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- 01. ACQUA
Depressione liquida
- Diego De Nardo
Siamo attratti dalle persone felici, allegre, radiose. Le associamo a tutto: alla purezza, alla solidità, alla pace, alla speranza. Siamo cresciuti con frasi come “guarda il lato positivo”, “devi vedere il bicchiere mezzo pieno”; siamo costantemente invitati ad accendere o a cercare una “luce” in fondo al tunnel; siamo cresciuti con il mito della felicità e della luce.
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La metafora della luce
Marianna Alessandri chiama questo processo “Metafora della luce” la quale stipula che la “luminosità” è preferibile alla “penombra”, che con il sole si è più felici che con le nuvole. Sostanzialmente, in una società che si basa sugli insegnamenti delle antiche filosofie occidentali, quantomeno di quelle che hanno prevaricato, le nostre emozioni più tristi appaiono irrazionali, sbagliate. Questo modo di vedere i sentimenti tristi, come la solitudine, la tristezza, la disperazione e la depressione, ha portato ad una medicalizzazione della sofferenza al punto di allontanarla bruscamente dalla vita delle persone. Facciamo di tutto per non essere tristi, e quindi a vari livelli malati, scappiamo dalla tristezza, abbiamo etichettato e bollato come “anomalo” qualsiasi sentimento che non sia impregnato di luce.
Nel suo saggio Visioni notturne, capire noi stessi nei momenti bui Alessandri cerca di sdoganare alcune emozioni che nel tempo sono state “criminalizzate” prima dalla psichiatria, poi dalla cultura contemporanea: rabbia, tristezza, vergogna e, in particolare, il lutto, il quale tornerà a più riprese in questo articolo.
Il concetto di depressione liquida, che si allarga come vedremo ai sentimenti tristi, cerca di aprire un discorso critico sulla medicalizzazione della sofferenza, sulla fossilizzazione che negli ultimi anni la psichiatria ha portato avanti nel tentativo di catalogare la tristezza e la depressione, di racchiuderla in uno schema fatto di sintomi e situazioni specifiche. La tristezza, tuttavia, è uno stato troppo complesso per essere interpretato come un semplice sintomo. Qui proveremo a raccontarla con un linguaggio e un punto di vista privi della Metafora della luce e attraverso le esperienze e le voci di chi naviga o ha navigato il buio. Le parole quando si parla della depressione liquida sono essenziali: ci rendono nemici o alleati di noi stessi. Non parleremo della depressione liquida come di una patologia o di un disturbo mentale. «Giudicare i malumori per come appaiono alla luce», scrive infatti Alessandri, «significa ritrovarsi con un lessico in cui è difficile rintracciare espressioni che conferiscano dignità. Imparare a vedere le nostre sofferenze nell’oscurità vuol dire usare parole nuove per sentimenti antichi»(1).
Depressione liquida
Depressione liquida è un’espressione che rimanda alla famosa intuizione di Zygmunt Bauman sulla modernità e ne condivide diversi punti, primo fra tutti il fatto che, credendosi un solido, ha smesso di mettersi in discussione in modo critico. La liquidità rimanda al cambiamento, alla sua caratteristica di essere mutaforma, rimanda allo scorrere ma anche allo stagnare, alle tempeste e all’apnea: tutti concetti che ritroviamo in diverse testimonianze di persone depresse.
Rimanda anche ad un altro concetto della modernità liquida, quello di impadronirsi, di contaminare, ogni aspetto della vita costruendo una realtà alternativa nella quale ci sentiamo liberi (uno degli assunti contemporanei più erronei è il pensar di conoscere la tristezza): nella società neoliberale, dove noi siamo i principali sfruttatori di noi stessi, la felicità funge da motore produttivo e lavorativo. Essere tristi equivale ad essere meno produttivi. La psichiatria si è mossa spesso su questo fronte, seguendo le orme capitalistiche.
Anche in Italia, uno dei paesi dove il dibattito in materia è più sterile, diversi osservatori del settore hanno notato un’ eccessiva prescrizione di psicofarmaci per la depressione. Secondo l’Allied Market Research il mercato globale della salute mentale nel 2030 raggiungerà i 537,97 miliardi di dollari, con un aumento progressivo del 3,5% di anno in anno (2).
Secondo Jessica Mariana Masucci, giornalista e autrice del saggio Il fronte psichico. Inchiesta sulla salute mentale degli italiani, uno dei problemi principali che riguardano l’utilizzo degli psicofarmaci in italia «è proprio l’inappropriatezza prescrittiva»: nel 2020, sotto pandemia, le prescrizioni sono aumentate del 44,5% (3), dato che ha lasciato diversi osservatori scettici.
Questo aspetto della modernità liquida, o prescrittiva, a questo punto, è la chiave di volta del pensiero del filosofo Byung-Chul Han, dove non solo afferma che la tristezza è quasi completamente scomparsa, curiosamente insieme all’empatia, ma che «la società della prestazione si sottrae sempre più alla negatività» (4) generando a lungo andare quelli che la psichiatria chiama depressi. «La depressione» specifica Han in diverse occasioni, «si sottrae a ogni schema immunologico. Essa esplode nel momento in cui il soggetto di prestazione non è più in grado di poter-fare, ed è in primo luogo una stanchezza del fare e del poter fare. Il lamento dell’individuo depresso, “niente è possibile”, è concepibile soltanto in una società che ritenga che “niente è impossibile”. Il soggetto di prestazione si trova in guerra con se stesso. La depressione è la malattia di una società che soffre dell’eccesso di positività» (5). Diversi filosofi e anche alcuni psichiatri negli anni hanno messo in discussione la psicoanalisi come scienza o, per i più moderati, come scienza esatta, soprattutto dal 2005 con il successo commerciale, ma sopratutto accademico, del Libro nero della psicoanalisi (6), un vero e proprio spartiacque critico.
Nel 2013 questa critica è tornata a farsi sentire in modo particolarmente acceso per un fatto che ha del mistico, o meglio, del solido. Facciamo un rapido passo indietro: nel 1952 il concetto di “lutto patologico” non occupava quasi nessun posto nel Dsm 1 (Il catalogo dei disturbi mentali della Società americana di psichiatria) e decisamente non era quantificato con una misura che pretendeva di essere oggettiva. La versione attuale, il Dsm 5 del 2013, fissa in modo netto il numero di giorni al di là dei quali la tristezza “normale” che deriva da un lutto diventa patologica. Introduce anche una simpatica griglia “di importanza della perdita” che permette di calcolare i giorni di tristezza “normali” per il lutto che si è subito. Lo psicoanalista e filosofo Miguel Benasayag, riferendosi al lutto nel Dsm 5, sottolinea l’assurdità che «se non è normale piangere la perdita del padre più di dieci giorni, questi dieci giorni diventano decisamente eccessivi per uno zio», ma come per un cugino o un amico stretto, e afferma che «il Dsm è esso stesso il sintomo di ciò che un tempo si chiamava “paura della vita” o “desiderio morboso di controllo”» (7). Scappiamo così tanto dalla tristezza che non la sappiamo più gestire in modo critico, razionale, emozionale e assimilativo, come per la gioia e la felicità. L’incapacità della psicoanalisi di relazionarsi con i profondi cambiamenti sociologici e filosofici della società, con la sua visione monolitica del dolore, la spinge a formulare diagnosi errate: oggi la tristezza esistenziale si è trasformata in tristezza patologica.
Adesso chi ha subito un lutto può ricevere una diagnosi di disturbo depressivo maggiore se presenta i sintomi della depressione per più di due settimane. Alessandri, riferendosi anch’essa al lutto nel Dsm 5, ribadisce che «in un mondo in cui sano vuol dire felice, contento, gioioso, funzionale, operativo – luminoso -, alla terza settimana di tapparelle calate apparirete piuttosto malati al mondo della medicina» (8).
A questo proposito, la diagnosi di depressione maggiore a C.S Lewis oggigiorno non gliela avrebbe tolta nessuno. Lewis è riuscito in quello che pochi scrittori e intellettuali sono riusciti a fare: raccontare il dolore in modo puro. In Diario di un dolore (9) Lewis affronta con un doloroso flusso di coscienza il lutto che lo ha travolto a seguito della morte della moglie, Joy Gresham. Un lutto che lo portò a perdere la sua fede, la ragione e a sprofondare nel dolore. Questo piccolo e fondamentale testo ha faticato a trovare un editore per la ferocia e l’autenticità con cui Lewis analizza il solo dolore e il suo lutto. Non c’è luce in Diario di un dolore. Scrivere questo urlo, come lo ha definito più volte, gli ha fatto scoprire il potere di navigare nel buio: «Tanto di guadagnato. Perché, come ho scoperto, l’abbandono al dolore, invece di legarci ai morti, ce ne distacca. Questo mi diventa sempre più chiaro» (10).
Figure della notte
Molte filosofe, scrittrici, intellettuali e psicoanalisti negli anni hanno raccontato il proprio dolore attraverso la letteratura. Una cosa che accomuna tutti questi saggi e racconti è la diversità con cui il dolore si è manifestato, di come sia cambiato negli anni, di come abbia mutato forma e di come la società abbia cercato di soffocarlo in ogni modo. Un’altra cosa che lega queste opere è la voglia di dimostrare di non essere persone malate, di sdoganare tutti i luoghi comuni, anche medici, sul dolore e la tristezza.
Eva Meijer ad esempio nel suo intimo saggio I limiti del mio linguaggio. Piccola indagine filosofica sulla depressione rimanda spesso al concetto di apnea e abisso per raccontare la sua depressione. Non solo, il saggio di Meijer è anche un attacco non troppo velato alla sdandardizzazione della tristezza e all’abuso di psicofarmaci degli ultimi anni. Meijer cerca anche di sdoganare alcuni luoghi comuni sulla depressione che le persone non depresse hanno raccontato negli anni in modo estremamente romanticizzato, ammaliati, per qualche motivo, dalla malinconia che essa si porta dietro e associandola ad un’infinità di inesattezze. Uno di questi, è il colore nero. «Se la depressione deve proprio avere un colore», scrive Meijer, «allora è piuttosto il grigio, e qualche volta il bianco. Il bianco è colore del silenzio, del gelo assoluto, dell’esclusione, del nulla, della perdita. Se si mescolano tutti i colori, a quanto pare si ottiene un’assenza» (11). Meijer arriva a paragonare la sua depressione alla cosa che paradossalmente più le piace al mondo: la neve. Tuttavia, ci tiene a specificare che la depressione non copre, come fa la neve, ma cancella. Il saggio di Meijer è anche un invito a non vedere la tristezza prettamente come un sintomo da estirpare, ma come un’occasione per conoscersi meglio e capire più a fondo il mondo che ci circonda, perché «quanto più chiassoso è il mondo fuori, tanto più forte è il contrasto. Indossare il silenzio come un mantello avvolto sul corpo non ci prepara del tutto, ma se ci esercitiamo a farlo possiamo imparare a convivere con il vuoto» (12). Un vuoto che oggi, secondo diversi esperti come Miguel Bensayag, Angélique Del Rey e molti e molte altre, la psichiatria è ben contenta di colmare con diagnosi e farmaci.
Anche la turbolenta e dolorosa vita della sociologa e scrittrice Gloria Anzaldùa ci insegna a navigare nel buio senza luci, ma con il dolore: ”il dolore era un modo di esistere, il mio modo normale di esistere” (13). Fin da molto giovane, Anzaldùa (che soffriva di quella che oggi sarebbe diagnosticata come depressione clinica) ritrovò in Kierkegaard una disperazione pari alla sua. Intrappolata in un mondo che la vedeva pigra, sfogliata, non affidabile e dall’umore instabile, ritrovò nella filosofia del dolore l’aiuto che le serviva. La scrittrice trascorse molto tempo nell’oscurità e questo le permise di creare delle opere letterarie e poetiche dalla potenza strabiliante e le permise di scoprire tutte le sfaccettature del suo dolore.
In uno dei testi italiani più interessanti e completi sulla depressione, la tristezza e il suicidio ritroviamo le difficoltà di essere soggetti liquidi in una società solidificante: «mi ero diretta verso quanto la società si aspetta da una donna di trent’anni: la carriera e contemporaneamente la creazione di una famiglia. E questo mi ha distrutta» (14). Così Fuani Marino racconta attraverso gli strumenti della letteratura il suo suicidio in modo lucido, tagliante e brutalmente onesto. Un’indagine intima che la spinge a cercare risposte nelle filosofe, nelle scrittrici e negli scrittori che hanno deciso di togliersi la vita. Una delle opere migliori in materia nel panorama italiano.
Di esempi se ne potrebbero fare a decine e va sottolineato che nessuno di questi autori e nessuna di queste autrici pensa, o quantomeno scrive, che la terapia psicologia e tarapeutica sia inutile. Va messa in discussione in modo critico, in modo liquido, perché una “scienza” che si presta ad errori diagnostici di questo livello va messa in discussione senza ipocrisie. Rivendicare il diritto di essere tristi, di provare dolore senza sentirsi sbagliate, non dovrebbe essere percepito come una minaccia, ma come una risposta logica, forte, e francamente intelligente alla positività tossica che ha solidificato la nostra società.
Rinunciare alla Metafore della luce, in conclusione, significa anche accogliere i turbamenti di Lucio, protagonista di 1934 di Alberto Moravia, che a inizio libro si domanda se sia possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte. Un po’ come Kierkegaard si domandava che tipo di disperazione lo affliggesse e se “la disperazione è un vantaggio o una minaccia?” (15). Lucio, grazie al mare e agli strapiombi di Capri, si accorse che la disperazione è la condizione naturale dell’uomo e Kierkegaard si è risposto che “poter disperare è un vantaggio infinito” (16). Proprio come l’acqua, la depressione (così come il dolore e la tristezza) corrode ogni cosa. Ma è anche essenziale per la vita: navigare nel buio, conoscere se stessi quando si è ciechi, persi, soli e tristi è un ottimo allenamento per conoscere chi siamo.
NOTE
1. Mariana Alessandri, Visioni notturne. Capire se stessi nei momenti bui, Milano, Nottetempo, 2024, pag 21
2. https://www.alliedmarketresearch.com/mental-health-market-A11770
3. Jessica Mariana Masucci, Il fronte psichico. Inchiesta sulla salute mentale degli italiani, Milano, Nottetempo, 2023, pag 49;
4. Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Milano, Nottetempo, 2012, pag 24;
5. Ibid, pag 28;
6. Sotto la direzione di Chaterine Meyer;
7. Miguel Benasayag, Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa, Milano, Feltrinelli, 2016, pag 74-75;
8. Mariana Alessandri, Visioni notturne. Capire se stessi nei momenti bui, Milano, Nottetempo, 2024, pag 109;
9. C.S Lewis, Diario di un dolore, Milano, Adelphi, 1990
10. ibid, pag. 66;
11. Eva Meijer, I limiti del mio linguaggio. Piccola indagine filosofica sulla depressione, Milano, Nottetempo, 2021, pag 31;
12. Ibid, pag 91;
13. Ead., Interviews/Entrevistas, ed. by AnaLouise Keating, Routledge, New York 2021, cit pag 93;
14. Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte,Torino, Einaudi, 2019, pag 87;
15. Soren Kierkegaard, La malattia per la morte, Milano, Feltrinelli, nuova ristampa 2024, pag 16;
16. ibid, pag 17;
BIBLIOGRAFIA
Mariana Alessandri, Visioni notturne. Capire se stessi nei momenti bui, Milano, Nottetempo, 2024;
https://www.alliedmarketresearch.com/mental-health-market-A11770
Jessica Mariana Masucci, Il fronte psichico. Inchiesta sulla salute mentale degli italiani, Milano, Nottetempo, 2023
Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Milano, Nottetempo, 2012
Miguel Benasayag, Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa, Milano, Feltrinelli, 2016,
C.S Lewis, Diario di un dolore, Milano, Adelphi, 1990
Eva Meijer, I limiti del mio linguaggio. Piccola indagine filosofica sulla depressione, Milano, Nottetempo, 2021
Ead., Interviews/Entrevistas, ed. by AnaLouise Keating, Routledge, New York 2021, cit pag 93;
Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte,Torino, Einaudi, 2019, pag 87;
Soren Kierkegaard, La malattia per la morte, Milano, Feltrinelli, nuova ristampa 2024, pag 16
1934 di Alberto Moravia
Mi chiamo Diego De Nardo, ho 25 anni e sono giornalista freelance e operaio. Studio produzione multimediale in magistrale a Roma Tre. Da diversi anni studio la tristezza, il dolore e la malinconia attraverso racconti personali, alcuni dei quali riportati in questo articolo. Ho diretto un podcast, “Oltre”, di cinema e filosofia horror dove ho provato a raccontare la solitudine, la tristezza e la depressione attraverso la materializzazione di mostri, spettri e altre figure mostruose.
In questo articolo ho cercato di sintetizzare la mia persona, che posso racchiuderla così: critica, polemica, sofferente.
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