Identità liquide: una breve riflessione critica sulle identità postcoloniali

Quando Zygmunt Bauman ha introdotto l’idea di modernità liquida, ha dato voce a una sensazione diffusa: viviamo in un’epoca in cui tutto sembra scivolare via. I legami sociali si indeboliscono, le istituzioni perdono stabilità e persino l’identità individuale appare frammentata e instabile. Ma davvero tutte le identità si sciolgono allo stesso modo? E soprattutto: chi ha davvero il privilegio di fluire liberamente?

Foto di Levi Meir Clancy

 

Durante un incontro organizzato da Diari Multimediali Migranti (DiMMi) (1), un progetto che raccoglie le voci di persone con esperienze migratorie, un’attivista afrodiscendente ha descritto la propria soggettività non come qualcosa di sfuggente, ma come un intreccio complesso di memorie, sguardi incrociati e rapporti di potere. La sua testimonianza mette in discussione l’universalità della metafora di Bauman: dietro la fluidità esistono ancora radici profonde, come la storia coloniale, le gerarchie razziali e di genere, e le tracce di violenze collettive che continuano a segnare i corpi e le coscienze. In questo racconto emerge un ascolto attivo, politico, inteso non come passività ma come pratica relazionale e trasformativa. Non è il segno di un’identità priva di forma, ma di una soggettività che si costruisce nel confronto, nella memoria e nel riconoscimento reciproco. È un modo per affermare che le identità non si dissolvono nella liquidità, ma si modellano attraverso traumi storici, resistenze e legami. E che dietro ogni pretesa di universalità, c’è sempre una posizione da interrogare. Riconosciamo in Bauman un merito fondamentale: quello di evocare l’instabilità strutturale, la crisi dei progetti condivisi e la sensazione di un futuro sempre più incerto. Tuttavia, se riduciamo questa immagine a una verità universale, rischiamo di perdere di vista aspetti cruciali, come ben mostra la testimonianza raccolta da DiMMi. L’idea che la costruzione del sé sia una responsabilità esclusiva dell’individuo, con la conseguente perdita di un orientamento verso uno scopo preciso, ignora che molte persone soprattutto nei contesti postcoloniali si definiscono attraverso memorie collettive e pratiche di resistenza. Le identità postcoloniali non sono libere di fluttuare in un ventaglio di opzioni senza vincoli, sono invece segnate da eredità storiche che guidano desideri, plasmano azioni e tracciano confini.

Le riflessioni di Stuart Hall assumono un ruolo fondamentale in questa discussione. A differenza di Zygmunt Bauman, Hall non vede la “liquidità” come una condizione valida per tutti. Anche per lui l’identità è un processo dinamico che si costruisce nel tempo, fatto di memorie, influenze e rappresentazioni. A pesare, però, è soprattutto lo sguardo occidentale, che ha spesso raccontato gli “altri” come primitivi o inferiori. Se per Bauman l’instabilità dell’identità è una condizione diffusa nella società contemporanea, chiamata a ridefinirsi continuamente in un mondo privo di regole fisse, per Hall la questione è più complessa. Chi vive un’identità postcoloniale non percepisce questa instabilità come una libertà di scelta, ma come l’effetto di uno sguardo esterno che continua a definire il proprio sé in modo asimmetrico. Comprendere cosa significa vivere un’identità diasporica, ad esempio, significa allora riconoscere quanto le narrazioni dominanti influenzino le possibilità di espressione di molte soggettività. Quella che spesso viene presentata come una “liquidità” neutra e universale rischia, in realtà, di nascondere rapporti di potere molto precisi. Dentro la tensione tra il mito della modernità liquida e la realtà vissuta delle identità postcoloniali affiora tutta la fragilità della visione proposta da Bauman. L’idea di poter essere “a casa ovunque” ignora le barriere simboliche e materiali che continuano a segnare corpi e relazioni. Chi ha un aspetto percepito come “altro” non gode dello stesso privilegio di muoversi liberamente o di passare inosservato. Anche senza attraversare confini, il solo aspetto fisico può bastare a far sentire una persona come straniera nel proprio stesso spazio. È una dimostrazione evidente di come lo sguardo moderno, pur proclamandosi fluido, finisca spesso per irrigidire le differenze, trasformandole in identità fisse. La libertà di movimento e l’accesso alle risorse non sono mai dati universali, ma esiti di storie lunghe, segnate dal colonialismo, dal neocolonialismo e da forme persistenti di esclusione strutturale. L’illusione di una “casa ovunque”, se proiettata sugli altri senza fare i conti con le disuguaglianze che li attraversano, rischia di alimentare nuovi stereotipi, nuove forme di razzismo e nuove violenze. In questo modo, la metafora della fluidità, se non è accompagnata da uno sguardo critico sulle disuguaglianze storiche, finisce per escludere proprio coloro che promette di liberare. Per questo diventa fondamentale affiancare alla metafora della liquidità quella della liminalità. Così come l’ha formulata l’antropologo Victor Turner, la liminalità è una soglia, uno spazio di transizione in cui le certezze si sfaldano e nuove possibilità prendono forma. Non si tratta di tornare a identità rigide o a radici immutabili, ma di riconoscere il potenziale politico di quello spazio sospeso, dove si intrecciano memorie condivise, pratiche di resistenza e immaginari collettivi. È proprio qui che si apre uno spazio per rileggere l’identità postcoloniale come esperienza liminale: un’identità che non si perde nella corrente della fluidità, ma che prende forma nel dialogo, nella memoria condivisa, nell’incontro con chi porta sulle spalle traiettorie simili. Non si tratta di appartenenze imposte, ma di legami cercati, costruiti passo dopo passo con un’attenzione al passato. È in questo movimento che nascono nuove connessioni, nuovi orientamenti, nuove possibilità di appartenenza. Questa prospettiva non nega il valore del contributo di Bauman nella lettura dell’instabilità contemporanea, ma ne ridimensiona la pretesa di universalità. Apre invece uno sguardo più consapevole, radicato nelle genealogie storiche e nelle tensioni ancora vive tra potere e riconoscimento. Per raccontare davvero la complessità delle identità oggi, occorre allora superare l’idea di una fluidità neutra e disincarnata. Serve uno sguardo che tenga conto delle disuguaglianze strutturali, delle storie taciute e delle resistenze quotidiane che abitano le soggettività postcoloniali. Solo così potremo restituire una narrazione più giusta, più concreta e più vicina alla realtà.

  1. https://www.dimmidistoriemigranti.it/

Matteo Rosadi studia Sociologia e Ricerca Sociale in un programma di doppio titolo tra l’Università di Firenze e la Charles University di Praga. I suoi interessi includono la teoria postcoloniale, i movimenti millenaristici, le narrazioni e i diari globali, con particolare attenzione ai legami tra gli immaginari storici e i fenomeni identitari contemporanei. Grazie al progetto DiMMi – Diari Multimediali Migranti si è avvicinato al tema della migrazione e della memoria.

Ricevi Krill Magazine via mail in anteprima

Lascia la tua mail per ricevere Krill Magazine in anterprima  e per conoscere tutti i dettagli del progetto