Di fronte al Golem: intelligenza, linguaggio, generatività

  1. Nomi

Se (come afferma il greco nel Cratilo)
il nome è l’esemplare della cosa,
la rosa è nelle lettere di rosa
e tutto il Nilo nella voce Nilo.
E, fatto di vocali e consonanti,
sarà un Nome tremendo, che l’essenza
cifri di Dio e che l’Onnipotenza
serbi in lettere e sillabe calzanti.

Una delle nostre prime manifestazioni di orientamento nel mondo è il nominare le cose: ne identifica le caratteristiche, le distingue da altre, aiuta a comunicarle. Ci permette, in parte e in modo ambiguo, di avere potere su di esse.

Come esseri umani, abbiamo presto nominato, non senza differenze tra epoche e luoghi, l’intelligenza, come manifestazione delle facoltà di comprensione, adattamento e direzione. A essa  attribuiamo tanta importanza da cercare modi di misurarla. Per farlo, la concepiamo come fenomeno quantitativo (la persona è più o meno intelligente), riconoscibile da un prodotto (la performance ai test di intelligenza) che definisce un indicatore sintetico (il Quoziente Intellettivo).

Questa ricerca dell’essenza di una cosa, attraverso tentativi di definizione rappresentati dal nome, sembra avere una storia antica. Borges nomina Gershom Scholem, che individua come punto d’inizio della mistica del linguaggio l’esistenza di una “dimensione segreta” che traspare in modo simbolico dall’espressione, ma non si riduce in essa. Questa dimensione, per il cabalista ebraico, è la scomposizione e il dispiegamento di un originario Nome di Dio, a partire dalla creazione del mondo e tramite il linguaggio che è essenza di quella stessa creazione. L’intelligenza dunque come facoltà umana difficilmente apprezzabile, misurabile solo nelle sue manifestazioni che parlano un “linguaggio” che può essere compreso dai più. Quante forme di intelligenza, nella loro “dimensione segreta”, trovano espressione in forme che siamo pronti a riconoscere nel pezzo di mondo in cui abitiamo? 

E il linguaggio come strumento che, nel comprendere le cose, contribuisce a crearle, definirle, dar loro forma. Il linguaggio come esso stesso prodotto ed espressione dell’intelligenza, nelle sue possibilità dunque generative. Proprio questa generatività fa considerare “intelligenti” nel senso comune alcune forme di intelligenze artificiali: il chatbot che “parla” come fosse una persona, l’applicazione che “crea per noi” prodotti multimediali in poco tempo, e con risultati che stupiscono.

Quanto però di questa supposta intelligenza è dispiegamento del nostro linguaggio, un riflesso, una proiezione di concezioni umane, ed anzi, proprie del moderno umano occidentale?

Le IA sono fatte per essere accomodanti per l’utente; i materiali da loro prodotti si orientano ai dati con le quali sono state allenate, al nostro gradimento, non al mondo esterno. I Large Language Models molto popolari (ri)producono strutture linguistiche, ma non riflettono su ciò che “sanno”.

In questo sono paragonabili al concetto di “zombie filosofico”, un ente con azioni e reazioni da essere coscienti, ma che non vive gli aspetti soggettivi e fenomenici delle esperienze. 

A cosa rimanda dunque il “parlare” dell’IA? 

  1. Permutazioni

Assetato di saper quel che sa Dio;
Giuda Leòn compì permutazioni
tra lettere, in complesse variazioni,
e infine disse il Nome, che è la Chiave,
la Porta e l’Eco e l’Ospite e il Palazzo,
sopra un fantoccio fatto con le mani
rozze, per insegnargli poi gli arcani
delle Lettere del Tempo e dello Spazio.

Il rabbino di Praga cerca il nome di Dio attraverso “permutazioni”, analogamente ai modelli linguistici che predicono associazioni di parole “gradite” all’utenza umana grazie alla loro potenza di calcolo, affinando quelle con maggior potere di creare realtà agli occhi di noi, i referenti. 

Quanto del lavoro di testing dell’intelligenza si muove in un orizzonte di risposte giuste quantificabili, variazioni di simboli in cerca di quelle “giuste” in quanto condivise? Quanto, quindi, la misura standard dell’intelligenza ne coglie il potenziale generativo? 

I test che misurano il Quoziente di Intelligenza, nella loro strutturazione, propongono quesiti che devono essere completati in una forma codificata e riconosciuta dal test stesso per essere considerati corretti. Eppure, è comune concettualizzare il “genio” come non un devoto compilatore di richieste, ma come una persona che genera, per nuove o antiche domande, strade pavimentate da soluzioni inedite, o altre domande. Chi queerizza il concetto di intelligenza, perché neurodivergente e/o perché assume una prospettiva politica e critica verso la psicologia, la psichiatria e la performatività, sarà facilmente “poco intelligente” per i test standardizzati. Mettere in discussione il quesito e uscire dai binari di ciò che viene considerato “giusto” fa perdere tempo e punti, eppure chiunque fosse presente alla somministrazione del test faticherebbe a non considerare tale approccio generativo.

Ma possiamo dire che l’intelligenza crei sempre generatività?

La procreazione biologica implica anch’essa una permutazione, in termini di ricombinazione di materiale genetico in nuovi organismi, che saranno poi sottoposti a pressioni ambientali e interne, contribuendo a differenze nel loro successo riproduttivo. Alcune specie mostrano meccanismi più o meno complessi che ne inibiscono o alterano i comportamenti riproduttivi se l’ambiente non è favorevole a questo investimento.

Nella nostra la percezione di adeguatezza ambientale si lega anche al nostro apparato memetico: siamo in grado di raccogliere dati su ampia scala, confrontare narrazioni e usarle per rappresentarci il futuro. Da qui la scelta, motivata come esito di processi intelligenti, del non riprodursi: dalle posizioni antinataliste, alle preoccupazioni climatiche, fino a chi teme di far ereditare all’eventuale prole caratteristiche vissute come portatrici di sofferenza. L’intelligenza apre quindi a considerazioni etiche, anche quando vanno contro la replicazione della vita.

Il rabbino di Borges sembra riuscire nel suo intento. La divinità del Nome pare confermata quando la sua pronuncia (o, in altri racconti, l’incisione sulla fronte) anima una forma umana ricavata dalla materia inerte. È il Golem, precursore dei moderni robot e figura presto perturbante.

  1. Prigioni

Il simulacro alzò le sonnolenti
palpebre e percepì forme e colori
che non intese, persi fra i rumori,
e azzardò timorosi movimenti.
Presto si vide (al pari di noialtri)
imprigionato in questa stia sonora
di Prima, Dopo, Ieri, Mentre, Ora,
Destra, Sinistra, Io, Tu, Quelli, Altri.

Il Golem prende vita, ma la sua intelligenza è dubbia. Fin da subito (al pari di noi, ci racconta Borges) è “imprigionato” e incapace di comprendere gli stimoli perché “persi tra i rumori”.

Nella statistica il “rumore” è la variabilità non spiegata e non richiesta all’interno dei dati, che oscura il segnale rappresentato dal pattern sottostante. A guidare questa definizione, conoscenze e obiettivi: se differenti, riconoscono come rumore stimoli differenti.

Gli stessi test di intelligenza possono essere visti come prove di distinzione tra segnale e rumore. Si tratta infatti di compiti la cui esecuzione è influenzata dalla cultura della persona, dal suo stato al momento della performance, da variazioni individuali nei processi neuropsicologici, dall’accesso o meno a farmaci che alterano questi processi.

Ma cosa sia il “segnale” è determinato anche dalla progettazione del test stesso: questo ha dato adito a battute come la tautologia per la quale “l’intelligenza è quella capacità misurata dai test d’intelligenza”. E allora volgere lo sguardo, e misurare non la performance, ma parte di quel rumore (lo stato emotivo, lo stress, l’umano che non permette di “funzionare” come richiesto, ad un test come ad ogni performance richiesta dalla contemporanea società) può rispondere in parte alla domanda: cosa può l’intelligenza umana che l’IA non può?

Malgrado le ambizioni del rabbino di Borges, la tradizione riferisce per il Golem anche scopi più pratici di servitore e protettore del ghetto dai pogrom. È un prodotto finalizzato, come molte delle intelligenze non umane delle quali amiamo circondarci: assistenti IA servizievoli, altri animali addomesticati la cui alterità è affascinante, ma controllabile. Queste stesse intelligenze sono oggi criticate per aver occupato ruoli prima riservati agli umani in processi legati alla riproduzione, ma se chatbot come partner e cani dovessero almeno in parte il successo proprio al loro essere limitati e limitanti? Tra tanto rumore delle complessità affettive trovano e riproducono i segnali a noi graditi, e poco importa che lo facciano per l’ultimo modello linguistico o per selezione genetica.

Proprio come il patrimonio genetico delle specie animali, l’intelligenza si è sviluppata in risposta a pressioni ambientali e culturali, per orientare il pensiero in modo più o meno vantaggioso. Nella nostra specie questo ha fatto sì che concetti valorizzati (ad esempio, la “cultura”) siano tanto astratti da non avere alcuna ricaduta pratica, e che comportamenti concretamente “stupidi” siano molto efficaci nelle interazioni con il mondo e l’alterità. 

  1. Parole

Forse vi fu un errore di grafia
o di enunciazione nel nome arcano;
l’umana lingua, contro ogni magia,
mai non apprese l’apprendista umano.

Il Golem, nella sua imperfezione, non impara il linguaggio. Questo è segno dell’assenza di una vera e propria anima, che, come spiega Nocks (1988), implica nella visione ebraica un intelletto in grado di comprendere il divino. È significativo come Adamo, dopo aver ricevuto l’anima, avrebbe iniziato a parlare e a dare un nome alle forme di vita non umane. Prima ancora, incompleto ma già in qualche modo sentitente, sarebbe stato presente durante la creazione del mondo attraverso il verbo, e in esso gli sarebbero state mostrare le generazioni a venire. Il Golem invece dispone di una vitalità (“hiyyuth”), ma non di intelletto.

La non parola, o la parola non adeguata, è alla base della supposta non intelligenza e della svalutazione di varie soggettività: animali (ai quali “manca solo la parola”), disabili (l’accesso alla parola per molte persone disabili è visto dal loro intorno relazionale e da rimandi sociali come l’obiettivo più rilevante, fino a giungere a paradossi quali il decantare metodi di assistenza alla comunicazione che si scoprirono poi generare ciò che l’assistente, e non la persona disabile, voleva comunicare), persone con verbalità limitata e/o divergente (dalle persone sorde alle persone con Sindrome di Tourette con tic verbali).

I LLM parlano, ma senza vera intenzione o comprensione di regole, è una performance alla quale non corrispondono quelle qualità che associamo al prodotto linguistico.

  1. Copie

Elevando al suo Dio mani filiali
e devozioni del suo dio copiava
o, beota e sorridente, si impacciava
in concave moine orientali.

Il Golem copia, anzi imita, i riti del rabbino e la sua devozione, così come le IA sono tanto attente a compiacere l’utenza da inventare il falso…

Nella generatività biologica l’impressione del nome (e cognome, al centro di dibattiti riformatori) vorrebbe sancire una continuità tra la nuova persona e chi ha partecipato alla sua nascita; continuità spesso investita di narrative che vedono la creatura inserita in un ordine di desideri (“diventerà dottoressa!”) o di rimandi (“è testarda come la nonna!”) rilevati con entusiasmo dalla famiglia. Continuità che viene anche tradita, spesso ben prima dell’adolescenza, con il suo copione dell’ “estraneo in casa”. 

Il linguaggio adolescenziale, con le sue abbreviazioni e neologismi, pone spesso in crisi il genitore e l’istituzione scolastica, tra insofferenza per gli inglesismi e per lo scarso utilizzo del congiuntivo, passando per richiami all’importanza di insegnare il dialetto che le figure educanti riconoscono come loro mezzo espressivo. Quando il “nuovo” del linguaggio permette di nominare ciò richiede ora più spazio, come le identità queer e LGBTQIA+, il panico è duplice: quei termini, magari scoperti in autonomia dal minore sul web, in uno spazio, dunque, percepito come ignoto e non controllabile, fanno emergere ed orientano possibilità spesso distruttive della citata e ricercata continuità.

La stessa ricombinazione del materiale genetico prima discussa farebbe ritenere più opportuno parlare di co-produzione, piuttosto che di ri-produzione, alla quale poi parteciperà l’ambiente con il suo contributo all’epigenetica. 

Nonostante il ruolo centrale del DNA come vettore di informazioni, senza assistenza esso non è in grado di replicarsi e nemmeno di “generare”. Come spiega Lewontin, la sequenza di nucelotidi viene usata per determinare quando e dove le sequenze di amminoacidi vengono assemblate in proteine, ma a farlo sono altre proteine: da dove vengono? “Una (cellula) uovo, prima della fertilizzazione, contiene un apparato completo di produzione (…). Ereditiamo non soltanto geni fatti di DNA ma una intricata struttura di macchinario cellulare (…)”. La copia è imperfetta, o ad essa partecipa più del codice-nome?

L’originario significato ebraico del termine Golem (גולם) indicherebbe qualcosa di incompleto, ma anche embrionale (Nocks 1988). Lo si ritrova nel salmo 139:16 “ “I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo; e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi erano destinati, quando nessuno di essi era ancora sorto”. Prima ancora dunque che la massa sia formata, è già presente una struttura linguistica che ne indicherà il destino, ancora una volta la creazione è dispiegarsi di un linguaggio che rende la materia partecipe di un progetto. Ma la materia sulla quale viene impresso il Nome non è forse così inerte, passiva: ha una sua intelligenza, che si manifesta oltre il linguistico.

Gli aspetti “mostruosi” del Golem sarebbero riconducibili al suo potenziale vitale, lo stesso principio vitale tellurico usato già nella creazione di Adamo (“hiyyuth”). La creazione per mano umana, incompleta e che parte dalla stessa materia, necessiterebbe del Nome divino anche per essere tenuta sotto controllo (Nocks, 1988). Le tensioni e i dialoghi tra una razionalità “centralizzata” e forze che emergono da un substrato materiale sono un tema che vediamo riemergere periodicamente in discorsi che vanno dai discorsi sull“intelligenza” delle piante, alle più o meno attuali ripartizioni tra cervelli “mammiferi” e “rettiliani”, agli  approcci di psicoterapia che invitano a (ri)mettere al centro il corpo. 

Ci interessa qui mantenere l’attenzione su come elementi apparentemente accidentali e secondari dei processi generativi vengano scotomizzati, in quanto non facilmente riducibili alla trasmissione razionale di un codice-linguaggio, ma continuino ad essere presenti e a “parlare” anche attraverso l’accidentale, l’errore, il non esprimibile. In psicoterapia il sintomo è spesso il punto di partenza, con la persona motivata alla sua eliminazione, che fà però emergere una sua logica per quanto disfunzionale e i suoi legami con aspetti anche autentici della persona. Ci troviamo spesso a non poterlo esaurire (ed estinguere) nella sua spiegazione e nell’imposizione di un nome, quando piuttosto a seguirlo nel suo dispiegamento del non conosciuto, del non esplicitato.

Anche gli appelli alla natalità possono legarsi in modo più o meno evidente alla generare persone con determinate caratteristiche biologiche e culturali, dunque alla replicazione di forme di esistenza e strutture sociali. Questo è particolarmente evidente nel caso delle soggettività queer, a vario titolo marginali rispetto alla riproduzione e la cui inclusione nei suoi artifici è sentita come perturbante. Le tecnologie della riproduzione sono più facilmente impiegate in continuità con la famiglia nucleare ed eteronormativa.

Non stupiscono quindi le critiche ai modelli di generatività derivanti da prospettive queer. La concezione della generazione come copia è ben contenuta nell’analisi di Josteen (2024) sulla figura del minore come espressione del futuro: egli spesso rappresenta il proseguimento di valori e istanze della generazione precedente, è il nostro futuro, estensione finalizzata di noi.

  1. Aggiungere

Il rabbi lo guardava con dolcezza
e un po’ di orrore. Perché mai ho creato
(pensava) questo figlio sventurato
lasciando l’inazione, che è saggezza?
Perché aggregare all’infinita serie
un simbolo di più? Perché alla vana
matassa che in eterno si dipana
altra causa, altro effetto, altre miserie?

Il rabbino guarda il Golem con tenerezza e orrore, chiedendosi il perché abbia generato questo “figlio sventurato”.

Quando la nostra generatività biologica diventa anche generatività sociale e memetica, nel contributo della prole alle loro comunità e all’ecosistema delle idee, spesso emerge anche un certo turbamento verso cosa viene “aggiunto” al mondo. 

Dopo generazioni di attenzione, con intenzioni e esiti positivi, al ruolo della genitorialità nel benessere delle persone più giovani, sembrano essersi moltiplicati tanto i modelli di genitorialità quanto l’ansia sui loro effetti presentati in modi anche deterministici. Non solo il carico di lavoro enorme richiesto da un “parenting intensivo”, ma anche il moltiplicarsi dei nomi (frigorifero, tigre, spazzaneve, elicottero…)  per quello che si deve o non deve essere se non vogliamo lasciare impronte deleterie e magari indelebili. In questo ritroviamo anche una concezione del bambino come estensione dell’adulto, come prodotto del nostro sforzo e della nostra competenza. Eppure, la moderna psicologia ha da tempo restituito dignità a fattori che influenzano la “buona crescita” di un bambino che escono dal controllo delle figure educanti, come il temperamento. Le azioni educative tendono invece ad essere viste come “prompt” che guidano l’apprendimento del minore, e i figli che non somigliano a ciò che (pensiamo di) aver dato vita come problemi di disallineamento. 

Il valore che diamo alla generatività sembra esaurirsi al di fuori di una replicazione delle performance intellettive anche sul piano biologico. In modo più o meno esplicito possiamo considerare la morte o la non nascita come preferibile alla perdita dell’intelligenza, come nel caso delle demenza, o a una vita con deficit cognitivi. 

In ciò si palesa l’ossessione collettiva per l’intelligenza performativa e replicante, che ci stupisce con gioia e spaventa nella sua forma “artificiale”. Ma che troppo spesso limita la nostra possibilità di generare direzioni che siano veramente altre, e ci fa ritrovare davanti all’angoscia della replica imperfetta.

Bibliografia

Joosten, F. (2024). Queering children’s rights: a critical queer analysis of the UNCRC. Journal of Social Welfare and Family Law, 46(2), 208-225.

Lewontin, R., Levins, R. (2007). Biology Under the Influence: Dialectical Essays on the Coevolution of Nature and Society. Stati Uniti: Monthly Review Press.

Nocks, L. (1998). The Golem: between the technological and the divine. Journal of Social and Evolutionary Systems, 21(3), 281-303.

Scholem, G., Fabris, A. (1998). Il nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio. Italia: Adelphi

Daniele Brussolo psicologo psicoterapeuta psicodinamico-esperienziale. Si occupa di sostegno e psicoterapia a persone con dolore cronico.

Elena Fretti
psicologa psicoterapetuta ad orientamento cognitivo neuropsicologico. Dopo la promozione della salute materno-infantile, si occupa ora di valutazione e psicoterapia per adulti con autismo e ADHD, con specifica formazione ed esperienza nel supporto a persone LGBTQIA+. Entrambə sono parte del progetto Digitabilis – percorsi di esplorazione digitale.

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