Il mistero della chiesa sprofondata nell'acqua e la “Nostalghia” di Tarkovsky

Alcune scene del film Nostalghia di Tarkovskij, girate nella chiesa di San Vittorino a Cittaducale (Rieti).

Non si può entrare all’interno della chiesa di San Vittorino senza che il pensiero vada a “Nostalghia”, uno dei capolavori del regista russo Andrej Tarkovskij, che scelse come luogo ideale per raccontare la nostalgia esistenziale: San Vittorino è una chiesa ormai invasa dall’acqua ed è qui che, dopo lungo vagabondare, entra il protagonista Andrej Gorčakov,  camminando controcorrente nel fiume che esce dall’imponente portale. Nessun posto, oltre la “chiesa sommersa” di san Vittorino poteva essere utilizzata per raccontare l’impotenza dell’uomo nel frenare ciò che la natura riconquista nei secoli. San Vittorino è uno dei luoghi più misteriosi, e purtroppo poco conosciuti, d’Italia. Si trova sotto Cittaducale in provincia di Rieti ed è visibile già percorrendo la strada Salaria. E già vedendola da lontano si sente il richiamo della sua bellezza misteriosa. Per raggiungerla si percorre un viottolo ormai del tutto nascosto dalla vegetazione e  si scende ancora fino a quando non ci si trova davanti a qualcosa di stupefacente: da quello che era il sagrato fuoriesce un torrente che va a lambire il frontone scivolato ormai a poche decine di centimetri dall’acqua. 

Si entra in quella che era la navata centrale camminando piegati su una passerella di legno. Ma è quando si raggiunge il centro della chiesa, che è chiaro perché Tarkovskij scelse proprio questo luogo per raccontare i dubbi dell’animo umano. L’acqua limpida e ghiacciata riflette il cielo che spunta dal tetto ormai caduto e il sole illumina i resti antichi cui si sono annodate le piante creando un gioco di luci e di ombre. Nel 1982 il regista russo, in Italia per le riprese del film, scoprì questa meraviglia nascosta tra la vegetazione ed invasa dall’acqua, e qui girerà una delle scene chiave di “Nostalghia”. Chi era con lui quarantatré anni fa ricorda che rimase folgorato e capì subito che quella e nessun’altra era l’ambientazione perfetta per esprimere la sua visione dell’animo umano e della nostalgia. Architetture in rovina sono cadute tra le acque e un piccolo lago è emerso tra le mura fatiscenti, coperte di muschio e vegetazione. La notte e le ombre delle fronde fanno da sfondo al monologo di Gortčakov mentre è immerso nell’acqua fino alle cosce. 

E’ il ritorno, il desiderio delle radici che il protagonista sottolinea recitando, mentre cammina nell’acqua di San Vittorino, un testo poetico scritto da Arsenij Tarkovskij, padre del regista.

«Tramite l’acqua ho cercato di esprimere l’idea del passare del tempo» disse Tarkovskij parlando del film e la scelta della chiesa di San Vittorino, conosciuta anche come “la chiesa che sprofonda”, “la chiesa sommersa” o “la chiesa nell’acqua”, non fu casuale per il regista che ha rappresentato i suoi paesaggi mentali attraverso l’acqua e il suo scorrere tra queste antiche mura.

La “nostalghia” che pervade l’intera pellicola si sposa con l’essenza mistica della chiesa allagata, edificata su un terreno caratterizzato dalla presenza di acque mineralizzate sotterranee che, nel tempo, hanno corroso il terreno causandone lo sprofondamento. Già nel 1982 l’acqua aveva invaso la navata, mentre la vegetazione si era impossessata delle mura esterne. Così “la chiesa che sprofonda”, diventa agli occhi del regista il luogo ‘magico’ e ricco di simbologia dove Gortčakov riflette sulle «basi principali della vita».

Dopo quarantatré a San Vittorino i muri sono nascosti dalla vegetazione e la facciata della chiesa è in gran parte coperta dagli alberi. Ma l’interno è rimasto quello di allora: una dimensione dove tutto è fermo, è silenzio, solo l’acqua e le piante parlano, emanano vita come se il tempo, lì dentro, non esistesse. E’ la natura a scandirlo in un gioco di luci e ombre, di colori e trasparenze, di giochi di specchi con i raggi del sole che conquistano lo spazio attraversando le fessure nella pietra e illuminando i segni e i simboli del tempo. Ciò che è rimasto di San Vittorino sono un scritta in latino ad indicare l’anno di costruzione, una croce templare rossa sull’arco che conduce all’esterno e che ha resistito all’usura del tempo e dell’umidità. Lo scorrere dell’acqua ha aperto passaggi nascosti. Chi ha visto il film si ritrova lì, insieme a Gortčakov e, con lo sguardo di Tarkoskij, ritrova  il ballatoio in pietra e l’apertura nella roccia da dove esce Angela, la misteriosa bambina a cui il protagonista del film, nel corso delle sue riflessioni ad alta voce, si rivolge ponendo domande sulla vita.  

Lo scorrere infinito dell’acqua che ricopre i resti del tetto e delle colonne, le polle gelate e trasparenti che sgorgano dal piccolo lago formatosi dove prima c’era la seconda navata raccontano  un’altra epoca, un’altra storia, divisa tra paganesimo e cristianità. Gli anziani del luogo dicono che di notte, a volte, una figura emerge dall’acqua a testa in giù. Sostengono sia San Vittorino che venne lasciato morire nella piana poco distante dalla chiesa, legato per i piedi.  Chi entra a San Vittorino per la prima volta vive un’epifania. Cerca solo il silenzio e il rumore dell’acqua che non è solo scorrere, è come una voce narrante in sottofondo. Ed è difficile andar via. Un richiamo ancestrale ti riporta sempre a voltarti a cercare ciò che non c’è più perché la natura si è ripreso il suo posto. E l’acqua continua a scorrere sul tempo che passa. 

Per alcuni approfondimenti su San Vittorino e la sua storia ringrazio Didattica Luce in Sabina, Egisto Fiori e Visit Rieti. 

Per “Nostalghia” e Andreij Tarkovskij:
– Quinlan. Rivista di critica cinematografica
– Casa del Cinema di Roma 

Paola Corradini, giornalista pubblicista, ha collaborato con quotidiani e testate on line. Attualmente lavora per RomaLife24. Ama i libri, la lettura, esplorare luoghi dimenticati e raccontare le storie comuni raccolte per strada. Ha pubblicato due libri con Funambolo Edizioni: “Private. Venti giornaliste nel tempo sospeso” e “Ricordami chi sono”. Sta lavorando ad un nuovo libro. Vive a Rieti con la famiglia e 13 gatti.

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