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- 02. INTELLIGENZE
Una forma (culturale) per l’intelligenza (artificiale)
- Loredana La Fortuna
Oggi telefoniamo utilizzando degli schermi piatti, ma allo stesso tempo sappiamo con sicurezza che il tasto da usare per far partire una chiamata è quello contenente l’icona di una piccola cornetta. Il telefono ha ormai dimensioni, funzioni e capacità diverse, eppure nell’immaginario comune continua ad essere associato ad un dispositivo con la forma arcuata. Con un lato per ascoltare e l’altro per parlare.
La forma del telefono, nelle nostre categorie mentali, è ancora quella del classico “Bigrigio”, che ha abitato tutte le case italiane a partire dagli anni Sessanta, quando la SIP decise di unificare gli apparecchi per facilitare gli interventi di manutenzione. Scelse così un telefono bombato, il Siemens S62, prodotto dal 1962 su disegno di Lino Saltini. In plastica, di colore grigio, era “adatto a ogni ambiente, dall’ingresso, alla cucina, al tinello, alla biblioteca”, come recitava la pubblicità dell’epoca. Nel mondo digitale questo oggetto è ormai obsoleto e se anche qualche esemplare fosse funzionante, persino le prese per collegarlo sono scomparse. Resta però la sua fisionomia, un’identità formale ormai associata per sempre all’idea di telefono. Anche nella tecnologia più contemporanea.
Con il termine “scheumorfismo”(1) si indica appunto quel principio del design secondo cui un oggetto nuovo mantiene l’aspetto di una forma precedente, anche se quella forma non ha più una funzione pratica. Pensiamo alle luci elettriche costruite a forma di candele di cera, oppure ai copricerchi delle auto che riproducono i raggi di una ruota. Nel mondo digitale i vecchi oggetti, secondo questo principio, si trasformano in icone visuali: la cornetta del telefono, il cestino, il calendario, ma anche il floppy disk che indica la funzione per salvare i file su dei computer che non hanno più neanche il supporto per leggere questi vecchi dispositivi di memoria.
Lo scheumorfismo però è molto più di una semplice scelta estetica e ha invece a che fare con meccanismi propri dell’intelligenza umana. Dal punto di vista cognitivo, infatti, questo procedimento si basa sul principio secondo cui la mente umana categorizza e comprendere nuovi concetti o oggetti facendo riferimento a modelli o esperienze precedenti. Lo scheumorfismo sfrutta appunto questo processo, associando nuovi elementi a schemi già esistenti per favorirne la comprensione e l’interazione.
La scelta di mantenere la forma di una cornetta per indicare la funzione di “telefonare” su nuovi dispositivi che non hanno più nulla a che fare con i vecchi, dunque, non è solo una questione estetica o nostalgica. L’interfaccia digitale che imita un oggetto fisico familiare induce l’utente ad utilizzare uno schema mentale già consolidato, rendendo così l’interazione più intuitiva e meno alienante. L’uso di questa “metafora visiva”, inoltre, stabilisce un legame cognitivo e simbolico tra il passato e il futuro, tra ciò che è conosciuto e ciò che ancora deve essere sperimentato.
Per questo motivo, lo scheumorfismo oggi è più che mai necessario per favorire e creare interazioni con tecnologie che non solo hanno forme diverse da quelle precedenti, ma che in concreto una forma non l’hanno affatto. L’Intelligenza artificiale, infatti, non ha sostanza, dimensione o morfologia: è codice, calcolo, statistica, apprendimento. Ed ecco che per renderla fruibile viene ricomposta all’interno di schemi antropomorfi e metafore visive. È il caso degli assistenti vocali con nomi umani o dei chatbot che parlano come persone reali o degli avatar digitali dotati di sembianze corporee.
Grazie a questi scheumorfismi, l’IA viene così presentata in forme che rassicurano l’utente poiché ne imitano i tratti cognitivi e corporei. In questo caso più che mai, ovviamente non si tratta di semplici operazioni di design, ma di strategie di traduzione, di modalità per addomesticare l’alterità tecnica, costruendo relazioni mimetiche e di prossimità almeno apparente. Con tutte le problematiche del caso.
Quando Lino Saltini progettò il suo “Bigrigio” in realtà pensò ad una vastissima gamma di colori: verde salvia, arancione, rosa salmone, giallo senape, azzurro cielo, rosso scuro, nero e bianco latte. Del resto, Saltini era principalmente un’artista, aveva studiato all’accademia di Brera e solo dopo si era laureato in Architettura a Roma. Fu la Società Italiana per l’Esercizio delle Telecomunicazioni, nella sua gestione monopolistica delle linee telefoniche, a scegliere per tutti la scocca in due tonalità di grigio: chiaro per il corpo e scuro per la cornetta. Questo perché il grigio era un colore facilmente replicabile nella produzione in serie, era economico e pratico rispetto ad altre tinte, ma soprattutto rendeva l’apparecchio affidabile, sobrio e compostamente borghese. Fu una scelta di produzione, ma anche culturale e politica. Una scelta divenuta norma.
Ogni scheumorfismo scelto per l ’IA è di fatto, allo stesso modo, una scelta politica, culturale e ideologica. Nel momento in cui si prova infatti a rendere umano quello che è sostanzialmente un prodotto tecnologico, la domanda inevitabilmente è: quale tipo di umano concretamente è preso come modello?
Nel “sistema mondo”, così come lo definisce il sociologo Immanuel Wallerstein (2), e cioè nella dimensione globale e nelle disparità che la caratterizzano, esistono paesi e gruppi sociali che detengono non solo il potere economico e politico, ma anche il potere di produrre la conoscenza. Questi soggetti dominanti hanno cioè la facoltà indiscussa di raccontare la storia secondo il proprio punto di vista. Ciò significa che alcuni gruppi, alcuni paesi detengono il potere di rappresentare sé stessi e tutti gli altri, posizionandosi apparentemente come osservatori oggettivi, ma definendosi in realtà come portatori di una precisa ideologia.
Non si può certo dire che l’intelligenza artificiale appartenga nello specifico a qualcuno e il dibattito in questo senso è tutt’altro che concluso. Ma di fatto chi sviluppa l’IA, aziende, università o centri di ricerca che siano, detiene i diritti di proprietà sul software, gli algoritmi e i dataset. Così come le grandi aziende tecnologiche come OpenAI, Google, Meta e Microsoft, possiedono le piattaforme, i modelli linguistici e le architetture. E se si pensa che tutte queste hanno sede in America, Il pericolo di un’unica storia (3) per citare Chimamanda Ngozi Adichie è reale. L’intelligenza artificiale non è un fatto puramente tecnico, scientifico o tecnologico, è invece una condizione sociale e culturale che con il tempo diverrà sempre più pervasiva e che ovviamente influenzerà gli stili di vita delle persone, i sistemi sociali e l’economia globale a partire dalle sue forme. Gli scheumorfismi per l’IA, allora, potranno mai essere realmente inclusivi, democratici, equi e rappresentativi di tutta l’umanità, nessuno escluso, o saranno invece delle nuove forme, più pervicaci e pervasive, di colonialismo culturale?
Qualche anno fa la scelta del nome femminile “Alexa” per l’assistente vocale suscitò non poche critiche per la tendenza a femminilizzare gli assistenti virtuali che secondo molti contribuiva, e non poco, a rafforzare gli stereotipi di genere. Perché per quanto intelligente sia, per il mondo artificiale è di certo più semplice ed economico ricadere in schemi predefiniti di pensiero, così consueti e rassicuranti, che influenzano la progettazione, la comunicazione visiva e la rappresentazione culturale degli oggetti. E il grigio potrà anche stare bene in ogni stanza, ma non in un mondo a colori. Lo sanno bene quelli che all’epoca scelsero di acquistare un S62 arancione e che oggi, pur senza prese, hanno in casa una piccola fortuna.
NOTE
1. Nicola Sofri (a cura di), La sicurezza degli oggetti, Iperborea, Milano 2025, pp. 19-22.
2. Immanuel Wallerstein, World systems analysis: an introduction, Duke University Press, Durham 2004; trad, it, Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistemi-mondo, Asterios, Trieste 2013.
3. The Dangers of a Single Story è il titolo originario del TED Talk tenuto dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ed è stato tradotto e pubblicato da Einaudi nel 2020 con il titolo Il pericolo di un’unica storia.
Loredana La Fortuna ha conseguito un dottorato di ricerca in Teoria del linguaggio e scienze dei segni. Collabora con l’Università degli Studi di Bari e con il Politecnico di Bari, cura la rubrica “Oggetti parlanti” sul mensile “Home!” e scrive di libri di design su “Exlibris 20”.
Le sue ricerche sono analisi critiche dei fenomeni di moda e design in una prospettiva vicina alla sociosemiotica e agli studi culturali. Tra i suoi libri, La cucina di design (2016), È una questione di design (2023) e Sotto il segno della Puglia. Tra simboli e design (2025).
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