Algoritmi e archetipi: l’IA e l’immaginario onirico come spazi di mutuale interazione generativa

Fabrizio Ajello_Interno notte_Midjourney_2024

Sognare è effettuare un viaggio attraverso un’oscurità carica di riverberi impressionanti. Da dove provengano è ancora in buona parte un mistero, ma sta di fatto che impressionano la nostra percezione con frammenti che spesso si dileguano al nostro risveglio. Sognare è un’attività pluridimensionale ma intima al punto da risultare esclusivamente individuale. Si sogna in una concentrazione implosiva solitaria. Il sogno è un territorio di emergenze strettamente interiori, catalizzanti un esterno tutt’altro che identificato e separato. Si tratta di una forma di contrazione energetica che deflagra in un Big Bang generativo, anche se contenuto ed interno. Una fantasmagoria frammentaria. Non ne conosciamo del tutto il fondale, ma delle emersioni e delle emergenze ne raccogliamo i cocci nello stato che in neurofisiologia viene chiamato veglia. Il sostantivo veglia ha in passato incarnato la sospensione del sonno in chiave sia volontaria che involontaria. Si veglia un defunto, la veglia può avere un carattere devozionale, o di tortura medievale, ma si definisce veglia anche la serata passata con familiari e/o amici a raccontarsi storie, giocare e ballare,si pensi al Veglione. La veglia e il sonno hanno un indissolubile legame con la notte profonda. E così anche i sogni sono vincolati per lo più alla profondità indefinita e opaca in cui vige una forma singolare di alterità. In tal senso, sembra proprio aver ragione James Hillman quando afferma che i sogni appartengono alla regione mitica delle divinità infere.

Non a caso, l’immaginazione onirica pare scaturire da una dimensione liminale, interstiziale, pre-logica, dove l’identità del soggetto si dissolve in una pluralità archetipica. È proprio questa matrice collettiva, ma irriducibilmente soggettiva, a rendere il sogno una forma di produzione transestetica radicalmente diversa dalle forme narrative e visive costruite in stato di veglia. Eppure, oggi, un nuovo tipo di produzione d’immagini si sta imponendo con crescente pervasività: quella generata dall’intelligenza artificiale, soprattutto attraverso applicazioni sempre più raffinate Text To Image. Anch’essa sembra attingere ad un oscuro deposito collettivo, una sorta di inconscio digitale formato da miliardi di immagini, testi e

stimoli archiviati e interrelati attraverso modelli matematici. I punti di contatto tra sogno e AI non mancano: entrambe le produzioni emergono da un processo di ricombinazione non lineare, di frammenti eterogenei, spesso accostati in modo apparentemente irrazionale e producono immagini dal forte potere evocativo, generando una sorta di bagaglio visivo post-realistico.

Fabrizio Ajello_ritratto di famiglia 1968_tecnica mista_2023
Fabrizio Ajello_ritratto di famiglia 1968_tecnica mista_2023

Tuttavia, almeno al momento, le differenze restano sostanziali. Il sogno nasce in uno spazio di interiorità non deliberata, è una manifestazione autonoma dell’attività psichica, non controllabile, né programmabile. L’IA, al contrario, genera immagini su richiesta, in risposta a comandi (prompt), secondo criteri statistici e semantici appresi da un corpus sterminato, ma esterno. Mentre il sogno è sempre inscritto in un corpo vivo, abitato dal pathos, dalla memoria, dal desiderio e dal trauma, le immagini IA sono prodotti di un calcolo, freddi e impersonali nella loro origine, anche quando appaiono poeticamente carichi. Nonostante ciò, nell’uso artistico e poetico dell’AI, si può intravedere una nuova forma di intersoggettività riflessa, o addirittura una simulazione di sogno lucido. Ad esempio, un artista che interagisce con l’intelligenza artificiale può giungere a produrre immagini che funzionino come inciampo interno al sistema, come fenditura nelle maglie in un ambiente controllato nel quale siamo tutti interconnessi e in parte intrappolati. Affermano Alessandro Alfieri e Chiara Gargiuli nel loro Perturbante postmoderno: O non è forse vero che il ruolo degli artisti, oggi, non è tanto quello di ridefinire l’immaginario quanto quello di creare degli “inciampi”, delle “interruzioni del flusso” capaci di farci uscire dallo stato di assuefazione all’uso che già ci riguarda nella web society? Si tratta di generare “crepe”, dal momento che “la crepa non si limita a separarci dalle nostre tecnologie, ma si trova all’interno della rete stessa, ed è attraverso la rete che ne percepiamo l’esistenza.”

Infatti, il sogno catalizza e segnala fenditure interne e così come la produzione IA non sostituisce il sogno, ma lo imita, lo evoca, lo rievoca in un stato ibrido tra coscienza e automatismo che rende emergenti certe crepe dell’artificialità operativa. Si potrebbe parlare di una soggettività algoritmica, che mima la discontinuità del pensiero onirico pur senza condividerne la sorgente affettiva e incarnata.

In definitiva, se il sogno è una generazione interiore e mitica, l’immagine IA è una generazione esterna e tecnica. Ma entrambe comunicano in una nube (come direbbe Lev Manovich) e operano su un piano transestetico, costituendo ciascuna a suo modo una soglia tra visibile e invisibile, sono inoltre due dispositivi “irrequieti”, imperfetti e imprevedibili. L’una è ancestrale, l’altra emergente; l’una affonda le radici nell’inconscio, l’altra nell’interazione tra informazioni e dati. Eppure, proprio per questa differenza radicale, il loro confronto apre uno spazio di riflessione fecondo sull’immaginazione come processo, e sull’immagine come linguaggio universale del possibile e dell’impensabile. Nel dettaglio, tre ambiti sono quelli che potrebbero dare notevoli risultati. Il primo è la potenziale estensione della memoria

visiva attraverso una trasduzione di un testo in immagine, attraverso nessi semantici e visivi appresi da milioni di correlazioni. Il secondo potremmo definirlo dreamlike, una sorta di simulazione del sogno, replicato tramite l’uso di ambiguità, dissolvenze, incoerenze prospettiche o temporali, ossia elementi tipici dell’immaginazione onirica. L’ultimo e sicuramente il più interessante è il potenziale feedback creativo circolare, ossia l’opportunità che un sognatore o un artista può sfruttare, usando un’immagine generata, per rientrare nel sogno e continuarlo, espandendolo. Si crea un circuito semiotico iterativo: sogno → testo → immagine → risonanza interiore → nuovo sogno. Una forma di sogno aumentato.

Fabrizio Ajello_collezione primavera estate_2023

Possiamo ipotizzare che stiamo assistendo alla nascita di una nuova forma di sincretismo immaginativo. L’immaginario onirico ha sempre funzionato come deposito archetipico, dove il singolo accede a forme, simboli e scenari che sembrano precederlo e/o scavalcarlo nella dimensione instabile dello spazio-tempo. L’intelligenza artificiale, addestrata su giganteschi corpora visivi, produce anch’essa immagini “precedenti” al soggetto — ma questa volta non nel senso mitico, bensì statistico, culturale, collettivo. Le nuove chiavi di letture dei prossimi step di questa convergenza potrebbero essere: una sorta di estetica mitologica ibrida nella quale le immagini prodotte da IA assumano spesso caratteristiche “oniriche”, non perché siano sogni, ma perché ripercorrono esteticamente strutture simboliche condivise — la nebbia, il doppio, l’incompiuto, il metamorfico; ma anche una sovrapposizione simbolica dell’inconscio collettivo (junghiano) e di un dataset collettivo (tecnologico). Si tratterebbe di un neo-surrealismo in cui la generazione di immagini ibride diventerebbe una pratica di introspezione, simile alla meditazione o al viaggio immaginale (Hillman). Si entrerebbe così in un campo in cui l’artefatto tecnologico non risulterebbe solo un output, ma una forma

articolata di riflessività. Potremmo definire questa fase come l’alba di un’immaginazione tecno-onirica, nel senso che le immagini non nascono più esclusivamente dall’inconscio biologico, né solo dal codice binario, ma da una loro mutante intersezione. Questo non implica una fusione completa, né una sostituzione: ma un nuovo tipo di co-produzione immaginativa. E come sempre nei momenti di transizione, ciò apre domande etiche, estetiche e ontologiche: dove inizia e dove finisce il soggetto immaginante? Quanto influiranno questi processi nella nostra percezione e relazione con un immaginario collettivo rivisto e corretto in chiave algoritmica? Quali saranno le implicazioni di un rapporto così intimo tra inconscio onirico e rimodulazione immaginante macchinica?

Fabrizio Ajello (Palermo, 1973) è un artista e ricercatore indipendente. Lavora tra arti visive, pratiche performative e processi laboratoriali, indagando i modelli culturali contemporanei, il sacro, la memoria e la relazione tra spazio materiale e spazio virtuale. La sua ricerca recente si concentra sul rapporto tra immaginazione onirica e intelligenza artificiale, in particolare attraverso applicazioni Text to Image. Vive e lavora tra Firenze e Palermo, dove insegna al Liceo Artistico di Porta Romana.

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