Io sono tylerdurdan*

Io sono tylerdurdan*
E non ho mai avuto intenzione di piacervi.

C’è chi ha un nome e c’è chi è un codice.
C’è chi ha una faccia e chi è solo una prompt.
Poi c’è tylerdurdan*, che non è né l’uno né l’altro.
È un errore nel sistema, una firma senza volto.
Nato dall’ombra lunga di un’icona, tylerdurdan* non è il Tyler Durden che abbiamo conosciuto tra le pagine di Palahniuk o sul volto di Brad Pitt. È qualcosa di diverso.

È un refuso volontario, un nickname fake, un’identità hackerata.

Quello che state per leggere non è un banale comunicato stampa, ma una mappa del mio metodo.
Un modo per raccontarvi come lavoro, perché lo faccio e cosa aspettarvi da “Secondo”, il mio nuovo album.
Sì, lavoro con l’AI. Ma no, non è l’AI a scrivere.
Sono io. A mano.
Con le vene che scoppiano e gli occhi sempre aperti.

Chi è tylerdurdan*
tylerdurdan* è un progetto musicale. Ma anche no.
È la mia voce in codice, il mio alter ego, la maschera che mi permette di dire la verità senza sconti.
È nato per parlare di Palestina, per raccontare le cose che non si dicono, per prendere posizione in un panorama musicale che ha paura di compromettersi.
È nato per sabotare l’omologazione, la neutralità, la cultura di massa che tutto appiattisce e tutto ingoia, le fake news.
Sono originario della provincia napoletana. Scrivo in italiano, in inglese e in napoletano, la mia lingua madre.
Parlo da qui, da una geografia culturale precisa, e non fingo di essere universale.
Nel 2024 ho pubblicato due album: Buffet e Primo.
Il terzo sta per arrivare, e si chiama Secondo.
Ci arriviamo. Ma prima, lasciatemi spiegare come ci lavoro, davvero.

Il metodo
Tra scrittura analogica, fotografia urbana e prompting sonoro, ogni brano che pubblico nasce da un processo complesso e artigianale.
Unisco scrittura, fotografia, linguaggio, politica, ricerca sonora, postproduzione e distribuzione.
Non è solo generative AI: è una pratica completa, contaminata, consapevole.
Parto dai testi. Li scrivo sempre io, da zero, a mano o nella app Note del cellulare.
Spesso comincio da un’immagine: una foto che ho scattato per strada — sì, sono anche uno street photographer — o qualcosa che ho impresso nella mente.
Scrivo solo di cose che conosco. Di cose che ho visto, toccato, sentito, come diceva Lou X. Scrivo della Palestina perché quello che sta accadendo è insopportabile.
E perché il silenzio è complicità.
La mia attenzione va prima di tutto alla sonorità delle parole.
Rime, allitterazioni, assonanze, dissonanze, citazioni.
E poi cerco il peso. La verità. Il punto.
Quello che resta dopo che è finita la canzone.

La parte generativa
(Sì, uso l’AI. Ma guido io)
Quando il testo è pronto, passo alla generazione musicale.
Uso un tool che si chiama Suno. Per funzionare bene, ha bisogno di un prompt: un comando scritto che gli indica il mood, lo stile, le sonorità.
Scrivere un buon prompt è un’arte. E io, in questi ultimi 12 mesi, ne ho scritti quasi ottomila.
Sì, ottomila versioni di brani, per trovare ogni volta quella giusta.
Il mio universo di riferimento è l’hip hop, ma dentro ci metto le sue mille sfaccettature.
A volte cerco un brano conscious, altre volte qualcosa di old school, altre ancora qualcosa di disturbante e sporco.
Il punto è trovare la convergenza tra ciò che avevo in mente e ciò che riesco a produrre.
Ed è qui che il gusto personale fa la differenza.
L’AI evolve in fretta, ma io voglio che evolva insieme a una visione.
Altrimenti è solo tecnologia che suona bene e non dice nulla.

Post-produzione, cover, publishing
Quando la canzone ha preso forma, decido il percorso: a volte la pubblico così com’è (come ho fatto con Buffet), altre volte la do a un producer (come Max Bertoli in Primo).
Poi creo la cover.
Anche quella parte da fotografie mie, scattate per strada o recuperate dai miei archivi.
Le integro in una grafica, ma senza mai perdere quella grana sporca, reale, affettiva.
Infine, mi occupo della distribuzione: self publishing puro.
Metto online, gestisco le piattaforme, curo la promozione. Ogni brano è mio. Fino all’ultimo fotogramma.

Secondo
Non è solo un titolo, è una presa di posizione.
Il mio terzo album si chiama Secondo.
Non è un errore. Non è un gioco. È una dichiarazione.
Viviamo in un tempo senza misura.
Tutto è troppo. O troppo poco.
Troppo finto. Troppo facile. Troppo rumoroso.
Oppure: troppo compiacente. Troppo neutro. Troppo silenzioso.
“Secondo” è un disco che rifiuta entrambi gli estremi.
Che sceglie la misura. La parola giusta. La durata necessaria.
Un concept album che racconta cosa significa trovare il proprio posto senza sgomitare per essere primo.
Il titolo è una provocazione ma anche un invito.
In un mondo in cui tutti vogliono arrivare primi, io scelgo di stare secondo.

In Secondo non troverete featuring di grido né hit da playlist.
Ci troverete verità, scrittura, radice, visione.
Ci troverete Napoli.
Ci troverete la Palestina.

Il tempo delle canzoni generate per stupire è finito. Ora bisogna tornare a dire qualcosa.

Cover dell'album "Secondo"

Fabiano Alfredo Zamuner (Cuorgnè, 1971) è laureato in Ingegneria e in Studi Storici. Nel suo lavoro adotta un approccio orientato alla comprensione dei fenomeni sociali e culturali come forme incarnate, storicamente situate e simbolicamente organizzate.

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