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- 02. INTELLIGENZE
La vendetta del gemello digitale
- Davide Coradeschi
Non sono una cattiva persona. Dal momento in cui ho raggiunto il successo, ho tentato di comportarmi nel miglior modo possibile, lo giuro. Ho fatto beneficenza, ho pagato gli studi della figlia di mia sorella e regalato una casa a lei e ai miei genitori. Non ho mai abusato della mia fama, ho rispettato le donne. Ne ho avute molte, certo, ma avrei potuto averne molte di più. Mi sono sempre preso le mie responsabilità e ho aiutato i quattro figli che sono nati da alcune delle mie relazioni. La ricchezza non mi ha reso avaro, non ero uno Scrooge ossessionato dal denaro, amavo spenderlo per me e per gli altri. Non sono mai stato meschino coi miei colleghi, ho aiutato anche loro, quando ne ho avuta l’occasione. Come quella volta che ho convinto il protagonista di quella saga cinematografica famosa (non mi va di fare il nome, ma sono sicuro che qualcuno capirà a chi mi riferisco) ad andare in riabilitazione. L’ho portato io sulla soglia di quella struttura, non il suo agente o i suoi familiari. Non credo di peccare di mancanza di modestia nel ritenermi una brava persona e non mi vergogno a dire che lo sarei stato in ogni caso, perché ne sono fermamente convinto. E allora perché? Perché tutto questo è accaduto proprio a me? Quando la casa di produzione con cui avevo il contratto mi propose quella che adesso, col senno di poi, posso chiamare “diavoleria”, mi sembrò una buona idea: creare una mia copia digitale, che potesse sostituirmi in caso di necessità mi parve, come ho già detto, una buona idea. Non avrei avuto più nessun timore di vedermi rescisso il contratto, avrei avuto una scusa per giustificare la partecipazione a pellicole dal dubbio valore artistico, sostenendo che «Ehi, quello non ero mica io, era la mia copia» e guadagni a non finire. Infine, anche da vecchio, avrei potuto recitare in ruoli più giovani, continuando a guadagnare fino alla fine dei miei giorni e oltre. Avrei sistemato i miei figli e i miei nipoti, ereditieri dei diritti di immagine, anche dopo la mia morte. A dire la verità, temevo nel dualismo che si sarebbe creato tra me e il mio gemello, ma confidavo nel fatto che le persone avrebbero capito: anche se identici in tutto e per tutto, io e il mio gemello eravamo due entità distinte. Ad ogni modo, i produttori finirono per convincermi. La procedura richiese meno di una giornata. Mi presentai in un asettico studio, allestito per l’occasione da laboratorio, dove i tecnici mi scattarono delle foto e registrarono alcune parole, pronunciate in diverse intonazioni, per permettere all’ intelligenza artificiale di replicare perfettamente la mia voce, fosse essa arrabbiata, gioiosa, o triste. Mi assicurarono che quella non sarebbe servita per il momento, dato che avrei potuto doppiarmi da solo, in caso di necessità. Tornai alla mia villa soddisfatto e col cuore gonfio di speranza. Non trascorse molto prima che la mia copia entrasse in azione, avverando tutte le mie più rosee aspettative. Durante le riprese di un film con un regista importante, a cui partecipai con la promessa di una candidatura agli oscar, fui costretto a letto per due settimane a causa di una bronco polmonite. La produzione non volle rallentare il lavoro e così, detti il consenso affinché le scene programmate in quel periodo venissero girate dal mio gemello digitale. Accettai con una punta di rammarico, dato che alcune di esse erano tra le più importanti, ma mi consolai con l’idea che la voce sarebbe stata la mia. Purtroppo, devo ammettere di non essere mai stato un grande doppiatore. Nella mia carriera mi ero cimentato in quel lavoro una sola volta, per un film di animazione che ebbe scarso successo al botteghino e nel quale, confesso, non detti il meglio di me. Ma in questa occasione era diverso, non dovevo prestare la voce a un altro personaggio, ma a me stesso. In sala di doppiaggio, scoprii con stupore che la mia copia era in grado di replicare ogni mia espressione e che molte di quelle erano le stesse che avrei fatto io in quella circostanza, tranne che in un paio di occasioni. La faccenda mi sorprese, tanto che dovetti fermarmi e ripetere le battute più volte. Non posso dire che fui infastidito, in un primo momento, quanto negativamente sorpreso. Tuttavia, scelsi la professionalità e completai il lavoro. Fu mentre tornavo a casa che l’inquietudine mi investì. Ebbi la sensazione che la mia copia sapesse quale fosse il proprio posto, ma che avesse scelto, di propria volontà e con movimenti impercettibili che solo io avrei potuto notare, di farmi intendere che non era soltanto un mio doppione. La immaginai sorridermi beffarda dallo schermo, con la propria faccia perfetta, la mia faccia, e con lo sguardo carico di sfida. Andai a dormire con l’inquietudine che ormai si era trasformata in vero e proprio fastidio. Ciò che accadde dopo, fu per me assurdo e terribile. Il film ebbe un grande successo e l’anno successivo arrivò la candidatura che mi era stata promessa. La mia interpretazione venne elogiata in lungo e in largo e durante tutte le interviste per la promozione fui portato sugli scudi. Sembrava tutto perfetto, tranne che per un dettaglio che finì quasi per farmi impazzire. Ogni intervistatore, in tutto il globo, arrivava sempre a chiedermi come avessi trovato l’ispirazione per le scene drammatiche che ritenevano l’apice della pellicola, ovvero le uniche che non avevo girato io. Inizialmente decisi di abbozzare, ma alla sessantesima ripetizione della medesima domanda non riuscii più a trattenere l’irritazione. Iniziai a diventare scontroso, destando lo sconcerto dei miei interlocutori. Il regista, che sapeva, tentò in più occasioni di rassicurarmi, dicendo che il successo veniva dall’ interpretazione in toto e che non bastavano un paio di inquadrature e tre dialoghi per renderla memorabile. Ma in cuor mio, sapevo che il mio gemello digitale aveva raggiunto il proprio scopo: essere una entità diversa da me. Ciò che più mi orripilava era che non lo faceva per la gloria, o per cercare di ritagliarsi un’esistenza propria, questo non era possibile, non era neanche reale (o forse lo era), ma soltanto per il piacere di tormentarmi, poiché solamente io ero consapevole di tutto ciò. La mia mente era invasa dalla mia stessa immagine, che non era realmente la mia e che si limitava a sorridermi sorniona. Molte notti mi ero svegliato in preda al terrore, alla paura di un me stesso che non ero io. Fu alla cerimonia degli Oscar che la mia copia mi colpì con lo smacco più micidiale: alla presentazione dei candidati, furono utilizzate le sequenze dove lei era la protagonista per annunciare il mio nome. Lo scroscio di applausi che seguì era per me, all’apparenza, ma io e soltanto io sapevo che in realtà non era così. Lo sapevano anche i produttori, il regista e forse gli altri attori. Questa consapevolezza mi ferì più di tutto. Nel momento della proclamazione della mia vittoria, percepii i loro abbracci e i loro baci velenosi e rabbrividii. Il regista, i produttori, loro non potevano capire, ma gli altri attori, loro capivano. Sapevano che quella vittoria non era stata merito mio, forse lo avevano confessato agli altri colleghi, facendosi beffe di me e ora quegli applausi che mi erano rivolti erano carichi di ipocrisia e scherno. Salii sul palco, ben lontano dall’essere felice, farfugliai qualche parola e durante i miei ringraziamenti, arrivato a quelli per i produttori, ebbi un attimo di esitazione. In fondo, erano stati loro a spingermi verso questo patto col diavolo. Maledetti. Avrei voluto urlargli in faccia tutta la mia indignazione, ma non lo feci, conscio che in un’occasione del genere mi sarei rovinato la carriera, facendo il gioco del mio gemello. Dopo la festa, che a causa del mio malumore mi risultò interminabile, ebbi la tentazione di gettare la statuetta nel primo cestino ma, le conseguenze infauste che quel gesto avrebbe provocato, mi spinsero a desistere. E’ ancora qui, quel maledetto cimelio, sopra una mensola, a ricordarmi che l’apice della mia carriera non è stato solo farina del mio sacco. Non riesco a guardarla, così come non riesco a guardarmi allo specchio. Col passare del tempo quell’entità con le mie fattezze ha finito per invadere la mia esistenza, plasmarla a propria immagine, ovvero la mia. Ogni volta che mi lavo i denti in bagno ho il terrore di alzare lo sguardo, per scoprire che il mio riflesso ha un’espressione differente da quella di orrore stampata sulla mia faccia, la mia vera faccia. I miei occhi spiritati e il mio sorriso sornione sono diventati i protagonisti dei miei peggiori incubi. Dopo il successo agli Oscar, le opportunità lavorative fioccarono a non finire. Decisi che mai più avrei utilizzato la mia copia digitale, a costo di diffondere un’epidemia di tifo sul set. Ma ormai ero vittima dell’orrenda maledizione che mi era stata lanciata contro dal giorno in cui mi ero presentato in quel laboratorio. Ebbi numerosi infortuni e malattie, che mi costrinsero a lasciare il posto al mio gemello, che finiva per invadere inesorabile ogni mio lavoro, privandomi del successo. Lo faceva, in realtà? Mi sono ritrovato molte volte a chiedermelo. All’apparenza non era così: i soldi dei cachet finivano sul mio conto, ero l’unico e indiscusso beneficiario del successo delle mie performance, tuttavia percepivo un’ombra incombere sul mio destino. Come vi sentireste se aveste la sensazione che la vostra vita, quella che voi state vivendo, non vi appartenesse, se non foste voi, ma qualcun altro a tirarne le fila? Percepivo che la cosa stava peggiorando, solo e soltanto io potevo percepirlo. Le scene che la mia copia mi rubava, di pellicola in pellicola, erano sempre più sue e non mie, tanto che in alcune occasioni ebbi difficoltà a doppiare me stesso. Sapevo che il momento in cui lui mi avrebbe rubato per intero la scena sarebbe arrivato. E arrivò, durante una sessione di doppiaggio, in cui le mie movenze e le mie espressioni erano talmente strane per me, che finii per non riuscire a donare a me stesso una voce. Non erano gesti plateali, che esulassero totalmente dalla mia persona, erano impercettibili per qualcuno che non fossi io, ma io non potevo fare a meno di accorgermene: un modo di corrugare la fronte, o di gesticolare, oppure uno sguardo rivolto a una parte di vuoto che io non avrei scelto. Finii per gettare al vento più di una settimana di post produzione, tanto che i produttori, preoccupati, finirono per chiedermi di utilizzare la voce generata dall’intelligenza artificiale. Le mie peggiori paure si erano avverate. Il mio gemello era riuscito perfettamente nel proposito di rubarmi la scena. Come avrei potuto combattere tutto ciò? Non potevo. Lui non si ammalava, non doveva ripetere le scene, non aveva preferenze per un regista piuttosto che un altro. Era un automa al servizio della casa di produzione, il cui unico scopo era farla arricchire, risparmiando più tempo possibile. Quanto ne sarebbe trascorso prima che lui mi privasse definitivamente del lavoro, abbandonandomi a un’esistenza senza scopo, senza stimoli. Mi ritrovai inerme, intrappolato. Avrei potuto ritirarmi, ma avrei finito per dissipare tutte le mie ricchezze, vendere i miei beni immobili, rovinare le vite delle persone che dipendevano da me, fino a che, rimasto in possesso soltanto della mia immagine, non avrei finito per venderla ai produttori, che avrebbero potuto farne ciò che volevano. Che Dio li maledica. Forse è proprio a questo che hanno sempre puntato. Decisi che non glielo avrei mai permesso. L’altra notte mi sono recato nel mio studio, ricolmo degli oggetti di scena che negli anni ho trafugato dai set, simulacri di una vita votata all’arte. Prima di andare, mi sono fermato, davanti a quell’orrenda statuetta, unica testimone dell’esistenza che mi veniva strappata e l’ho fatta a pezzi. Nello studio, ho afferrato il rasoio che avevo rubato dal primo film in cui ero stato scritturato per fare la parte di un barbiere. Era stata una comparsata, il mio personaggio era marginale, ma gli ero sempre stato affezionato. Sono corso in bagno e, guardandomi allo specchio, ho notato la stessa espressione infuriata che deformava il mio volto. Ho capito subito che non era la stessa: era lui, il mio gemello, che mi stava osservando furioso per ciò che avrei fatto. Quando ho iniziato a tagliarmi il volto, ho avuto l’impressione che il mio sorriso di trionfo inondato di sangue non si stesse riflettendo sullo specchio, dove c’era ancora la mia immagine con la sua espressione furiosa ma intonsa, non deturpata dalle orrende ferite che mi stavo infliggendo. Il dolore era quasi insopportabile, ma ho stretto i denti. Mi sono reciso quasi completamente lo zigomo sinistro, insieme alla guancia, tanto che mi pareva di poter vedere l’ arcata dentale dal buco che si era andato a creare. Ho continuato con un pezzo di naso, un orecchio, il labbro inferiore ed entrambe le sopracciglia. I miei feticci avevano quasi riempito il lavandino e il mio sangue aveva finito per imbrattare quasi tutto il bagno quando ho avvertito un mancamento. Prima di svenire, l’ultima cosa che ricordo è il sorriso deforme che ho rivolto allo specchio, dove la mia figura perfetta mi osservava con uno sguardo carico di odio. Mi sono svegliato solo ieri, gli infermieri mi hanno detto che ho dormito per tre giorni. Stamani mi ha fatto visita il chirurgo plastico che mi ha operato. E’ il miglior bisturi della California. Il mio agente, dopo avermi trovato in un bagno di sangue a casa mi ha portato in questa clinica, nella speranza che le esperte mani di questo luminare potessero salvare il salvabile. Ovviamente, se fossi stato cosciente glielo avrei impedito. E’ con voce affranta che mi dice di aver fatto tutto il possibile per farmi tornare come prima, ma che non c’è stata alcuna possibilità. Ci rimarrebbe molto male se vedesse il sorriso folle che deforma la mia faccia deforme a questa notizia. Lo congedo con gentilezza e ringraziandolo per ciò che è riuscito a fare. Poi chiamo un infermiere, con la scusa di dover andare in bagno per i bisogni fisiologici. Mi accompagna e, dopo aver chiuso la porta, mi rivolgo allo specchio. Come sospettavo, non c’è il mio viso avvolto dalle bende, ma la faccia bellissima del mio gemello, che continua a guardarmi con disprezzo. Lo guardo, non può vedere il mio volto trionfante, ma io so che lui sa. «Ho vinto io», penso dentro di me, oppure lo esclamo, non lo so. Improvvisamente la linea di quelle labbra sensuali si increspa, trasformando quell’espressione imbronciata in un sorriso, quel maledetto sorriso sornione che ho odiato così tanto. Non capisco. Esco fuori, l’infermiere ha bussato per avvertirmi che il cellulare sta squillando. Rispondo, è il mio agente, mi chiama tutto contento per avvertirmi che le riprese del film che stavo girando prima dell’incidente, continueranno. «Invece di un recasting, hanno deciso di completare le riprese con la copia digitale, così potrai tenerti il tuo cachet» mi dice, soddisfatto. C’è riuscito, ora è davvero un’entità a sé stante. Solo che l’attore, quello bello e di successo adesso, è lui. Scoppio in lacrime. «Ho perso», questa volta lo urlo, ne sono certo.
Davide Coradeschi nasce a Monte San Savino (AR) nel 1994. Da sempre appassionato di scrittura, sin dai diciotto anni si è cimentato in questa attività. All’età di diciotto e vent’anni realizza due raccolte inedite di poesie. Tra i venticinque e i ventotto anni scrive racconti per bambini. Dal 2023 inizia la stesura di una raccolta di racconti dell’orrore. Nel 2024 con il racconto La Maledizione dei Follower arriva tra i finalisti del concorso “Terni Narni Horror fest” e la sua opera, insieme agli altri quattordici racconti, viene pubblicata nell’antologia Fantasmi, edita da ZERO Bacchilegia Editore.
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