Dove l'acqua scopre le radici

Le alluvioni che che hanno colpito i territori emiliano-romagnoli come frattura collettiva e personale. Tra paesaggi trasformati, memoria contadina e consapevolezze nuove, l’acqua rivela ciò che è stato nascosto: la fatica, la trascuratezza, ma anche la possibilità di uno sguardo diverso. Un racconto che intreccia radici antiche e voce contemporanea, per restituire alla terra il suo linguaggio — e, a chi l’abita, il dovere di ascoltarla.

esondazione fiume tassone- bologna
La rottura dell’argine del canale Tassone (Fonte RaiNews)

Nella prima metà di maggio 2023, due alluvioni ravvicinate hanno sommerso gran parte della Romagna e vaste aree dell’Emilia, lasciandosi dietro una scia di distruzione e ferite ancora aperte nel corpo e nella memoria delle comunità. All’epoca vennero raccontate come eventi eccezionali, irripetibili. Ma nei mesi di settembre e ottobre 2024 il territorio è stato colpito nuovamente: nuove esondazioni, nuovi argini crollati, ancora paesi interi sommersi dal fango e frane in collina. E un’altra vittima si è aggiunta alle diciassette del maggio precedente.

Il “new normal”

Tra l’1 e il 17 maggio 2023 sono caduti oltre 250 millimetri di pioggia in pochi giorni — più del triplo della media storica del periodo. Ventitré corsi d’acqua esondati, oltre 65.000 frane sull’Appennino, circa 540 chilometri quadrati di territorio finiti sott’acqua. L’anno successivo, il 18 settembre 2024, la stazione di San Cassiano sul Lamone ha rilevato 360 millimetri di pioggia in 24 ore: un nuovo record (1). Nell’arco di diciassette mesi, piogge estreme, suoli saturi, fiumi trascurati e infrastrutture inadeguate hanno generato un ciclo di crisi che ha smantellato ogni illusione di controllo. L’eccezionalità, da allora, ha assunto la forma di una nuova regolarità.

Le radici che non abbiamo ascoltato

E ogni volta, nessuno è stato davvero pronto. Né la prima, né la seconda, né la terza. Per troppo tempo abbiamo creduto di abitare una terra sicura, stabile, sotto il nostro controllo.

Eppure c’è chi, un tempo, ha conosciuto bene la natura profonda di queste terre. I nostri anziani, ancor più quelli cresciuti nelle famiglie mezzadre — ricche solo di fatica e povere di sicurezza — sapevano che questa è una terra difficile, che non si comanda e non si lusinga: si rispetta. Nati nel ritmo lento delle stagioni, avevano imparato che la terra è viva. E che ogni vita, per durare, ha bisogno di cura, dedizione, fatica quotidiana. Con il tempo anche loro, in parte, si sono allontanati da questa conoscenza. Ma sotto l’oblio è rimasta intatta una verità antica: la terra, corpo vivente, sente. Trattiene. Cede. E alla fine restituisce tutto — anche ciò che non ha mai ricevuto.

La favola del progresso

Per decenni, in Emilia-Romagna ci siamo raccontati una favola: che il progresso servisse a farci dimenticare la natura forte e aspra di queste terre. Che bastasse tombinare, incanalare, cementificare per neutralizzare la fatica atavica e garantirci sicurezza.

Abbiamo sigillato le pianure con l’asfalto dei centri commerciali e delle zone artigianali, che oggi si spalancano vuoti, asfittici, disabitati. Questo è uno dei territori più cementificati d’Italia. In soli vent’anni, l’Emilia-Romagna ha perso oltre 43.000 ettari di suolo agricolo, mentre ci raccontavamo che la sicurezza fosse una questione di impegno, strategia e calcestruzzo (2).

Abbiamo abbandonato i fiumi all’incuria, pensando di compensare la cementificazione con folte foreste fluviali che bloccano il passaggio delle piene. Così, l’incuria è diventata progetto. Ogni campo sacrificato, un rendering da social sul progresso. Ogni chilometro di asfalto e cemento, un piano di riqualificazione. Ogni argine abbandonato, una strategia green.

Ma la terra non dimentica. E l’acqua, quando arriva, non chiede permesso e fa emergere la realtà.

Fratture e consapevolezze

Tre alluvioni distruttive in due anni hanno scardinato un’idea che sembrava intoccabile: quella di una regione efficiente, moderna, capace di gestire ogni rischio. E insieme al paesaggio, sono state travolte anche le nostre storie personali. Oltre 23.000 famiglie hanno visto svanire i propri riferimenti. I danni stimati superano i nove miliardi di euro (3). Ma la frattura più profonda si è aperta dentro: un senso di smarrimento, la consapevolezza che tutto ciò che pensavamo solido poteva crollare.

Non è stato solo un lutto materiale. È stata una frattura interiore, una crepa. E attraverso questa crepa è filtrata una coscienza nuova.

Abbiamo creduto di poterci prendere tutto senza restituire nulla, che la cura fosse un gesto accessorio e non un dovere quotidiano. Ma abbiamo capito che non funziona così. Non basta chiamare un posto “Food Valley” per salvarlo dalla fame vera: quella di senso, di rispetto, di legami autentici. Non basta riempirlo di marchi, etichette, storytelling, se poi lo ricopri di cemento, gli sottrai la terra fertile e lasci che i fiumi asfissino dentro agli argini trascurati.

Oggi ci muoviamo in paesaggi che conoscevamo a memoria, ma che ora ci sembrano diversi. È il nostro sguardo a essere cambiato. Torniamo a vedere i fossi come arterie da rispettare, non come brutture da cancellare alla vista. Gli intonaci gonfi d’acqua, ancora visibili, ci ricordano quante volte abbiamo pensato che il progresso fosse sigillare i campi per farne parchi fotovoltaici.

Le rovine come soglia

Le macerie delle alluvioni sono soglie: tra ciò che abbiamo tradito e ciò che possiamo ancora salvare. Dopo maggio 2023, dai quasi cento comitati di cittadini alluvionati si sono alzate migliaia di voci con una consapevolezza comune: questa terra chiede di essere ascoltata, abitata con responsabilità. Perché la terra senza di noi vive, ma noi senza la terra no. Quelle voci, sparse come semi, oggi chiedono di smettere col racconto falsato di una terra facile e inerme. Chiedono che si finisca con le illusioni di oasi climatiche fatte di alberi in vaso e panchine intelligenti. E che si torni a ciò che davvero conta: togliere asfalto, lasciare che il suolo respiri, creare una presenza responsabile. La sicurezza non si promette: si costruisce. E lo si fa accogliendo la realtà, non coprendola di cosmetici urbani.

La voce della terra

C’era una frase che tornava spesso nei racconti dei vecchi mezzadri: “La terra non è nostra”. Noi possediamo solo la fatica con cui la lavoriamo. E restiamo sempre debitori.” Lo dicevano senza retorica, con la voce calma di chi si sentiva parte ausiliaria, non padrone.

Quella saggezza, che attraversa culture e secoli, oggi ci interroga. Non ci chiede di tornare indietro, ma di guardare in faccia ciò che il passato sa e il presente ha voluto negare. Di abitare davvero queste terre, non l’immagine che ci siamo costruiti. Perché la terra — come una madre — non vuole essere idealizzata. Vuole essere riconosciuta. Nella sua durezza. Nel suo linguaggio essenziale. Che continua a parlarci, anche quando fingiamo di non sentire.

Fonti e riferimenti

IRPI-CNR – “Due ulteriori alluvioni nel 2024” (https://polaris.irpi.cnr.it/emilia-romagna-due-ulteriori-alluvioni-nel-2024/)

ISPRA – “Presentazione Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” (https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/eventi/2023/10/presentazione-rapporto-201cconsumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici201d)

Regione Emilia-Romagna – “Post-alluvione, contributo di primo sostegno: erogati 100 milioni di euro a 20mila famiglie colpite” (https://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2024/marzo/ricostruzione-postalluvione-contributo-di-primo-sostegno-erogati-100-milioni-di-euro-a-piu-di-20mila-famiglie-colpite) 

NOTE

1.  Informazioni tratte dal portale Polaris dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI-CNR), che documenta in modo dettagliato gli eventi di dissesto idrogeologico sul territorio nazionale.
Fonte: Polaris IRPI-CNR, “Emilia-Romagna: due ulteriori alluvioni nel 2024”, disponibile all’indirizzo: https://polaris.irpi.cnr.it/emilia-romagna-due-ulteriori-alluvioni-nel-2024/ (ultimo accesso: luglio 2025).

2. Dal 2006 al 2022, l’Emilia-Romagna ha perso oltre 43.000 ettari di suolo agricolo, diventando una delle regioni più cementificate d’Italia, con una media di 9,5% di suolo consumato (contro il 7,1% nazionale). Fonte: ISPRA, Rapporto sul Consumo di Suolo 2023, disponibile all’indirizzo: https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/eventi/2023/10/presentazione-rapporto-201cconsumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici201d

3. Secondo i dati diffusi dalla Regione Emilia-Romagna, le alluvioni del 2023 hanno colpito oltre 20.000 famiglie, causato danni stimati per circa 8,5 miliardi di euro e compromesso infrastrutture, attività economiche e reti produttive.
Fonte: Regione Emilia-Romagna, “Ricostruzione post alluvione: contributo di primo sostegno, erogati 100 milioni di euro a più di 20mila famiglie colpite”, disponibile all’indirizzo: https://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2024/marzo/ricostruzione-postalluvione-contributo-di-primo-sostegno-erogati-100-milioni-di-euro-a-piu-di-20mila-famiglie-colpite (ultimo accesso: luglio 2025).

Elena Resta è narratrice, copywriter e storyteller territoriale. Vive e lavora in Romagna, dove racconta identità locali, memorie collettive e storie di comunità. Si occupa di comunicazione civile e narrazione sociale, con attenzione alle fragilità ambientali e al legame tra paesaggio e senso di appartenenza. Ha avuto diverse esperienze all’estero, che le hanno affinato lo sguardo e rafforzato il bisogno di raccontare i margini, là dove spesso tutto comincia.

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