due parti. La prima segue due personaggi, Ricardo Montero e Omar Amalfitano, che si alternano nel raccontare le proprie esperienze e riflessioni sulla letteratura. Gradualmente, emerge l’ipotesi che entrambi siano profili Facebook creati dallo stesso autore. Il culmine di questa sezione coincide con la “morte digitale” dei personaggi, causata dalla chiusura dei loro profili, sintomo della crisi identitaria del loro creatore.

La seconda parte mostra quest’ultimo — presumibilmente anche l’autore del libro — dialogare con Amalfitano su realtà, identità e sul ruolo dell’arte come costruttrice di senso. In questa sezione, appaiono espliciti riferimenti letterari a Bioy Casares, Vila-Matas, Dostoevskij, Bernhard, Liscano, Pirandello, Unamuno, tra gli altri. Culmine della vicenda è il sospetto che anche l’autore sia stato generato da un’intelligenza artificiale. Tale sospetto collega direttamente l’opera al capolavoro di Cervantes, Don Chisciotte, e alla figura dell’autore apocrifo, oggi incarnata dall’“autore algoritmico”.

Come nel Don Chisciotte, dove Cide Hamete Benengeli mette in crisi l’autorità narrativa, Pecchinenda aggiorna tale dispositivo per riflettere la contemporanea assenza d’intenzionalità dell’autore algoritmico. L’algoritmo non scrive per comunicare, ma per processare. L’autorialità classica viene così svuotata di senso, e la narrazione diventa una critica al feticismo tecnologico e al progressivo svanire del racconto come forma espressiva umana.

In quest’ottica, l’Io non è più centro biografico, bensì funzione separata, come sostenuto da Carlos Liscano in Lo scrittore e l’altro, dove lo scrivere è opera di un’istanza interiore e sdoppiata. Pecchinenda sviluppa questa linea in continuità con Unamuno, che in Niebla fa ribellare il personaggio Augusto Pérez contro il suo creatore, e con Pirandello, il quale, in Sei personaggi in cerca d’autore, tematizza l’autonomia del personaggio rispetto all’autore.

Nel mondo odierno, queste tensioni si intensificano. I profili digitali sono maschere narrative costruite da “altri” algoritmici. L’identità, nella scrittura come nel digitale, emerge dunque come costruzione fittizia, frammentaria e instabile.

L’influenza di L’invenzione di Morel di Bioy Casares è anch’essa evidente. Come la macchina che proietta eternamente figure umane, il profilo digitale replica persone attraverso dati e simulazioni. Il protagonista sospetta che tutto ciò che vive sia filtrato da automatismi, rendendo il sé una superficie simulata. La possibilità che non vi sia nulla oltre il profilo non è solo una premessa narrativa, ma una potente allegoria della condizione contemporanea.

Similmente, in Doctor Pasavento, Vila-Matas mette in scena uno scrittore che sceglie la sparizione. In Il profilo degli altri, però, l’autore è già scomparso. Non vi è volontà, ma sostituzione: la produzione automatica è una realtà già presente. Pecchinenda descrive dunque un mondo dove la creatività è automatizzata e il linguaggio è svuotato della sua esperienza originaria.

In quanto sociologo, Pecchinenda introduce infine una dimensione critica fondamentale. Il “profilo” digitale non è espressione di un Io profondo, ma sintesi di informazioni categorizzate da altri. Il soggetto è ridotto a oggetto di analisi, misurato e osservato. Ciò comporta implicazioni politiche ed epistemiche: la soggettività non agisce più, ma è agita.

Il romanzo si inserisce quindi nel quadro delle critiche contemporanee alla sorveglianza digitale, alla quantificazione dell’esistenza e al controllo algoritmico. Tuttavia, invece di rimpiangere l’identità classica, Il profilo degli altri propone un’etica dell’artificio. Non si cerca un’essenza perduta, ma si esplorano i limiti di ciò che può ancora definirsi “umano” in un mondo sempre meno antropocentrico.

Grazie a ironia, gioco metanarrativo, e una prosa densa di riferimenti colti, Pecchinenda elabora un romanzo che è al tempo stesso racconto, saggio critico e esperimento sociologico. L’opera solleva interrogativi cruciali: chi definisce chi siamo? Qual è oggi il ruolo del racconto? È possibile resistere alla “logica del profilo”? Forse, come suggerisce l’autore, è giunto il momento di accettare che il Sé — così come il corpo e la società — non è una sostanza, ma una relazione, un processo, un artificio condiviso. E tuttavia resta urgente la domanda: che tipo di artificio vogliamo essere?

Adolfo Fattori (1955) vive e lavora a Napoli.Insegna Sociologia della comunicazione presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. È stato docente a contratto di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Federico II di Napoli. Ha pubblicato, fra l’altro, L’immaginazione tecnologica (Liguori, Napoli, 1980), Memorie dal futuro. Spazio tempo identità nella fantascienza (Ipermedium, Napoli, 2001), Materia dei sogni Elementi di sceneggiatura per le scienze sociali (Ipermedium, Napoli, 2006), Cronache del tempo veloce. Immaginario e Novecento (Liguori, Napoli, 2010), Sparire a se stessi. Interrogazioni sull’identità contemporanea, Ipermedium, S. Maria C. Vetere, 2013). Ha curato con Antonio Fabozzi la voce Fantascienza nella Letteratura Italiana Einaudi (1984). È fra i fondatori della rivista online Quaderni d’Altri Tempi, www.quadernidaltritempi.eu. Per Krill Books è autore di “Di cose oscure e inquietanti”, di “Design del neoseriale”, curatore di “Traiettorie dell’immaginario” e direttore della collana Shibuya.

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