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- 02. INTELLIGENZE
Ecologie cognitive: per un’intelligenza senza padroni
- Giulio Corradi e Nicoletta Lupi - Collettivo At.tempto
L’antropocentrismo che caratterizza la specie umana, almeno nella società occidentale degli ultimi secoli, porta l’immaginario collettivo a credere che ci siano caratteristiche ed attività precluse alle forme di vita appartenenti ad altri regni e ad altre famiglie biologiche. Questa visione limitata della realtà impatta trasversalmente il modo in cui gli esseri umani agiscono sul pianeta, su come sviluppano le loro reti sociali e applicano i loro strumenti.
Guardando solo a sé stessi come specie, l’essere umano non può che cadere nella tentazione, o nel desiderio, di replicare le logiche di diseguaglianza che si sviluppano nella società in cui vive: logiche patriarcali e razziste, sfruttamento, estrattivismo si ripropongono più o meno esplicitamente, limitando lo sviluppo scientifico, bloccando letture alternative dei processi naturali, sociali o tecnici e alimentando una sovrastruttura economica di sfruttamento.
Ma mentre gli oligarchi della Silicon Valley si ossessionano con la verticalità, il comando, il controllo e la prestazione di modelli di AI sempre più potenti, concependo l’intelligenza solo in termini di potenza computazionale, efficienza e produttività, appena sotto il terreno immense reti di micorrize sovrascrivono questi miopi principi, fornendo un’alternativa a cui dovremmo guardare per migliorare la nostra visione dell’intelligenza.
Le micorrize sono funghi filiformi che avvolgono le radici degli alberi come bobine, fino a fondersi con esse, aiutandole nello scambio di nutrienti e in attività di comunicazione così complesse da suscitare stupore ed interesse inediti per uno degli elementi più trascurati dalla ricerca in tutto l’ecosistema forestale. Il lavoro di Suzanne Simard sulle foreste del Nord America, per anni messo in ombra dalla comunità di ricerca americana, ha iniziato a dimostrare gli effetti positivi che questi fili fungini riescono a portare alle piante con cui entrano in contatto: gli alberi all’interno di queste reti sono più sani e hanno più possibilità di sopravvivere, in un sistema in cui le risorse tendono a fluire dagli elementi più anziani a quelli più giovani e in cui specie vegetali differenti, con necessità, cicli di vita e caratteristiche biologiche molto diverse riescono a comunicare, scambiandosi segnali d’allarme e a cooperare, facendo fluire nutrienti e vari componenti chimici attraverso i nodi della rete.
Benché l’entusiasmo intorno al “Wood Wide Web”, come sono state definite queste reti di micorrize che agiscono sulla scala di intere foreste, sia basato su evidenze ancora incomplete e sia necessaria estrema cautela nell’attribuire caratteristiche della comunicazione umana a reti di funghi, queste scoperte riscrivono il modo di percepire le foreste, in cui gli alberi non sono solo elementi individuali in competizione fra loro, ma elementi di una rete di cooperazione dinamica e complessa. All’interno del micelio dei funghi si cela un’alternativa concreta e viva alla visione dell’intelligenza della Silicon Valley: una rete rizomatica, simbiotica, decentralizzata, capace di generare una strategia intelligente e complessa per sopravvivere ma senza dominare, sfruttare ed estinguere. Le reti miceliali sono strutture non gerarchiche in cui le piante si scambiano risorse e segnali attraverso alleanze mutualistiche che le teorie scientifiche precedenti non riescono a spiegare, perché anch’esse, come tutte le invenzioni tecnologiche, sono cariche, e limitate, dallo spirito del loro tempo.
Questa rilettura dell’intelligenza in chiave rizomatica non è isolata e non riguarda solo il mondo strettamente vegetale. Lavori come quello della biologa Lynn Margulis ricostruiscono una concezione diametralmente opposta dell’evoluzione, basata sulla simbiosi e sulla collaborazione, non sulla competizione di stampo ottocentesco che Darwin ha definito e che da allora non sembra poter essere messa in discussione come unico motore primario dell’evoluzione. Una visione che non si limita ad impattare nell’ambito scientifico, ma che influenza anche la nostra visione della società, del successo e di cosa significa essere “il più forte” da ormai due secoli.
Per questo è necessaria una lettura post-darwiniana e collaborativa dello sviluppo della vita e quindi, in senso lato, dell’intelligenza: l’idea che la vita prosperi attraverso l’alleanza fra forme di vita diverse e non solamente attraverso il conflitto scardina la metafisica della guerra perenne e della cancellazione del mutualismo che ancora guida lo sviluppo tecnologico e lo sviluppo della nostra civiltà.
Il micelio non è solo una metafora, è reale, funziona e si è perfezionato con l’evoluzione. È un’altra, valida, idea di intelligenza. Non centralizzata e proprietaria, ma con una forma che vive nella relazione, si espande nei margini, cresce senza dominare. È una rete che apprende distribuendo, non concentrando. Una mente ecologica.
E questa logica, che potremmo chiamare miceliale, esiste già nel digitale, senza scomodare i sistemi d’intelligenza artificiale. Nelle tecnologie che non si impongono, ma si intrecciano. Come Linux, un sistema operativo open source che ha permesso, e permette tuttora, lo sviluppo della ricerca scientifica, e perfino una parte del web. Linux non è prodotto da una multinazionale, non ha una sede (la sua fondazione sì). È sviluppato, aggiornato ed ampliato collettivamente da migliaia di persone, in tutto il mondo, che scrivono codici, correggono errori e discutono miglioramenti e, soprattutto, lo applicano nel mondo reale.
È un’intelligenza distribuita che funziona proprio perché nessuno la governa dall’alto. Ogni nodo partecipa, nessuno comanda. È una struttura orizzontale che si regge su una comunità, non sulla proprietà del software.
Lo stesso vale per Wikipedia. Non è solo un’enciclopedia: è una piattaforma cognitiva in continua trasformazione. Ogni voce è il risultato di un’intelligenza collettiva fatta di dialoghi, conflitti, revisioni. Non c’è un algoritmo a decidere cosa leggere, non c’è un interesse economico a orientare le informazioni. Non è neutrale, perché nulla lo è, ma è trasparente, perché ogni modifica lascia traccia ed ogni fonte può essere discussa. È una tecnologia che si basa su fiducia e partecipazione, due parole oggi quasi impossibili da pronunciare senza essere derisi nel dibattito sulle intelligenze artificiali. Eppure, è proprio lì, in quella fiducia fragile, continuamente rimessa in discussione, che sta la sua forza.
Linux e Wikipedia non sono alternative romantiche. Sono altre forme di sviluppo dell’intelligenza umana e hanno contribuito allo sviluppo tecnologico e sociale molto più di quanto sia attribuito loro nell’immaginario collettivo. Non pensano come un cervello, non fanno previsioni su base statistica. Agiscono attraverso la cooperazione e la negoziazione. Non aspirano all’onniscienza, ma accettano l’incompletezza, la possibilità che arrivi un nuovo nodo a cambiare gli equilibri del sistema, anche se questo significa di rimescolare i rapporti di forza. E in questo, proprio in questo, sono più vicine a come funziona il pensiero umano reale: situato, parziale, in divenire.
E non sono le uniche. Fra le alternative miceliali ci sono anche tecnologie che sostengono l’ecosistema digitale. Python, ad esempio. Non una piattaforma, non un servizio: un linguaggio. Ma non nel senso tecnico, o non solo. Python è un modo di pensare. Anche lui è open source, ma prima ancora è leggibile: accessibile non solo nei diritti, ma nella forma. Nasce per ridurre la distanza tra chi crea e chi usa, tra chi sa e chi impara. Lo si trova nei laboratori scientifici, nei progetti scolastici e, ironicamente, anche alla base di alcuni tipi di intelligenza artificiale. Non perché sia perfetto, ma perché è aperto — anche alla comprensione. Bug risolti, guide scritte, librerie condivise. È un sapere che cresce per sedimentazione grazie alla collaborazione fra utenti, l’unica strada per combattere la soverchiante complessità dei software moderni. In questo senso, Python è miceliale. Non solo perché distribuito, ma perché si trasmette per contatto. Perché insegna più che scalare, collega più che sostituire. È un’intelligenza che non risponde, ma permette di replicare con facilità.
Queste tecnologie non esistono nonostante la loro fragilità, ma grazie ad essa. Perché la fragilità implica apertura. Queste alternative ci hanno messo in alcuni casi interi decenni ad emergere ed è proprio nei lunghi archi di tempo, meno redditizi dell’immediato presente, che si costruisce una forma di intelligenza che non ha bisogno di imitare l’umano, perché nasce con l’umano. Gli si intreccia fino a fondersi e divenire piattaforma naturale su cui impostare la collaborazione.
Il punto è che queste forme esistono già, ma restano invisibili. Vivono di lavoro volontario, di risorse precarie, di motivazioni che non si possono monetizzare. Eppure continuano a operare, ogni giorno, fuori dai radar del capitalismo estrattivo. Per questo non basta migliorare l’“etica del design”: serve un altro modo di concepire l’intelligenza stessa. Non come competizione, ma come relazione. Non come dominio, ma come simbiosi.
Una tecnologia miceliale non promette miracoli. Non scala all’infinito, non genera valore da sola, non imita l’umano: si intreccia con lui. E questo, nel momento storico in cui ogni intelligenza viene ridotta a performance, è un atto radicale.
Dove c’è simbiosi non c’è dominio. E dove non c’è dominio non c’è estrazione. Ma c’è un altro modo di sapere, di progettare, di restare nel mondo: insieme, lentamente, tra relazioni vive.
Fonti
At.tempto è un collettivo (con rivista) che scrive articoli difficili e mappe per rappresentare il mondo, spesso ingiusto.
@at.tempto
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