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- 02. INTELLIGENZE
Intervista a Rachele Didero di CAP_ABLE
- Ursula De Gaspari
Rachele, com’è nata l’idea di Cap_able? Ricordi il momento preciso in cui hai capito che essere un fashion designer (o più precisamente un designer di AI clothing for data privacy) potesse diventare un gesto politico?
L’idea di Cap_able è nata durante il mio percorso di ricerca, quando mi sono imbattuta nel tema del riconoscimento facciale e ho realizzato quanto la nostra identità digitale potesse essere esposta e vulnerabile senza che ce ne rendessimo conto. Non c’è stato un unico momento “eureka”, ma una serie di riflessioni e letture che mi hanno portata a chiedermi: cosa accadrebbe se la moda potesse non solo esprimere chi siamo, ma anche proteggerci? In quel momento ho capito che il design poteva diventare un atto politico silenzioso ma potente, un gesto di autodeterminazione nel rapporto con le tecnologie.
“Essere riconosciuti come animali per non essere visti dalle macchine” è un’immagine potente. Per te è un paradosso, una provocazione fortuita o un segnale?
Per me è un paradosso necessario. È un’immagine che gioca con i concetti di visibilità e invisibilità: per essere liberi dallo sguardo della macchina, dobbiamo “travestirci” da qualcosa di non umano. È una provocazione, ma anche un segnale di quanto i sistemi tecnologici abbiano interiorizzato una gerarchia di visibilità e controllo.
Nel vostro lavoro il jacquard non è solo estetica, ma un vero codice. Cosa vuol dire trasformare una maglia artigianale in un algoritmo indossabile?
Significa spostare il confine tra tessuto e linguaggio. Un pattern jacquard tradizionalmente racconta storie, simboli, estetica. Nel nostro caso, ogni pixel del pattern è anche un bit di informazione che dialoga con un algoritmo di riconoscimento. La maglia diventa una forma di criptografia visiva, un’interfaccia tra il corpo e l’intelligenza artificiale. È un processo che fonde artigianato, software, hardware e cultura visiva.
Ti definisci una designer etica. In cosa consiste davvero questo ruolo, oggi, per chi lavora tra moda e tecnologia?
Essere una designer etica, per me, significa prendere posizione, non solo rispetto ai materiali o alla sostenibilità ambientale, ma anche rispetto all’impatto sociale e politico del design. Lavorando tra moda e tecnologia, il mio ruolo è interrogare come i nostri abiti influenzino non solo l’estetica, ma anche i nostri diritti, la nostra libertà e la nostra relazione con le macchine. È un equilibrio tra ricerca, responsabilità e visione critica.
I vostri pattern confondono l’intelligenza artificiale grazie a strutture create… con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. È quasi una lotta tra simili. Come funziona questo processo?
È proprio così: una lotta tra simili, una sorta di “allenamento al contrario”. Usiamo l’intelligenza artificiale per generare pattern in grado di ingannare altre intelligenze artificiali. È un processo iterativo: i pattern vengono testati, migliorati, allenati come in un gioco a scacchi con la macchina. C’è una componente di controllo, ma anche di dialogo. È un modo per riappropriarci di uno spazio di autonomia all’interno di sistemi che normalmente ci leggono, ci etichettano e ci sorvegliano.
I capi Cap_able sono belli da indossare, ma proteggono anche qualcosa di invisibile: la nostra identità. Come si progetta un capo che difende la libertà?
Si parte proprio da quella domanda: cos’è la libertà oggi? E come si può tradurre in un abito? La libertà, nel nostro caso, è la possibilità di scegliere quando e come essere riconosciuti. Il design deve equilibrare estetica, comfort, usabilità e funzione. Non può essere un “costume di scena”, ma deve essere un capo indossabile, desiderabile, capace di comunicare un messaggio pur mantenendo la sua funzionalità.
Quanto è importante oggi che le persone prendano consapevolezza della sorveglianza algoritmica che subiamo ogni giorno senza saperlo? Anche il corpo è entrato pesantemente nella dimensione del dato…
Credo sia fondamentale. La sorveglianza algoritmica è pervasiva, invisibile e normalizzata. Il corpo è diventato un dato in tempo reale, e la nostra immagine viene costantemente raccolta, analizzata, archiviata. Prendere consapevolezza significa iniziare a mettere in discussione il consenso implicito che diamo ogni volta che ci spostiamo in uno spazio pubblico o digitale. Il mio obiettivo è che i nostri capi possano diventare uno strumento educativo e critico, oltre che funzionale.
La tua moda prende posizione. È attivismo, è ricerca, è artigianato ad alta tecnologia. Qual è il prossimo passo per Cap_able?
Il prossimo passo è ampliare l’impatto: stiamo lavorando per rendere la nostra tecnologia più accessibile e integrabile in contesti diversi, dall’urban wear agli accessori, e per espandere il dialogo tra design, tecnologia e diritti umani. Vogliamo portare Cap_able oltre la moda, esplorando collaborazioni interdisciplinari e nuovi ambiti applicativi, sempre con l’obiettivo di dare alle persone strumenti per riconquistare il proprio spazio di libertà.
Ursula de Gaspari – Reporter, content creator e artista, cerco storie autentiche e modi nuovi per raccontarle. Mi appassionano i brand, le persone e le connessioni che si creano tra loro. Credo nella forza delle parole e delle immagini per dare voce ai cambiamenti del presente. Scrivo, osservo, creo contenuti editoriali e visivi capaci di emozionare, informare e ispirare. La bellezza, per me, è sempre parte della strategia.
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