Il diavolo e l'acqua santa

il diavolo e l'acqua santa - krill magazine

Dahlia passeggia per l’appartamento con il cellulare rosa premuto contro un orecchio. Attorciglia e rilascia un nodo sul davanti della maglietta dei Nirvana, sopra le mutandine nere.
Tenendo il telefono contro una spalla, si accende una Camel – voluttuose spirali di fumo azzurro, cerchi perfetti dalla bocca.
Studia il calendario appeso in cucina e propone: «Ti regalerò un venerdì.»
Dorian, dall’altra parte, sospira: «Ok, baby. Ci vediamo da Starbucks alle 5 p.m.»

La settimana si srotola incolore. Lei passa le notti a scrivere recensioni di libri e film per la rivista online “Plancton” – guadagna abbastanza per vivere: piccolo monolocale, poco cibo, tante sigarette.

Dahlia prova il brivido avventuroso di mangiare una mela fuji senza pesarla.
«Quando sei triste, devi mangiare una mela.» le aveva detto una sera Belial  «La devi mangiare tutta, anche il torsolo.»
E lei in quel momento sente qualcosa che non sa definire: vedere Dorian la riempie di terrore ed euforia. È una sensazione simile a quando metti le dita nella presa elettrica. 
Ogni tanto lo fa – sentire la corrente che le sbalza nelle vene. Lo fa solo per sperimentare davvero qualcosa; per citare uno dei suoi film preferiti: “Un’esperienza di quasi-vita”.
Si alza quando il sole è già allo zenith e si prepara un Nescafé dolcificato con il miele, pensando al “paradiso dei bambini che dormono con le api che girano sopra” di Isabella Santacroce; pensa a Toy che spacca il vetro con la testa e, per affinità letteraria, picchia anche lei la tempia contro la finestra. Guarda fuori, nel mezzogiorno di sole infuocato: le persone sul marciapiede sono uno sciame senza cerimoniali, unito momentaneamente dal flusso dei semafori che emettono in continuazione un bip stridulo – cicaleccio di insetti meccanici.
Dosa il nettare ambrato con una piccola spatolina di legno comprata in uno splendente non-luogo scandinavo. Ama quel mondo a parte con le sue immaginarie stanze perfette e i bagni da esposizione con il cartello: “Vietato l’uso”. 
Ci va nei giorni feriali, quando la massa di famigliole annoiate è meno opprimente.
Ogni cosa lì ha un suo centro ideale e un nome da appuntarsi con una matitina corta corta, che puoi metterti in tasca e portarti via, se ti gira – Dahia ne ha una tazza piena: le usa per disegnare scene sessuali su pregiati fogli Canson Mi-Tientes poi, quando esce e cammina per la città, attacca le sue lussuriose opere d’arte nei sottopassaggi e negli androni, per lo sguardo concupiscente di bambini scafati e vecchi ormai trapassati e remoti.
È stata all’Ikea di recente. Non cercava nulla se non Belial.

Lo aveva conosciuto in un pigro giorno di primavera. Stava seduto su un divano Ektorp verde chiaro, una coperta Trolldom sulle lunghe gambe affusolate, in mano un fiore di lycoris radiata in pendant coi suoi capelli di un rosso impossibile; magnetici occhi viola-Liz Taylor e delle ali nere da farfalla che spuntavano dalle casacca scura.
Dahlia aveva chiesto stupidamente: «Lavori qui?» anche se il ragazzo non indossava la consueta divisa giallo-blu e aveva otto dita ornate da anelli d’argento e opale.
Lo aveva domandato perché lui era a suo agio come se fosse nato lì, e a ben pensare, il suo sorriso aveva una rilassatezza e una malizia diversa dalle espressioni stereotipate degli altri dipendenti del grande magazzino.
«Io qui ci vivo.»
«Come scusa?»
«In effetti, sono nato qui» come se le avesse letto nel pensiero. «Non saprei dove altro andare.»
«Sono nato dall’accoppiamento tra una lampada Barlast e una tazza Kejserling.»
Dahlia, che ha studiato scandinavistica all’università, si immagina un’imperatrice trattenuta sul fondo del lago da una zavorra.
La triste fine romantica di una donna carica di rimpianti.
«Sei un senzatetto?» 
«No, non capisci. Sono stato generato dall’aura degli oggetti. Sono il prodotto del consumismo.»
Dahlia era confusa: «Ne esistono altri?»
«Noi sorgiamo in tutti quei luoghi dove le persone si affollano senza toccarsi, per questo io ti corromperò. Vieni a sederti vicino a me. Sembri stanca da tanto vagare. Questi corridoi circolari possono confondere. È un labirinto: il percorso prestabilito non è il solo possibile, e non è nemmeno troppo sicuro.»
Dahlia aveva esitato. 
«Avanti, dai» Belial aveva battuto lievemente con una mano sul posto accanto a sé «Non mordo… per ora.»
Lei era un po’ a disagio: lo sconosciuto era talmente bello da ferire.
Alla fine, si era accomodata e lui sussurrando aveva detto: «Io distruggerò la tua mente.»
Dahlia aveva riconosciuto la citazione cinematografica tratta da “Velvet Goldmine” – un altro dei suoi film preferiti – e le era parso per la prima volta di essere in uno spazio tranquillo. Loro due erano in una bolla, del tutto indifferenti alle donne che passavano entusiaste con i carrelli carichi, seguite da mariti esausti.
Esistevano in una dimensione separata, in cui finalmente c’era ossigeno e si poteva stare a galla.
«Come ti chiami?» il ragazzo non aveva una targhetta identificativa, a differenza di tutto il resto lì dentro – e anche per questo sfuggiva in qualche modo al centro gravitazionale generato dalla certezza della nomenclatura.
«Alcuni mi chiamano Belial, ma chiamami come più ti aggrada.»
«Belial è un nome cazzuto» Dahlia aveva risposto parafrasando la famosa battuta di “Léon”.
«È dell’antico inframondo. Suppongo che non si adatti alle categorie moderne, o a quello che in effetti io sono, ma chi se ne importa: la modernità non è che uno iato, un soffio nell’eternità.»
La turbava e la seduceva la sua maniera forbita di parlare.
Lui aveva mormorato: «Sii sincera: dimmi cosa vuoi e te la darò… senza riserve.»
Lei avrebbe desiderato baciarlo, perché Belial aveva labbra di fragola, ma non aveva aperto bocca.
«Non ti vergognare. Nessuno ci vede. Fai finta che siamo solo io e te; che siamo invisibili.» Si era avvicinato.
Labbra contro labbra. Lentamente dischiuse. Le loro lingue, come una danza. In sottofondo “Just Like Heaven” dei Cure: “Tu / Delicata e sola / Tu / Perduta e sola / Tu / Strana come gli angeli / Che ballano negli oceani più profondi /  Vorticando in acqua.  / Tu sei solo un sogno.”

Giovedì  lo cerca  tra i salotti, i vasi e i punti luce. Deve sfuggire alla sensazione di confusione per la consapevolezza che avrebbe visto Dorian il giorno dopo le procura.
Lui, puro e incontaminato, lontano da tutto: capelli bianchi e occhi grigi – perfetto albino – Diane Arbus. Si può dire che il loro sia più che amore – amicizia adamantina, brillante come un diamante. 
Con lui Dahlia può parlare allegramente, eppure si sente sporca, perché vorrebbe qualcosa di più; qualcosa che Belial (il carnale Belial) può darle.
Ma il demone-farfalla-pazza non è da nessuna parte. 
A un certo punto, Dahlia si mette a girare e girare su se stessa in mezzo al settore “Cucine”.
Vola libera e perde i sensi.

Si sveglia stesa su un morbido sofà. Belial è chino su di lei. 
«Cos’è successo?»
«Sei planata dai Cieli e sei svenuta danzando.»
Dahlia sente il calore del corpo di lui che la scalda, a pochi centimetri. Tenta di mettere un freno ai suoi pensieri, ricordando la strana dote telepatica della creatura, che infatti sogghigna: «Non ti preoccupare.»
Le sussurra all’orecchio: «Passa la notte qui. Quando non c’è nessuno…»
Lei avvampa – È così lampante? – ma suo malgrado annuisce al suo magnetismo .
Trascorrono le ore e le luci si affievoliscono fino a sembrare solo minuscole lucciole, o fuochi fatui. 
Belial fa un cenno con la mano e musica-Marilyn Manson sgorga dalla filodiffusione. Le parole dicono: “Tu dici solo che mi vuoi quando sono sottosopra, sottosopra / Dici solo che mi vuoi quando sono sottosopra, sottosopra.” – pesante industrial romantico.
Il Paradiso, l’Inferno, il Sottosopra: tutto si mescola in un’unica sinfonia che pare definire quell’essere e le sue molte declinazioni, le sue molte inclinazioni, il suo passato millenario e molteplice.
Dahlia si ritrova stesa su un letto Slattum con materasso king size, mentre Belial si sfila la casacca sciogliendo il fiocco alla gola, poi armeggia con i pantaloni di pelle, che sono attillati sulle gambe lunghe e affusolate.
«Io… posso?» chiede Dahlia con voce vibrante, tremando. Belial sorride malizioso.
Lei slaccia il bottone accarezzando il satin viola dei boxer sotto.
Non ha mai pensato… Ha sempre voluto…
Poi, in un movimento fluido come quello di un pesciolino, lui è sopra di lei. Ha una “R” cerchiata tatuata dietro l’orecchio, e Dahlia lo bacia.
Le ali da lepidottero fremono e loro due si trovano sospesi come in una versione dark di “Carnival Row”.
Lo spazio perde consistenza. 
Lui è cenere negli occhi della ragazza.
Purezza di sangue sparso: «Non ti fermare… Non ti fermare!»

FFW >> 

Un’idea improvvisa: «Volevo incontrarti ma non c’eri. Gli altri possono vederti?» per un attimo teme di essere diventata matta ma no, quella figura vicina a lei è troppo reale, volumetrica e… tangibile.
Belial ride più forte: «Sei il mio angelo, la mia indomabile fata. Io vengo da te quando mi chiami perché tu sei diversa: tu attraversi questo brulichio  anonimo senza esserne toccata. Tuttavia io posso spostarmi solo nello spazio ristretto di questo posto, che è stato concepito per essere la mia prigione. Però mi è venuta un’idea… non so cantare ma ti ho creato una playlist. Ecco… te l’ho salvata nel telefono, così sarò con te quando camminerai per la città ascoltando musica.»
Il venerdì arriva con le sue ventiquattro ore liquide. 
Dahlia si è già cambiata quattro volte: vuole apparire impeccabile agli occhi grigi di Dorian.
E alla fine esce: pantaloni neri strappati e una t-shirt tie dye sui toni del rosa-viola. È una taglia quattordici anni ma le sta alla perfezione. Si sente in antitesi con Dorian che, sempre vestito di bianco, sembra un fantasma, un’apparizione nella luce.
Si incammina di buon passo – un’ora e mezza di strada fino allo Starbucks della stazione.
Passa la fermata degli autobus di quartiere, talmente piccoli che paiono scatolette per sardine – pensa, non per la prima volta: “Muovetevi in branco, stupidi umani non talentuosi, assiepati in una folla vociante.”
Il rettilineo sfocia in una piccola piazza, dove le donne anziane stanno sedute a spettegolare e gli uomini fissano il culo delle ragazze di passaggio. 
Ragazze come lei.
No, Dahlia è diversa, e coltiva la sua bizzarria come un fiore raro.
C’è un gruppetto di ragazzi che gioca a calcio. Dahlia prega: “Oh, Grande Demone Celeste, fa’ che non mi notino. Oh, Belial, fa’ che non mi notino!” Lei prega dèi shintoisti e non sa da quale mito provenga il suo strano amico.
Ha fatto delle ricerche: secondo internet, Belial – detto “il Malvagio” – era parte dell’antica tradizione giudaica, però le immagini spaventose che ha trovato non corrispondono ai lineamenti tentatori del ragazzo che lei ha conosciuto.
“Fa’ che non mi notino!” si preme più forte gli auricolari nelle orecchie e si immerge nella playlist composta da lui. Robert Plant canta di una signora che è certa che tutto ciò che luccica sia oro e che sta comprando una scala per il Paradiso.
Dahlia associa Dorian al Cielo e Belial agli Inferi – in fondo lui non è uno dei sette Satana, signori dei giorni?
I ragazzini la inquietano, la mettono in agitazione: ha sempre paura che la prendano in giro per la sua stranezza – una condizione di cui di solito va fiera.
Cammina a testa alta. Nella piazza c’è una piccola struttura per il book crossing. Dahlia getta appena un’occhiata e prosegue scuotendo la testa. Ci sono solo bibbie rilegate in cartoncino marrone, e lei odia il marrone.
Una volta una sua vicina di casa le aveva regalato un maglioncino color castagna per il suo compleanno: 
«Te l’ho preso perché non hai nulla di quel colore.»
Lei aveva pensato: “E ci sarà un motivo!” ma aveva risposto con un semplice, cortese: «Grazie.»
La verità è che Dahlia ha un fenotipo castano e, vestendosi di marrone, si sentirebbe una cacca di cane.
Per un po’ il suo aspetto l’ha messa in imbarazzo: occhi del colore sbagliato, capelli del colore sbagliato, troppo bassa… però almeno quest’anno è dimagrita passando da quarantadue chili a trentasette. Adesso i suoi desideri sembrano solo vagamente sbagliati.
Ma con Dorian…! Dorian no… Lui resta irraggiungibile come la cima dell’Everest per un fumatore. 
La verità è che non si era aspettata la naturalezza degli eventi con il demone dell’Ikea: è come se lui le avesse detto: «Vieni come sei.» Ed eccola nella playlist, “Come As You Are” dei Nirvana.
Allora non si è sbagliata! È come se ciascuna canzone parlasse a lei.
Un messaggio.
Una dichiarazione.
Arriva all’altezza della Vecchia Centrale Elettrica. Ha un aspetto imponente e magnifico, con i busti di grandi inventori e i loro nomi incisi sulla facciata.
Le finestre sono sbarrate e gli sbandati si intrufolano dentro di notte per sballarsi.
Lì, corpi sbracati pronti a tutto pur di dimenticare. 
Un anno prima avevano trovato Konerak Sinthasomphone morto sulla soglia, la testa reclinata da un lato come se stesse facendo uno splendido sogno – eccolo di nuovo, il paradiso dei bambini con le api che girano sopra.
Dahlia ha riflettuto varie volte sulla possibilità di drogarsi seriamente ma non ha mai provato nulla di più forte dell’erba che ogni tanto le passa Dorian. In realtà, è che ha paura di andare nei bassifondi.
I telegiornali avevano parlato del vietnamita quattordicenne: qualcuno si era masturbato sul cadavere, e questo  aveva scosso l’opinione pubblica almeno per qualche giorno, poi tutto era stato archiviato, come capitava sempre. 
Dahlia non apre più i siti di notizie: era nauseata dall’accumularsi incalcolabile di vittime senza senso.
Adesso passa davanti alla Centrale e attacca al muro uno dei suoi disegni – una fellatio sotto il busto di Tesla. 
Le piace il contrasto virtuoso tra la camera galvanica del croato e un sontuoso pompino artistico. 
Cerca nella memoria una frase dal libro di Echenoz “Lampi” e la scrive sotto con un pennarello indelebile: 
“È così, ad esempio, che è appena nata la sedia elettrica: da una contro-campagna pubblicitaria.”
La sedia elettrica è un’idea primitiva che la fa rabbrividire: le ricorda un elettroshock mortale – Hemingway, Sylvia Plath… – Paura di un istante ripetuto.
Ora sulla parete campeggia l’opera di Dahlia, perché i drogati che vegetano lì possano sentire un brivido di eccitazione lontano che li renda umani. 
Attraversa la strada e vede le vetrine illuminate del supermercato con le pubblicità di prodotti scontati. 
Lei ama i supermarket con il loro ordine precostituito, fatto apposta per spingere a consumare di più – “Cosa posso comprare? Cosa posso volere?” 
Valuta l’idea di fermarsi a fare la spesa solo per potersi ritrovare tra le pile ordinate e confortanti di peperoni rossi e meloni retati, ma ci ripensa : Latte di mandorla, fragole, tofu, fave… “Poi dovrei fare tutta la strada trasportando i sacchetti!” 
È uno di quei centri che stanno aperti tutta la notte, quindi ci andrà al ritorno – se non sarà troppo stanca.
Anche se per lo più se ne stanno seduti al bar, le uscite con Dorian la debilitano come se dovesse ogni volta correre per la maratona di New York: “È solo l’ansia da prestazione, l’apparire sempre brillante” – un po’ sopra le righe eppure misurata.
Con lui, è un continuo trovare la citazione giusta nei cassetti arrugginiti della memoria. Se Dorian fa qualcosa (leggere, guardare un film, ascoltare un nuovo gruppo), lei deve aver fatto almeno altrettanto per non sentirsi piccola e stupida.

In fondo a quel borgo di case strette, che somiglia a un isekai dei manga per quanto è dislocato, c’è una bellissima, minuscola libreria-caffetteria. Gli orologi di legno alla parete dicono: “Il Tempo non esiste”.
Adesso è all’altezza della Via dei Ciliegi.
Le dà questo nome e sogna un negozio Maxicimam al posto dello store di H&M: desidera un’enclave giapponese incastonata nella città ma in realtà è soltanto una strada con panchine per riposare sotto due rachitici alberi in fiore bevendo un bubble tea. 
Dahlia non può gustare le palline rinfrescanti, se non da Starbucks – e solo quando ha “risparmiato” abbastanza sul pranzo.
E oggi ha fatto attenzione – pesando e sottraendo – proprio per avere a disposizione le novanta calorie della versione base del Melon Pearls Refresha. 
Immagina Dorian davanti a lei con un cold brew; si immagina a giocare allusiva con le perle che salgono risucchiate dalla grossa cannuccia.
Dopo quel che è successo la sera prima, Dahlia non è più la stessa: fino a quell’attimo, ogni riferimento spinto è stato solo uno scherzo; però ora ricorda nettamente la violenza e la dolcezza di Belial e non può fare a meno di guardare e giudicare con un certo metro tutte le persone che incrocia.
Ancora poco alla meta.
Camminare le causa un dolore sordo, una scossa che si ripercuote in tutte le ossa: non ha mangiato abbastanza. E tuttavia, la vista di Dorian seduto al tavolo fuori la rinfranca come una pastiglia di vitamina.
«Ciao» un cenno della mano «Aspettavo te per ordinare. Cosa vuoi?» 
Dahlia è attratta dal colore astratto della bibita al melone, ma si vergogna di mostrarsi cedevole: «Un tè freddo all’ibisco.» 
Bevono trasognati, conversando su Oscar Wilde, poi Dorian propone: «Andiamo a fumare?» 
A pochi metri dalla stazione c’è un vicolo appartato – un altro inframondo.
Dorian si accende una canna, fa un tiro e la passa a Dahlia.
E chissà perché in quel momento, a lei – già rilassata – viene voglia di raccontargli di Belial.
Alla fine della storia lui commenta, nostalgico e triste tra le volute di fumo: «Quindi ti dimenticherai di me.» Poi stempera i toni in maniera artificiosa: «Vorrà dire che andrò all’Ikea anch’io!»

Scarlet Nabi è nata nel 1983. Ha studiato Lingue e Letterature Straniere e Antropologia Culturale. Dopo la laurea, ha pubblicato diversi articoli accademici e ha lavorato come critica letteraria e artistica presso la Galleria Satura di Genova. Continua a collaborare con varie case editrici, caricando le sue recensioni sul canale YouTube Scarlet Nabi e sul blog scarletcage4.blogspot.com.
Ha pubblicato quattro romanzi di genere weird con la Porto Seguro Edizioni.

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