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- 02. INTELLIGENZE
L’amore è un sintomo. Intervista a Leonardo Mendolicchio
- Michela Risi
Intervista a Leonardo Mendolicchio: amore, corpo, identità, maschile e digitale in una società che ha smarrito l’Altro. Quando l’amore diventa sintomo collettivo.

Che cosa fa un bambino, che impara a camminare, subito dopo essere caduto? Cerca lo sguardo della madre. Capirà così se deve piangere o ridere: se lo sguardo dell’adulto sarà divertito, il bambino riderà. Se sarà spaventato, piangerà. A parità di dolore. È solo attraverso lo sguardo dell’Altro che è possibile dare senso e dignità alla nostra esistenza. E questo l’amore ce lo insegna tutti i giorni.
«La ricerca dello sguardo dell’Altro, della sua presenza è un meccanismo che non saremo mai in grado di scavalcare ed aggirare. Ci accompagnerà tutta la vita». Così Leonardo Mendolicchio, medico psichiatra e psicanalista e direttore di due reparti per la riabilitazione e la cura dei disturbi alimentari dell’Istituto Auxologico Italiano, ci racconta come stia diventando sempre più urgente e decisivo rimettere l’Altro e la relazione al centro delle nostre vite. Nel suo nuovo libro, edito da Solferino, “L’amore è un sintomo. I paradossi dell’amore e del sesso in un mondo che cambia”, ci sfida a ripensare tutto quello che crediamo di sapere su questo sentimento e su di noi: le parole che adoperiamo per raccontarlo, la responsabilità dei mezzi di informazione circa una divulgazione realistica e plausibile dell’amore e ci avverte: «Domandatevi sempre, continuamente, mentre dissertate d’amore con voi stessi, con un amico, con l’amante, di chi è la voce che parla». Siamo tutti chiamati in causa, convocati a ripartire con amore dall’inizio, dall’osso, dal corpo infatti. Abbiamo deciso che la fisicità e la biologia sono meno importanti dei discorsi sociali legati alla sessualità e all’amore, che tra donne e uomini non ci sono differenze, e che credere tutto questo non ci faccia stare male. Red flags, slogan e mantra sull’amore ci danno l’illusione della prevedibilità e della razionalizzazione di questo sentimento, quando dovremmo invece «accettare la scommessa che ogni incontro è un incontro al buio, per come sarà l’altro, ma anche per come mi comporterò io. Che cosa accadrà? Il bello dell’incontro è non sapere quello che succederà; non dobbiamo saperlo. L’amore, come spiego nel libro, è il grande incontro con l’inedito».
Perchè l’amore è diventato oggi un sintomo? Prima non lo era?
«Questo titolo rappresenta la vera questione che poi è sintetizzata nel libro. La domanda è: «Per chi è un sintomo l’amore?», perché che lo fosse è un fatto storico per l’essere umano: se c’è un’inquietudine, una domanda, qualcosa che spinge le persone ad interrogarsi, sono inevitabilmente i fatti amorosi. Questo spinta alla riflessione è connaturata alla specificità dell’essere umano. Oggi la questione diventa interessante perché l’amore è un sintomo, per come mi sono soffermato a riflettere io, per la società: non si tratta più di una questione individuale. Il modo attuale di vivere l’amore e la sessualità si scontra con tutta una serie di stereotipi, di luoghi comuni e di una certa cultura woke sull’amore, che ci ha allontanato dal fatto che questo sentimento diventava soprattutto un sintomo individuale. Una delle riflessioni di questo libro indaga proprio come ci siamo spostati, da un modo che aveva l’amore di generare domande, pensieri e turbamenti individuali, a come fortunatamente oggi l’amore sia diventato un’occasione per interrogare una collettività, in particolar modo un modello di società. In questo senso l’amore è sintomatico, perché, nelle sue condizioni, mette in discussione un certo ordine sociale, che avrebbe la pretesa di fare dell’amore, dei rapporti amorosi ed anche della sessualità, una serie di spinte di riflessioni e anche di scelte».
Lei scrive che spesso parliamo di amore con il piglio di chi vuole sminuirne l’importanza. Noi giovani spesso commettiamo l’errore di credere che parlare prima di sesso, in maniera spesso volgare, e solo dopo di amore, ci aiuti ad accorciare le distanze, a creare un senso di intimità e vicinanza, che però richiede tempi e modi diversi. Questo è molto grave perché le parole, i discorsi e le esperienze amorose che ci vengono narrate e che ascoltiamo, ci segnano anche a livello inconscio. Forse non ci rendiamo conto di quanto parlare male di amore ci danneggi?
«Nel libro discuto della de-erotizzazione dell’eros. È molto interessante l’osservazione che riporti perché ci spiega perfettamente la logica implicita in questo meccanismo, tipico della società contemporanea: nel momento in cui rendiamo pubblica la perversione, la cui esistenza è necessaria nella vita delle persone, perché è fondamentale che la sessualità di tutti trovi la sua soggettiva e irripetibile bizzarria, questa non smette di essere perversione. Lo stesso meccanismo si ripete nell’erotico, nella sessualità: quando pubblicizzo e condivido, in un contesto estremamente sociale e di aggregazione, senza intimità, conoscenza o legame, sto togliendo l’eros all’eros. Perché dobbiamo togliere il pudore alle cose più profonde che possiamo vivere nella nostra intimità, con le persone che scegliamo e nei contesti che preferiamo? Noi viviamo in un tempo in cui la sessualità è diventata qualcosa alla mercè del pubblico e viverla a cielo aperto la de-erotizza: l’atto sessuale oggi diventa spogliato della sua intimità, dell’esigenza di nascondimento, del bisogno anche di timore. La sessualità necessita ed è legata alla sfera del timore, della scoperta, dell’ombra e noi, nel momento in cui gettiamo una luce e un bisogno di conoscenza, de-erotizziamo il sesso. Questo è interessante perché tutte le determinanti sociali e le statistiche che le ricerche producono, ci mostrano come oggi, in una società e in un tempo che parla tantissimo di sesso ed esso è centrale, l’esperienza sessuale si riduce. Anche per questo l’amore è un sintomo».
Nel suo libro, lei fa chiarezza tra biologia e funzioni fisiologiche e tutto quello che invece è la costruzione soggettiva della persona, per farci capire che uomo e donna si diventa, non si nasce. Perché è necessario affrontare questi aspetti quando si parla delle donne, degli uomini e quindi dell’amore?
«Per rispondere a questa domanda è importante notare la traiettoria socio-culturale che stiamo vivendo: abbiamo deciso che la biologia, il corpo, la fisicità, gli elementi della vita, valgono meno di quelli sociali, culturali, intellettivi ed intellettuali. La vita, il bios sta. Vale molto di più quello che noi diciamo e pensiamo; conta di più l’intelletto sul corpo, rispetto al senso e al peso del genere, della biologia, della molecola, della vita nella sua dimensione più vera . È chiaro che arriviamo da una storia, che vede l’essere umano caratterizzarsi rispetto al fatto di essere un animale senziente, però quell’aspetto biologico, della natura non è meno importante; non è Altro rispetto alla nostra verità. La dimensione del corpo, della sessualità legata al corpo, della genetica, del cromosoma XY viene radicalmente superata con un’enfasi sugli aspetti sociali e culturali, evidentemente importanti perché l’essere umano vive la sessualità da una dimensione sociale e culturale, che però non sono sganciati dal contesto biologico. Oggi, come ci insegnava una certa antropologia degli anni 80 e degli anni 90, noi viviamo un’umanità disincarnata e questo è un problema quando riflettiamo sul tema della sessualità e dell’amore: noi amiamo anche in relazione al corpo e alla carne, che non sono meno importanti dei discorsi sociali».
Nel primo capitolo evidenzia la nocività del credere che amare prima se stessi sia la condizione necessaria da cui partire per incontrare l’Altro, quindi prima di costruire relazioni, anche amorose.
«Non dico che è sbagliato, spiego che semplicemente è impossibile. Nella dimensione vera dell’umanità, l’Altro è imprescindibile. E se l’Altro è imprescindibile, non ci può essere una dimensione dell’amore che sia solipsistica, masturbatoria, autoreferenziale: è un inganno, perché ci raccontano una cosa che non c’è. Anche nell’espressione più radicale dell’autoconvincimento dell’amore per se stessi, nel momento in cui utilizziamo una narrazione per sottolineare quanto ci vogliamo bene, quanto ci stimiamo e amiamo, facciamo un’operazione di linguaggio che non è autoreferenziale. Non stiamo inventando delle parole nuove per definire l’amore che abbiamo di noi stessi, ma stiamo attingendo dal campo dell’Altro, da un sistema di lingue, di simboli, di rappresentazioni, che ci preesistono. Qual è il grande inganno allora? Che nell’amore autoreferenziale inventiamo una cosa ex novo, ma non è così e non lo sarà mai. L’amore ha una sua storia. Se riflettiamo sulla funzione della nutrice, di colei che nutre noi, poveri e miseri essere umani, capiamo che, senza la sua presenza, senza quell’atto d’amore, noi moriremmo. Che tipo di amore autoreferenziale potrà mai esserci in un sistema ontologico in cui l’essere umano è condannato a stare con l’Altro? Se esiste una cosa vera che l’amore ci racconta tutti i giorni è che non c’è un amore autoreferenziale. Non esiste. Nella logica del rapporto con la vita, io mi amo solo attraverso l’Altro. Come ci svela la storica frase evangelica, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, non c’è una differenza tra il prossimo e il te stesso. Esiste una continuità. La psicologia si è inventata questo trucchetto perché ha voluto illudere le persone che possono avere un certo margine di libertà, ma il tema non è la libertà, perché il legame con l’altro non è schiavitù. E anche qui si consuma un altro grande paradosso sociale: è come se l’Altro, invece di essere rilevante nella nostra vita, sia diventato una condanna. Da quando la presenza è diventata una condanna? Questo risulta essere molto pericoloso per me, che vengo dalla scuola della cura dell’anoressia e della bulimia, dove le ragazze che si ammalano vivono l’ossessione che l’Altro sia un peso, oppure che loro sono un peso per l’Altro. E questo fa sintomo. Per cui l’amore, che è simbolo radicale di questa questione, ci insegna che non c’è vita, se non c’è l’Altro».
Lei stesso definisce “scandalosi” alcuni passaggi importanti del suo libro, quando discute di sessualità, di identità e delle sue diverse espressioni, e di femminicidio. Le confido che credo risulti più scandaloso agli occhi di un adulto, rispetto a quelli di un/a ventenne. In ognuno di questi capitoli Lei riparte sempre dall’inizio, dall’osso della questione, che è proprio quello che proviamo a fare noi giovani: cominciare a comprendere le questioni dal principio, con chiarezza, senza eventualmente accettare le conclusioni proposte, ma vedendone la logica. Direi che ha intercettato un nostro bisogno.
«Sono abituato. Il mio lavoro è questo. Non si tratta di un’abilità innata o di un talento del quale andare fieri. La verità è che io faccio questo tutti i giorni: mi confronto con questa fatica di guardare negli occhi la sofferenza di un/a adolescente e comprenderla, capirla e trasmetterne il senso, senza che però questa trasmissione sia un passaggio di una verità che è la mia. Nella decostruzione e nella critica di un certo ragionamento mi metto nella posizione di chi vi prende per mano e insieme arriviamo al punto. Sono condannato a fare questo tutti i giorni, altrimenti non funzionerebbe. Io non potrò mai dire ad una ragazza affetta da anoressia:«Mangia!», oppure perdermi in interpretazioni filosofiche di un significato della sua sofferenza. Sono,queste, due posizioni radicali che non posso permettermi. Il mio ruolo è quello di cogliere e capire l’essenza di quel dolore; lo devo interpretare insieme alla persona che ho di fronte, andando all’osso della questione. Per cui applico in questo libro un metodo che è quello che vivo tutti i giorni e che ho imparato dalle persone che ho davanti, in particolar modo la nuova generazione, molto vicino alla tua, che ha bisogno di questo. Sono d’accordo con te».
È preziosa la sua riflessione sul mondo maschile attuale, che a più riprese descrive e analizza anche in rapporto a quello femminile. Come stanno i maschi oggi? E, senza metterci nella posizione di crocerossine o babysitter, che cosa possiamo fare anche noi ragazze per aiutarli?
«I maschi stanno molto male e non lo sanno, e non sapendolo, non se lo chiedono. Stanno male perché non hanno un ideale di maschile al quale aggrapparsi, ma hanno dei cliché, che oggi si infrangono sulla complessità sociale che li distrugge costantemente. La cultura fallocentrica oggi non esiste più, ma il cliché del fallo e della virilità persiste ancora nella testa di questi ragazzi. Potremmo parlare di come la storia si riattualizza in un cambiamento sociale radicale ed è questa la grande operazione che i maschi non hanno imparato a fare, mentre le ragazze sì. Le donne lo fanno anche perché Madre Natura glielo impone: il rapporto che hanno con il corpo, con l’evoluzione sul cronos: pensiamo alle mestruazioni, alle tappe biologiche, che segnano una certa evoluzione e che accomunano le donne. Ai maschi tutto questo manca: abbiamo un rapporto con il nostro bios, che è molto più piatto, lineare, molto più semplice e povero. Già la mia generazione aveva iniziato a perdere certe ritualità che segnavano il passo rispetto ai passaggi identitari. Voi donne ancora vivete queste fasi perché il bios vi costringe e vi segnala determinati passaggi, e perché avete costruito la femminilità in un arco temporale di evoluzione specifica. I maschi sono privi di tutto questo. E allora qual è il grande problema? Il ragazzino di oggi, che non riesce ad aggrapparsi ad un ideale di identità maschile, che è caratterizzata da determinati stereotipi ed è priva di una concezione evoluta del maschile, si sente totalmente reietto, emarginato e giudicato dalle donne. È presente una paranoia del maschile nei confronti del femminile, non a caso dedico un capitolo proprio alla paranoia: i maschi sono paranoicizzati sul femminile. E come tutti i meccanismi paranoidei, che si basano sulla proiezione, i ragazzi proiettano la loro impotenza all’esterno, incolpando le ragazze. Sarebbe interessante spiegare questo meccanismo alle donne, affinché possano deparanoicizzare i maschi, in alcuni contesti. Non perché questa sia un’operazione legittima, ma perché tale azione rappresenterebbe un servigio alla comunità dell’amore e dei sentimenti. La donna può avere un ruolo nella grande difficoltà sociale e culturale di oggi nel trattare questa paranoia; il maschio deve avere il suo ruolo nell’assumersi la responsabilità della sua impotenza, non proiettandola all’esterno, ma rielaborandola all’interno. Proprio per questo nel libro parlo di una nuova alleanza tra maschile e femminile, all’interno della quale questa paranoia trova un contesto di rielaborazione».
Il mondo digitale. Noi giovani capiamo, viviamo e accusiamo molto la presenza dei social media. Siamo consapevoli che la vita non si svolge e riassume nello schermo, ma, allo stesso tempo, lo spazio virtuale è la realtà che viviamo e questo ci fa molto male. Come convivere con questi due aspetti?
«Io credo che il tempo futuro sarà caratterizzato inevitabilmente da un’evoluzione dell’essere umano, che saprà fare sintesi tra realtà e mondo virtuale, che non sono in discontinuità. La grande scommessa filosofica, antropologica, anche psicologica è di trovare i punti di contatto tra una vita, che si struttura su la tecnologiazzazione dell’esperienza dell’esistenza e una vita che continua ad avere radicali punti di contatto con la realtà; non dobbiamo immaginare che le due cose siano antitetiche. La sfida è trovare la continuità tra le due dimensioni. Riporto un esempio mutuato dalla mia esperienza clinica: noi utilizziamo la realtà virtuale per curare i disturbi alimentari, non perché questa diventa un altro luogo dove queste ragazze possono vivere serenamente, in assenza del dolore e della sofferenza legata al cibo e al corpo. Ma lo spazio virtuale diviene uno strumento per capire la realtà vera. È in questo contesto che si inserisce la grande scommessa etica e deontologica di capire che le tecnologie sono e devono essere strumenti per il bene comune. Il grande rischio, che ho potuto analizzare nel mio precedente libro “Fragili”, è che i social, soprattutto per gli adolescenti, diventino invece un mezzo di potere esercitato da pochi. Questo è lo scopo: creare un legame tra la realtà e la virtualità, facendo in modo che il virtuale sia a servizio del reale».
All’inizio lei avverte circa una deresponsabilizzazione dei mezzi di comunicazione, che fanno informazione, cultura ed intrattenimento; essi ostacolano una sana divulgazione sull’amore e spesso incentivano parole, mantra e slogan impattanti che incidono sul pensiero, sul linguaggio e sul modo di vivere. Come possiamo migliorare a comunicare l’amore in maniera sana e corretta?
«Su questo sarò antipatico: io credo che i mezzi di informazione, i giornali, i mass media debbano iniziare a smettere di vendere al ribasso. Il fatto che la comunicazione e i social media siano asserviti alla dinamica del commercio, dell’economia, del marketing e della vendita, rappresenta uno dei grandi problemi dell’abbruttimento e della sofferenza delle persone. Oggi, anche grazie al digitale, che rimane una grandissima occasione per tutti, ogni essere umano ha la possibilità di evolvere al netto del posto in cui è nato. Rimarrà però un’occasione, se noi la difendiamo nella sua preziosità, dando alle persone gli strumenti per scegliere e avere la possibilità di orientarsi rispetto a questa esplosione delle potenzialità. Perché se il soggetto si perde, diventa un consumatore cieco, che è funzionale solo a chi deve vendere e non diviene un individuo che deve crescere. Il grande tema attuale è fare in modo che la rivoluzione digitale non sia uno strumento per affermare un potere economico, che deve godere della vita degli altri, ma un mezzo per il bene comune ed individuale. Se invece siamo schiavi dell’etica del mercato, il rischio è che nessuno ci spingerà all’evoluzione. E la comunicazione è un potente strumento per farci evolvere. Bisogna cominciare a prendersi la responsabilità di denunciare che non tutta la comunicazione può essere asservita al mercato, qualora fosse così, non ci sarebbe più partita. Esistono statistiche che ci dicono, che nel mondo occidentale la gestione di un certo tipo di informazione si gioca al ribasso e l’analfabetismo di ritorno è propedeutico a vendere molta più merce. Dobbiamo fortemente ribadire che la comunicazione rende liberi e non schiavi consumatori; questa è posta in gioco. L’amore ci insegna anche questo: nel momento in cui diamo una narrazione dell’amore di un certo tipo, esso si ribella, ci fa capire che i conti non tornano, che ce la stanno raccontando male. Il sintomo è proprio questo: costruiamo un discorso sociale specifico, che poi nella vita delle persone non funziona. Il vero azzardo è avere l’impegno di provare a pensare a qualcosa di diverso, a strutturare un sistema di informazione e di cultura, che non sia né radical chic né volgarmente pop. Possiamo ispirarci ad un modello molto chiaro: Omero, che scrisse le due più grandi opere della letteratura del mondo, in un’epoca in cui la gente non sapeva né leggere né scrivere. Tutti cantavano e recitavano l’Iliade e l’Odissea; si trasmetteva il sapere della vita, non con un esercizio retorico, raffinato, radical chic o volgare. L’ispirazione e l’impegno vede diventare quello di consegnare e comunicare il senso della vita con una modalità di linguaggio che arrivi alle persone».
Michela Risi è studiosa di Relazioni Internazionali; ha scritto per il magazine femminile Donna Moderna, per la rivista telematica DEP (deportate, esule e profughe) dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ed è socia della Libreria delle Donne di Milano, città nella quale vive.
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