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- 01. ACQUA
L’acqua come soggetto politico, poetico e simbolico. Intervista ad Andreco
- Lara Gigante
Scorre tra legami idrogeno e cicli idrologici, sotterranea nelle falde, in superficie, nei sogni, nei miti, nelle crisi climatiche. L’acqua è un organismo vivo e mutevole, capace di connettere scienza e poesia, territori e visioni. Nei lavori di Andreco – artista visivo, ingegnere ambientale, attivista – questo elemento assume il ruolo di guida e soggetto critico, attraversando corpi, paesaggi e immaginari con la forza di una narrazione fluida e radicale. Molto più di una risorsa, questo fondamentale elemento naturale si conferma essere un campo di tensioni, simboli, fragilità e potere. Invisibile o traboccante, racconta storie di corpi e territori, di cambiamento climatico e di memoria, di sopravvivenza e immaginazione. È proprio a partire da questa materia viva e mobile che prende forma il lavoro di Andreco – artista visivo, ingegnere ambientale, attivista –, il cui percorso si muove lungo la linea porosa tra arte e scienza, paesaggio e politica.
Da anni Andreco indaga le trasformazioni ecologiche, i rapporti tra spazio naturale e costruito, le relazioni tra umano e non umano. Nei suoi progetti l’acqua diventa spesso dispositivo poetico e critico, elemento strutturale e simbolico, soggetto narrante e oggetto di lotta. Dalle falde sotterranee ai flussi atmosferici, dai rituali urbani alle installazioni interattive, l’acqua attraversa le sue opere come un’eco costante: talvolta silenziosa, altre volte dichiaratamente politica, sempre generativa.
Per Krill Magazine abbiamo scelto di incontrarlo partendo proprio da qui: dall’acqua come forma dell’immaginario, metafora di comunità fluide, linguaggio per ripensare l’abitare il mondo.
Ne è nata una conversazione a voce, affidata alla lentezza degli audio WhatsApp. Perché anche l’ascolto, come l’acqua, ha bisogno di tempo per sedimentare.
Intervista di Lara Gigante
Questa serie di interviste nasce dall’idea di affiancare alla scrittura il linguaggio ibrido dell’audio, utilizzando uno strumento quotidiano e immediato come i vocali di WhatsApp. Non si tratta di contributi pensati per la qualità sonora, ma di un modo per restituire la dimensione viva della conversazione: tra urgenza di risposta e desiderio di libertà, come nelle vecchie segreterie telefoniche. Ogni intervista esplora quindi, in base alla disponibilità degli interlocutori, le possibilità del mezzo audio. In questo caso, il contributo si sviluppa in quattro player che raccolgono suoni dell’acqua in contesti diversi: non importa la geolocalizzazione, ma il corpo dell’acqua, protagonista di voci, paesaggi e immaginari.

Assurto nell’immaginario a principale, simbolo di vita, trasformazione, movimento. penso che potremmo considerarla, oltre che elemento, un linguaggio, un soggetto politico
L’acqua è un soggetto politico, il corpo idrico è un essere biopolitico!
L’acqua è un diritto per ogni essere vivente e l’accesso all’acqua potabile deve essere garantito a tutti e tutte. Non deve mai finire in mano a speculatori.
L’acqua dovrebbe essere a sua volta un soggetto giuridico con i propri diritti.
L’acqua è legata alla necropolitica, alle guerre coloniali e neocoloniali di accaparramento delle risorse a scapito di esseri viventi ed ecosistemi.
L’acqua segna la geopolitica mondiale e le guerre, come le ha chiamate Vandana Shiva nel suo libro del 2001: “Le guerre dell’acqua”.
L’acqua è molto più di una risorsa naturale; è un linguaggio, è una coreografia in continua trasformazione, con i suoi passaggi di stato e la sua mutevolezza ciclica. L’acqua è un modo di essere: “Be water my friend“, diceva Bruce Lee.
L’acqua entra a far parte dei nostri immaginari e ci ricorda l’essenza delle cose, le priorità e la profondità degli abissi dove meditare.
Il nostro immaginario sull’acqua è stratificato e spesso ambivalente: risorsa vitale ma anche elemento fragile, minacciato, conteso. Come lavori con queste tensioni nei tuoi processi artistici?
Questa per me è quasi una domanda che va nel personale. L’acqua ha sempre accompagnato la mia vita e, di conseguenza, anche il mio lavoro. Prima di essere un artista sono stato un nuotatore, un appassionato di snorkeling, un ingegnere specializzato nella gestione sostenibile delle risorse idriche e un project manager per l’approvvigionamento idrico sostenibile con tecnologie appropriate nelle aree aride e desertiche. Ho analizzato le acque di laghi, mari, oceani e, soprattutto, di fiumi. Ho studiato il fiume Yangtze in Cina, il Rio Negro in Amazzonia, il Tevere e l’Aniene in Italia, il Po, lo Yamuna in India, il Mekong in Thailandia, il Tejo e il Douro in Portogallo, il Neretva in Bosnia e molti altri. Ho seguito progetti di raccolta dell’acqua piovana a sostegno dell’agricoltura familiare in America Latina, progetti di fitodepurazione delle acque nei boschi del Galles, distillatori solari in Africa e progetti di mitigazione delle alluvioni e degli eventi climatici estremi a New York e in altre metropoli. Quindi poi come artista, ispirato dal tema dell’acqua, ho diretto performance, scritto monologhi, tenuto conferenze, creato sculture, dipinti e disegni, dando vita a ogni genere di opere.
Con i performer ci esercitiamo a ESSERE l’acqua e a lottare per i nostri diritti.
Immaginare un corpo idrico è un esercizio che ci permette di spostare il nostro punto di vista da antropocentrico a ecocentrico. Ciò ci permette di non considerare più l’acqua come una risorsa da sfruttare, ma piuttosto come un elemento vivo e pulsante che ha il diritto di esistere e di condurre una vita degna e di qualità.

In una visione “krill”, dove l’immaginazione si muove come un organismo collettivo e in divenire, l’acqua appare come metafora potente. può essere un modello per pensare comunità non gerarchiche, ecologie affettive, relazioni fluide?
Da come le comunità gestiscono l’acqua si può capire molto. In Acqua e Comunità, Colin Ward ribadisce la necessità di un controllo locale dell’acqua da parte delle comunità e parla di autonomia, mutualismo e gestione comunitaria dei beni comuni. Sono convinto che, in tutti questi anni in cui ho girato il mondo seguendo le tematiche legate all’acqua, ho imparato molto di più dalle comunità locali rispetto a quanto ho potuto dare in cambio. Senza alcun dubbio. Sono rimasto affascinato dall’organizzazione del sistema idrico delle oasi, dalle khettara o qanat, infrastrutture per l’approvvigionamento idrico nelle aree aride del Medio Oriente e del Maghreb, e dai vari metodi di filtrazione dell’acqua con la sabbia o l’argilla, con i funghi e i molluschi, nonché dall’uso delle piante per la rigenerazione dei corsi d’acqua. Potrei continuare all’infinito, come infinite sono le storie che ho ascoltato sull’acqua, la dea madre: Mami Wata in Nigeria stringe due serpenti tra le mani, Yemanjá in Brasile esce dai flutti con delle frange davanti agli occhi e Furrina, divinità arcaica romana, veniva celebrata con festeggiamenti pagani nel bosco sacro.
L’acqua può anche diventare uno strumento per immaginare il futuro: ti capita di usarla così, come un dispositivo visionario? O la senti più come una memoria, una storia da custodire?
Tornando a qualcosa di estremamente familiare per me, basta passeggiare lungo le sponde del Tevere e dell’Aniene per rendersi conto dell’importanza dell’acqua nel corso del tempo. Il passato, il presente e il futuro di una città dipendono ancora dai suoi fiumi. Anche se un tempo erano venerati come dei, ora sono inquinati e dimenticati. A me piace pensare all’acqua come a un ciclo in continua trasformazione: liquida, solida e gassosa. Mi piace riflettere su quelle invisibili trasformazioni della materia, sui vapori inafferrabili e sulle forme indefinibili.

Pensando al presente, quanto credi che l’arte possa davvero influenzare le narrazioni ambientali, le politiche culturali, i comportamenti urbani legati all’acqua?
Per la maggior parte, l’arte è solo un mezzo d’intrattenimento e non porta a nessun vero cambiamento. Tuttavia, in alcuni casi, l’arte può essere uno strumento per veicolare il pensiero critico e proporre alternative allo schema mortifero del capitalismo. In particolare, se affiancata da un agire politico, filosofico, scientifico e sociale, certa arte potrebbe costituire un elemento di innovazione o perlomeno di prefigurazione. Uno dei metodi che preferisco è legato alla creazione di allegorie per celebrare immaginari radicali. Un altro metodo è quello di partire da teorie scientifiche e amplificarle con percorsi immaginifici. A volte, l’arte può posizionarsi e affiancare altre forme di agire. L’attivismo abbraccia l’arte nella sua forma più trasformativa. Flumen, il mio metodo di ricerca artistica sui fiumi, ha affiancato e fatto parte del lavoro svolto dai contratti di fiume. I contratti di fiume sono un esempio di come le organizzazioni di cittadini, dal basso, dialoghino con le istituzioni per arrivare a mettere in atto delle buone pratiche e delle azioni concrete per il bene del fiume e, di conseguenza, di tutta la comunità fluviale, urbana e rurale. Il valore simbolico delle opere sul tema dell’acqua è altrettanto importante per creare un immaginario e mettere l’acqua al centro di molti concetti. L’acqua si adatta ai luoghi e si distribuisce in modo equo per sua natura, ed è un esempio da tenere sempre a mente.
Nel progetto Water Talks, l’acqua prende voce e attraversa archivi, musei, reperti. Come si è sviluppata questa conversazione tra materia fluida e memoria istituzionale? quale riflessione volevi attivare?
Insieme alla museologa Claudia Pecoraro, abbiamo pensato a un progetto che potesse stimolare una riflessione critica sul presente a partire da un discorso sull’acqua. Claudia voleva portare alla luce reperti e opere delle collezioni pubbliche che potessero innescare un discorso. Le direttrici dei musei civici, tutte donne, e gli ospiti che abbiamo invitato hanno contribuito al progetto.
Water Talk è stata un’acqua capace di permeare ogni piccola fessura, sgorgando dirompente e fluendo liberamente senza costrizioni.
Al Museo dei Fori Romani abbiamo affrontato il tema delle politiche coloniali, delle rotte migratorie e delle necropolitiche predatorie. All’Ara Pacis abbiamo parlato dell’acqua nella sua forma femminile e legata alla cura. Ai Musei Capitolini, invece, abbiamo parlato di acqua e migrazione, di morti in mare, di frontiere e di strategie di contropotere. Abbiamo anche parlato delle turbine e delle acque poetiche e politiche, e dei fiumi nel tempo, grandi passioni e luoghi di tante battaglie di ieri e di oggi.
Con Ground Water hai messo in scena ciò che normalmente resta nascosto: le falde sotterranee, le correnti invisibili delle città. Che relazione immagini tra idrologia urbana e consapevolezza collettiva?
Ground Water è lo stato profondo e meditativo delle grotte carsiche, l’invisibile fluire, la poesia chimica, il tempo geologico. La mostra celebra la grotta e la sensazione di cecità apparente che si prova quando si guarda fuori, dopo un lungo periodo trascorso nell’oscurità del ventre della terra.

In Hydroponic Cloud, l’acqua circola in un ecosistema chiuso, tra vegetazione e tecnologia. È come se proponessi una nuova forma di alleanza tra specie. Cosa racconta, per te, questa nuvola artificiale?
Esatto, Hydroponic Cloud (2016-2023) è un ecosistema elevato a opera d’arte. La nuvola idroponica di felci fluttua nell’aria, è viva, ciclica e mutevole. Questa vita cangiante è l’opera stessa. In una seconda fase, la nuvola è stata collegata a uno stagno sottostante che ne replica la forma e che ospita pesci e piante acquatiche. Questa combinazione rende l’ecosistema ancora più complesso, sinergico e simbiotico. La simbiosi di tutti questi elementi, o il simbionte, come lo chiamerebbero Haraway e Tsing, è l’opera stessa.

Andrea Conte (Roma, 1978) dirige Studio Andreco, dove unisce una formazione scientifica – laurea e dottorato in Ingegneria Ambientale, collaborazioni post-doc con Università di Bologna e Columbia University – a un percorso artistico che indaga i rapporti tra spazio urbano, paesaggio naturale e mondo più-che-umano. Fondatore del Climate Art Project, lavora tra arte, scienza ed etica dei cambiamenti climatici con installazioni, performance, video, pittura murale, scultura e progetti di arte pubblica. Le sue opere sono state esposte in istituzioni come Biennale di Venezia, Triennale di Milano, Saatchi Gallery, Centro Pecci e MACRO. Ha vinto il Talent Prize 2017, Jazzi 2016, i bandi Creative Living Lab e il premio Italian Council IC13 (2024). Alcuni lavori, tra cui Flumen e Aula Verde, sono stati pubblicati su Nature e Scientific Reports.
Lara Gigante, giornalista e addetta stampa freelance, laureata in Lettere Classiche, si occupa di linguaggi contemporanei e società, arti visive e editoria indipendente. Attualmente contributor per Quotidiano di Puglia ed Exibart, ha pubblicato articoli e long form su zetaessedigest, singola.net, nido.treccani.it, qcodemagazine, quisalento, artslife.it, siamomine.it e formeuniche.it, dove ha curato una sezione dedicata a libri d’artista e editoria contemporanea. Nel 2024 ha curato interviste e testo introduttivo per la pubblicazione MAD – Movimento Autonomo delle Donne, (ziczic edizioni) documentando la nascita a Lecce del primo gruppo femminista separatista e il contesto politico e personale della rottura attivata dal femminismo negli anni ‘70. Nel 2025 ha curato le interviste della pubblicazione Arte, Artigianato e Design in Puglia (Manni Editori).
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