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- 01. ACQUA
Acque sacre, acque contese: islam, fede e geopolitica
- Sara Scampini
Dal giardino coranico alle dighe contese, l’acqua nell’islam rivela ciò che purifica, divide e governa. L’acqua non è soltanto una risorsa: è un segno. Origine divina, funzione vitale, limite del lecito, essa attraversa i gesti della fede e le strutture del potere, le regole giuridiche e le memorie del corpo. Non bagna tutti allo stesso modo — e proprio per questo, il modo in cui viene usata, condivisa o trattenuta rivela ciò che una comunità crede, ciò che teme, ciò che domina.

Il sacro che scorre
Nel pensiero islamico classico, l’acqua è molto più di una risorsa naturale: essa rappresenta una benedizione che comprende aspetti materiali, morali e spirituali. Il Corano afferma chiaramente che l’acqua è l’origine di ogni forma di vita (“E abbiamo creato da ogni cosa vivente l’acqua”, 21:30), mentre gli ḥadīth ammoniscono contro ogni forma di spreco, persino durante le abluzioni fatte con acqua corrente. Tale concezione spirituale si traduce in una visione etica in cui l’essere umano, in quanto khalīfa (vicario di Dio sulla terra), ha la responsabilità di custodire ciò che gli è stato affidato (ʾamāna), evitando qualsiasi forma di degradazione o corruzione ambientale (fasād). L’acqua, dunque, non può essere considerata proprietà esclusiva, né oggetto di abuso o di spreco: trattenere per sé ciò che è destinato a essere condiviso è condannato sia moralmente che spiritualmente. L’etica islamica dell’acqua è quindi radicata in una visione unitaria del creato (tawḥīd), che impone equilibrio, giustizia e responsabilità collettiva.
In molti contesti rurali del mondo musulmano, la gestione dell’acqua è sempre stata parte di un sapere incarnato e trasmesso da generazioni. Tecniche tradizionali quali la rotazione nell’irrigazione o la donazione obbligatoria dell’eccedenza riflettono un rapporto ecologico con il territorio e una visione spirituale della risorsa: ciò che è dato, va restituito; ciò che scorre, non si trattiene. In questo senso, le sapienze agricole tradizionali si fondano su una forma di reciprocità cosmica, dove ogni uso lascia una traccia e ogni trattenimento segna un potere.
Questa concezione si riflette non solo nei testi e nei riti, ma anche nello spazio costruito e nella vita quotidiana: l’acqua, nell’islam, non è soltanto sostanza da purificare o simbolo da evocare, ma anche elemento che modella lo spazio. Nell’architettura religiosa e urbana, le fontane collocate al centro delle moschee, i giardini irrigati a geometria sacra e gli ḥammām — bagni pubblici che coniugano igiene, spiritualità e socialità — testimoniano una cultura in cui l’acqua è insieme gesto, paesaggio e rito. L’ḥammām, in particolare, non era solo un luogo di abluzione, ma uno spazio intermedio tra corpo e fede, tra collettività e interiorità. Nell’esperienza quotidiana, il contatto con l’acqua diventa un gesto incarnato che lega il corpo alla sacralità; le abluzioni rituali precedenti alla preghiera, cinque volte al giorno, trasformano l’atto del lavarsi in un momento di raccoglimento e rigenerazione. In questo senso, la spiritualità islamica non separa l’acqua dal corpo, ma la vive come esperienza intima e comunitaria, radicata nella memoria sensoriale.
Il patto dell’acqua
Nel diritto islamico classico, l’acqua occupa una posizione del tutto particolare: un bene comune che non può essere posseduto in senso assoluto né trattato come merce. Il principio giuridico di ʾamāna — l’idea che l’essere umano sia custode e non proprietario della creazione — si applica pienamente all’acqua, considerata un affidamento divino (amāna min Allāh) da usare con misura, giustizia e responsabilità. Le fonti canoniche sanciscono questo statuto attraverso norme precise: chi possiede un terreno irrigato da una fonte naturale è tenuto a garantire l’accesso anche ad altri, in particolare agli assetati, ai viandanti, agli animali. È vietato trattenere l’acqua in eccesso o interrompere il corso naturale di un flusso, così come è vietato contaminare o sprecare ciò che è destinato alla vita.
Le scuole giuridiche sunnite, pur con leggere differenze, convergono nel considerare l’acqua non vendibile nella sua forma grezza, e sottopongono la sua gestione a obblighi morali e collettivi. La sharīʿa, in questo contesto, non si limita a un insieme di regole rituali, ma delinea una vera e propria etica della distribuzione: l’ingiustizia nell’accesso all’acqua è una violazione dell’equilibrio cosmico e sociale, e come tale richiede riparazione. Questa visione giuridica, profondamente interconnessa con l’ecologia e la spiritualità islamica, contrasta radicalmente con i modelli moderni che trattano l’acqua come risorsa tecnica, sottoposta a logiche statali o di mercato.
Ed è proprio in questa rottura — tra custodia e controllo, tra sacralità e dominio — che si inscrive la crisi idrica contemporanea. L’allontanamento da un’etica della relazione con l’acqua, sostituita da logiche estrattive e tecnocratiche, rappresenta non solo un mutamento istituzionale, ma anche una ferita spirituale. La crisi ambientale, letta in questa chiave, è anche crisi del legame tra creato e creatore: una disconnessione che indebolisce le basi stesse della giustizia ecologica. Recuperare quel nesso originario — tra dono, responsabilità e distribuzione — significa anche riscrivere i presupposti culturali dell’azione politica e tecnica.
Frontiere liquide
Per secoli, nelle società arabe, l’acqua è stata regolata da sistemi consuetudinari basati sul dono, sulla rotazione e sulla giustizia comunitaria. Questo equilibrio si è incrinato con l’avvento di apparati statali centralizzati e grandi opere idrauliche: dighe, canali, impianti di dissalazione. L’acqua, da bene relazionale, è divenuta infrastruttura da controllare, simbolo di sviluppo ma anche leva di potere. Le riforme idriche del Novecento hanno spesso marginalizzato i saperi tradizionali, creando nuove disuguaglianze: l’acqua non scorre più come dono, ma come concessione, meno diritto che accesso condizionato. In questa trasformazione silenziosa si consuma la frattura tra l’etica islamica della custodia e la realtà geopolitica della contesa.
Negli ultimi decenni, l’acqua è divenuta indicatore delle disuguaglianze globali e nodo geopolitico cruciale, specialmente nel mondo arabo. Oltre due miliardi di persone vivono in paesi ad alto stress idrico, e la gestione della risorsa è segnata da squilibri tecnologici, urbanizzazione rapida e governance frammentata. Bacini transfrontalieri come i fiumi Tigri e Eufrate sono al centro di contese: le dighe turche hanno ridotto l’afflusso a Siria e Iraq; la diga del Rinascimento (Grand Ethiopian Renaissance Dam, GERD), costruita dall’Etiopia, preoccupa Egitto e Sudan; in Palestina, l’acqua è sotto controllo israeliano.
In questi casi, l’acqua diventa una risorsa geopolitica, usata come strumento di pressione o di dominio, in netto contrasto con l’etica della condivisione e della giustizia ambientale che attraversa la tradizione islamica.
Eppure, in mezzo a queste tensioni, emergono anche nuove forme di coscienza ecologica radicate nei valori islamici. In alcune regioni del Maghreb, movimenti sufi (rami mistici dell’islam fondati sulla spiritualità interiore), promuovono la rigenerazione delle oasi e la tutela delle sorgenti secondo il principio tradizionale della ḥimā — un’area protetta da uso collettivo e sostenibile. In contesti urbani, nascono eco-moschee che raccolgono e riutilizzano l’acqua piovana, mentre progetti comunitari nei campi profughi integrano spiritualità, agricoltura e gestione partecipativa delle risorse idriche. Queste iniziative mostrano che l’ecologia islamica è grammatica viva, capace di offrire strumenti culturali e spirituali per affrontare la crisi idrica globale. In un’epoca segnata da scarsità e diseguaglianze, il modo in cui trattiamo l’acqua è forse la prova morale del nostro tempo — una prova che riguarda non solo ciò a cui attingiamo, ma ciò che siamo disposti a condividere.
Riferimenti
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Naff, Thomas, Islamic Law and the Politics of Water, in Joseph W. Dellapenna et Joyeeta Gupta (dir.), The Evolution of Global Water Law, Springer, Dordrecht 2009, p. 37–52.
Nations Unies, World Water Development Report 2023: Partnerships and Cooperation for Water, UNESCO, Paris 2023.
Weinthal, Erika, Iraq’s Constitutional Mandate to Justly Distribute Water, George Washington International Law Review, vol. 42, 2010, p. 749–785. (https://ssrn.com/abstract=1761556)
Sara Scampini è analista geopolitica e autrice, specializzata nello studio della dimensione politica dell’islam, in particolare nelle sue espressioni diasporiche. Collabora con centri di ricerca e istituzioni internazionali tra Italia e Francia.
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