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- 02. INTELLIGENZE
Patrimoni in vendita. Etica e paradossi delle digital humanities
- Sara Onofrietti
Nella contradditoria epoca del post-digitale, la digitalizzazione del patrimonio culturale appare spesso come una scelta etica e all’avanguardia. Ma è davvero così? In realtà, se inserita in un sistema dominato da logiche tecnocratiche, dove il potere è basato sulle conoscenze tecnico-digitali iper-specializzate, essa rischia di trasformarsi in una forma di appropriazione, più che di accesso.
Dati, algoritmi e nuove forme di potere
Lungi dall’essere una semplice innovazione tecnica, la digitalizzazione riflette strutture di potere più ampie. Ed è proprio qui che si gioca il paradosso: tra accesso e appropriazione, tra tutela e controllo. Come mostrato da Kate Crawford in Atlas of AI, i sistemi digitali non sono né eterei né immateriali: sono costruiti su catene logistiche, minerarie e cognitive che coinvolgono energia, forza lavoro e risorse culturali. Stiamo vivendo l’era dell’intensificazione massiva del potere tecnocratico, che trasforma le pratiche digitali e l’Intelligenza Artificiale in forze politiche, economiche, culturali e scientifiche.
Quando queste logiche si applicano alla cultura, il rischio è evidente: il patrimonio smette di essere un bene per diventare un oggetto codificato, potenzialmente vendibile e privatizzabile. Ormai si sa, la comunicazione, la valorizzazione, la promozione e persino la gestione del patrimonio non può prescindere dall’utilizzo delle innovazioni tecnologiche, considerato il veloce processo di introduzione delle nuove tecnologie e dei media digitali nell’ambito culturale degli ultimi decenni – Nicolette Mandarano ricorda come in principio, nemmeno 40 anni fa, “era CD-ROM”. Tuttavia, la trasformazione di un’opera d’arte in dato è un processo più complesso di quello che sembra, sicuramente mai innocente. Nella promessa di ‘accesso’ si cela spesso un’operazione di estrazione simbolica. Il passaggio non è più dall’oggetto al significato, ma dal dato al capitale. La digitalizzazione, in questo contesto, diventa un gesto ambivalente: accessibilità e inclusività o appropriazione? Per non parlare dell’impatto ecologico di queste infrastrutture. Ce lo dicono molte studiose, tra cui Giovanna Sissa: l’utilizzo dell’AI e del digitale ha un costo energetico (e umano) concreto, raramente dichiarato.
In questo modello, spesso chiamato tecnofeudalesimo, le grandi piattaforme non producono beni ma controllano l’accesso, l’infrastruttura e i dati: sono nuovi “signori” che governano l’informazione come un territorio privato. Allora, come scrive McKenzie Wark, il valore non deriva più dalla produzione, ma proprio dal controllo delle piattaforme e di tutti i mezzi di comunicazione. La cultura digitalizzata, in un regime che guadagna dal possesso dei dati, dal controllo degli algoritmi e delle reti, è una risorsa estratta da pochi attori con Partita IVA. Anche Serena Mazzini parla a ragione di ‘feudalesimo dei dati’, visto che i cittadini diventano vassalli inconsapevoli di questa nuova economia, semplicemente navigando online.
Applicata alla cultura, questa logica si traduce spesso in piattaforme digitali chiuse, regole poco trasparenti sull’uso dei contenuti, scarsa possibilità di far dialogare tra loro i diversi sistemi informatici e un controllo dei dati e dei processi di digitalizzazione fortemente sbilanciato a favore di soggetti privati, che molto spesso coincidono anche con grandi Paesi. Sono davvero molte le aziende digital multinazionali che hanno sede negli Stati Uniti, come Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Google, le quali devono adattarsi alle leggi e le linee guida locali.
Come possiamo raccontare un dipinto raffigurante un corpo di donna nudo o seminudo, di Tiziano o del Botticelli, se le regole dei social sono dettate da un algoritmo addestrato a bannare capezzoli?
Dal patrimonio al profitto: il paradosso museale
L’episodio del Tondo Doni digitalizzato dagli Uffizi nel 2022 e venduto come NFT (Non-fungible token) – il nuovo modo di vendere opere d’arte, in particolar modo digitali – dalla società Cinello per 240.000 euro è emblematico, seppur esattamente in linea con le politiche di privatizzazione e mercificazione del patrimonio e dei musei italiani, sia pubblici sia privati, dell’ultimo decennio. L’opera, trasposta in un oggetto digitale in edizione limitata, con tanto di certificato di autenticità, ha mantenuto la forma, ma perso la funzione: non è più un’opera di cui fruire liberamente, bensì un asset da collezionare. A fronte di un investimento pubblico in termini di conservazione e conoscenza, la restituzione economica per il museo è stata minima, alimentando un mercato opaco e scarsamente regolato. Infatti, non sono ancora ad oggi disponibili linee guida specifiche volte a regolamentare in modo chiaro e uniforme la commercializzazione della riproduzione digitale dell’opera, che avviene, come in questo caso, con finalità di lucro.
Lo stesso si può dire della brandizzazione museale. Uffizi, Louvre, British Museum: gli shop online e offline vendono borse, borracce, magliette e molti altri gadget sfruttando le immagini delle opere come marchi. L’arte così si trasforma da patrimonio in pura merce.
Eppure, tali pratiche vanno contro l’idea stessa di museo, se si considerano i principi contenuti nella definizione di museo secondo ICOM, per cui “il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società […]. Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità. Operano e comunicano in modo etico e professionale e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze”.
Dunque, una musealizzazione digitale responsabile deve essere anche sostenibile (in senso ambientale e cognitivo), che affronti il nodo dell’etica algoritmica e digitale, della giustizia dell’accesso, dell’inclusività e dei diversi linguaggi. In proposito, non mancano all’appello esempi virtuosi. Progetti come Europeana o AMABAFi sono delle alternative etiche di intento divulgativo, in totale linea con i principi enunciati da ICOM e dalla Convenzione di Faro. Questi dimostrano che un’altra digitalizzazione è possibile: inclusiva, partecipata, documentata, educativa.
Quando giovani ricercatori riconoscono nel patrimonio storico-artistico della loro istituzione un importante valore socioculturale, le competenze pratiche e teoriche si incontrano, dando vita ad uno strutturato progetto di digitalizzazione del patrimonio per salvaguardarlo e restituirlo alla cittadinanza, sempre più lasciata fuori dei luoghi culturali per lasciare spazio ai turisti. L’Archivio Multimediale dell’Accademia di Belle Arti di Firenze (AMABAFi) è questo: una ricerca artistico-scientifica che vuole dialogare con le comunità locali, rispettando la complessa natura, inizialmente didattica, dei gessi e dei dipinti presenti negli ambienti dell’Accademia fiorentina.
Propone, invece, una vasta biblioteca digitale condivisa Europeana, un progetto accessibile e interoperabile, che mette a disposizione oltre 50 milioni di risorse culturali digitalizzate da musei e archivi di tutta Europa, in 30 lingue, tutto open access e con licenze trasparenti a scopo educativo.
Tali progetti ridefiniscono i termini in chiave educativa, risignificando il patrimonio stesso nella sua nuova forma digitale. Questo perché la tecnologia non è né buona né cattiva: è lo scopo culturale, sociale e politico con cui viene usata a fare la differenza. Digitalizzare il patrimonio ha senso solo se lo si fa per restituirlo – non per venderlo, privatizzarlo o brandizzarlo.
Bibliografia
Kate Crawford, Atlas of AI. Power, Politics, and the Planetary Costs of Artificial Intelligence, Yale University Press, New Haven, 2022
Morgan Lo Bracco, Sia dannato l’algoritmo. Perchè pensiamo censurato e come combatterlo, Eris, Torino, 2024
Nicolette Mandarano, Musei e media digitali, Carocci Editore, Roma, 2022
Serenza Mazzini, Il lato oscuro dei social network, Rizzoli, Milano, 2025
Giovanna Sissa, Le emissioni segrete. L’impatto ambientale dell’universo digitale, Il Mulino, Bologna, 2024
McKenzie Wark, Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire, Nero Editions, Roma, 2021
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma, 2019
Sitografia
Gli Uffizi incassano 70mila euro dalla vendita di un Tondo Doni digitale, «Finestre sull’Arte», 14 maggio 2021, https://www.finestresullarte.info/musei/uffizi-incassano-70mila-euro-vendita-tondo-doni-digitale
https://www.icom-italia.org/definizione-di-museo/
[data ultima consultazione 11/07/2025]
Sara Onofrietti (Firenze, 1995) è curatrice indipendente e dottoranda all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Si occupa di organizzazione e amministrazione di progetti culturali, unendo ricerca critica, attivazione territoriale e valorizzazione del patrimonio culturale. Vincitrice del Premio Firenze Ada Cullino Marcori 2024 per la sua tesi sulla museologia contemporanea nelle città iper-turistificate, lavora su temi legati a digitalizzazione, accessibilità, rigenerazione urbana e comunità.
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