La forma dell’acqua. Viaggi acquatici nel mondo dei videogiochi

abzu - krill magazine
Immagine tratta dal videogioco "Abzu"

Chiedi a un videogiocatore cosa ne pensa dell’acqua. Otterrai una risposta sempre diversa, perché diversa sarà la storia di quel viaggiatore di mondi virtuali.

Nella mia storia, iniziata quando avevo circa sei anni, l’acqua è stata condanna e salvezza, paura e gioia, oblio e scoperta. Nelle vesti di un idraulico baffuto ho nuotato nervosamente nelle acque del Regno dei Funghi, inseguito da pesci volanti e calamari bastardi. Ho assistito alla morte per annegamento del porcospino più veloce del mondo, sopraffatto dall’acqua della Zona Labirinto. Ho affrontato un dedalo subacqueo costellato di alghe elettriche in compagnia di tartarughe antropomorfe armate di katana. Nei panni di un giovane avventuriero vestito di verde ho scoperto che ogni segreto al mondo degno di questo nome è nascosto dietro una scrosciante cascata. Nelle mie partite a Contra sono emerso innumerevoli volte dall’acqua, come Martin Sheen in Apocalypse Now, per far fuori i nemici del primo livello. Sono rimasto in trance fra le barriere di coralline di Donkey Kong Country, navigando a bordo di un pesce spada nel buio del mare profondo. Poi è arrivata la terza dimensione. Accompagnato da note sognanti, nei dipinti di Super Mario 64 ho esplorato livelli sommersi e misteriosi, gigantesche riserve di liquido amniotico in cui rinascere ma anche morire, atterrito dalla visione del mio avatar che porta le mani alla bocca prima di annegare. Sono rimasto bloccato per mesi, forse anni, nel Tempio dell’Acqua di Ocarina of Time, una sorta di Loggia Nera nella quale il me bambino si ritrova all’improvviso di fronte a enigmi insondabili, strutture complesse, perdita dell’orientamento. Ne sono venuto a capo solo anni dopo, senza l’aiuto dell’Internet, e ancora oggi mi chiedo se il giocatore che ne è venuto fuori sia il gemello buono o quello cattivo. Dall’alto della diga di Goldeneye sono rimasto ore a scrutare quel corpo d’acqua scuro, che si muove anche di notte come il mare di Genova per noi, immaginando cosa potesse esserci su quell’isolotto lontano e irraggiungibile che si vede attraverso la nebbia. Nei panni di Lara Croft ho imparato a tuffarmi con stile ai quattro angoli del pianeta Terra. Viaggiando insieme a Raziel, alla ricerca della vendetta contro Kain e i miei fratelli, ho scoperto che se nel mondo fisico per un vampiro l’acqua è letale , nel mondo spirituale è leggera e impalpabile come l’aria. In Final Fantasy VII ho evocato i cavalieri della tavola rotonda per affrontare un boss segreto in una battaglia epica, combattuta ventimila leghe sotto i mari. Ho solcato gli oceani di The Wind Waker per scoprire che sotto il pelo dell’acqua c’era un altro mondo, cristallizzato come in una polaroid nel momento del diluvio universale che sembrava aver cancellato ogni cosa. Sulle bianche spiagge di Besaid ho iniziato la mia avventura in Final Fantasy X, brandendo contro i miei nemici una spada fatta, letteralmente, d’acqua. Per meno di 48 ore nei primi anni duemila mi sono preoccupato di quanto fosse realistica l’acqua all’interno di un videogioco come Crysis, sognando un pc che fosse in grado di farlo girare. Ho camminato per i corridoi di Rapture, una moderna Atlantide in cui non c’è spazio per dei o sovrani, ma solo per l’uomo e il suo ingegno. Poi ho scoperto l’acqua per come la vede Hidetaka Miyazaki: in Dark Souls ho esplorato gli abissi sommersi di New Londo e l’inquietante serenità di luoghi impossibili come Ash Lake; in Dark Souls 2 sono rimasto per giorni ad ammirare il mare di ferro che abbraccia il promontorio di Majula, quel mare da cui arrivarono i giganti per conquistare il regno di Vendrick; e poi l’acqua stagnante, le paludi velenose e la marcescenza scarlatta, da Dark Souls 3 a Elden Ring passando per Sekiro; fino al villaggio dei pescatori di Bloodborne, il cui boss più temibile è la progenie di una divinità antica, morta su una spiaggia alla fine del mondo. Mi sono riappacificato con gli abissi grazie alle meraviglie di Abzu, ho imparato a sopravvivere sott’acqua con Subnautica e a studiare la poesia dell’oceano nei panni di una IA, grazie a In Other Waters.

Forse per questo l’acqua torna anche in uno dei miei sogni più ricorrenti. Sono in spiaggia con mia madre. Per sfuggire alla calura mi alzo dalla sdraio e inizio a correre verso il mare. Mamma urla qualcosa, forse di fare attenzione alle meduse o di non allontanarmi troppo, ma io mi sono già tuffato. Nuoto finché arrivo dove non si tocca, poi comincio a fare le capriole in acqua. Una, dieci, cento. Finché all’improvviso non rimango bloccato a testa in giù. Dovrei essere agitato, sbracciare, sentire l’acqua che entra nel naso e nei polmoni. E invece niente. Apro gli occhi e non mi bruciano, respiro con la bocca e non annego, mentre guardo i raggi del sole splendere attraverso il pelo dell’acqua. A quel punto mi sveglio e cerco di ricordarmi, senza successo, quand’è che ho iniziato a fare questo sogno. Forse, penso nel dormiveglia, è solo un videogioco che non è mai esistito. O che deve ancora essere inventato.

Dario Marchetti (Napoli, 1989) è un giornalista e scrittore. Dal 2016 è in forze a RaiNews24 dove, oltre alle breaking news perennemente in agguato, si occupa di digitale, tecnologia, cultura pop e videogiochi, con la rubrica settimanale “Altri Mondi”, unico programma nel panorama televisivo italiano dedicato a questa forma d’arte. Ogni domenica firma anche “Videoludica Obscura”, una newsletter che utilizza forme narrative sempre diverse per raccontare l’underground del videogioco.

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