Leviatano Artificiale. L’evoluzione Digitale del Patto Sociale

Thomas Hobbes, nel 1651 aveva una sua visione del mondo, limitata ai mezzi che il tempo offriva per un’esperienza sensibile. Eppure, riuscì a delineare nel suo più famoso trattato, “Il Leviatano, o la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile”, un tratto peculiare che aiuta a identificare tutti gli esseri umani e che è rimasto immutato nei secoli, se non per metodi espressivi: la paura.
L’essere umano ha paura, da sempre. Lo stesso Hobbes, si potrebbe pensare, avesse paura nel momento in cui scriveva quel celebre trattato: il 1651 segnò il suo ritorno in Inghilterra, guidato da una scommessa politica, che lo vide schierarsi dal lato del parlamentarsimo di Cromwell e delle Teste Rotonde, raffreddando i rapporti con la Monarchia che a lungo gli aveva fornito protezione. 

Il Leviatano è uno scritto che, dietro a una lucidità di visione senza pari per l’epoca, nasconde una grande incertezza, diventando per Hobbes un cavallo di Troia per l’Era delle decapitazioni dei sovrani, porgendo allo stesso tempo il fianco ai suoi detrattori che videro nel Leviatano un modo di accattivarsi una corrente politica, che mai era appartenuta al filosofo. La paura porta alla preservazione. Il Leviatano è preservazione e, d’altronde, Hobbes non ha mai postulato qualcosa di diverso. 

Ogni azione umana, è mirata al superamento della paura. Affinché si possa giungere a un superamento, l’essere umano si circonda di Mezzi. 

È un Mezzo la parola, così come lo sono le armi, la comunicazione, le leggi. Ogni strumento di cui l’umano si circonda, ha come azione ultima il superamento di quello Stato di Natura hobbesiano, in cui proprio la mancanza di Mezzi, crea uno squilibrio di cui la sola forza bruta si fa livella. 

Ed è certamente vero che ciò non è mutato: ogni giorno, la ricerca continua, che si agisca come singoli o come collettività. Ma aborrendo una concezione giusnaturalistica dell’incedere umano, è indubbio che il cambio di paradigma sociale, comporta anche un’evoluzione dei Mezzi, che se Hobbes ha saputo inquadrare in un patto sociale tra popolo e potere sovrano, oggi necessita di nuovi addendi. 

Il cambio di addendi sociali del patto, rispetto all’originaria postulazione, non è qualcosa di inedito nella storia: tornando con la mente, agli anni ‘40 dello scorso secolo, fu il pensatore e filosofo Carl Schmitt, nel turbinio di opinioni dettate dal giustificazionismo tedesco di quegli anni, a formulare la tesi dei multi-Leviatani: in questa sua formulazione, che ripescava a piene mani dal brocardo hobbesiano “Extra civitatem nulla securitas”, non bisognava più dubitare sul passaggio ormai avvenuto, a Stato Civile. In altre parole, la serenità sociale non dipende più da quell’accordo tra potere popolare e potere sovrano, quanto più da potere statale e potere ultra-statale. Secondo Schmitt in parole povere, la paura era da ricercare in tutti quegli Stati sovrani esteri, che avrebbero tentato di sopraffare la Sua Germania. Discorso quantomeno ironico, se fatto da un Nazista. 

Purtuttavia, va tenuto conto di un fatto più che di un’opinione: il Leviatano muta, in quanto prodotto giuspositivista, che adatta le sue forme e le sue inclinazioni di “machina machinarum” al momento storico che si trova a vivere. Il Leviatano è un sinonimo di certezza, il Mezzo ultimo per rifuggire la paura. 

Da questa premessa, non ho potuto non interrogarmi su quali potessero essere dei nuovi e aggiornati termini, che potrebbero aiutare a racchiudere un Leviatano nel XXI secolo. Prima però, sento necessario aggiungere un ulteriore tassello alla premessa, un importante rivolto della medaglia. 

Se è infatti vero che la paura spaventa alcuni, c’è chi ne vede le potenzialità. Spaventare significa, indurre alla ricerca di una soluzione, che annulli la sensazione di paura. In un ambiente capitalisticamente controllato, in cui denari e capitali possono fungere da soluzione alla paura, è quantomeno intuitivo pensare che vi sarà chi tenterà di generare strumenti, atti a produrre paura o, perlomeno, a metterli in luce. E se da un lato è vero che, la colpa non è mai di chi accende la luce ma di chi sta già agendo al buio, è anche vero che, in un ragionamento che prescinde dalla volontà morale, tale comportamento porta necessariamente a un’escalation della paura. E sia chiara la parte d’esclusione della volontà morale, intendendo con ciò l’annullamento dell’intento di chi punta il dito, che in questo ragionamento viene necessariamente equiparato al timor auctor. Per essere ancora più chiaro, dico che se è vero che le intenzioni sono diverse, il fine è lo stesso, voluto o meno che sia. 

Nuovi addendi – popolo e mezzi

Se si da per vero il concetto giuspositivista, di un’evoluzione della società non solo dal punto di vista formale, quanto più sostanziale e morale, con un’evoluzione di sensibilità e linee comunicative, diventa dunque inevitabile assumere che non si possa più rimanere ancorati a un paradigma che vede da una parte il popolo e dall’altra il sovrano, che congiuntamente danno vita a un patto leviatanico di superamento della paura. 

Bisogna, prima di tutto, domandarsi di cosa si abbia paura adesso rispetto all’epoca in cui il Leviatano nacque. 

Per prima cosa, la guerra ha cambiato ragione sociale: non più metodo di risoluzione delle controversie primo, quanto più soluzione finale e finalizzante, di un’inestricabile fattispecie. La privazione della sensazione di stato di Guerra Perenne (sebbene, di fatto, risulta impossibile abbandonare questa forma mentis, indipendentemente dall’epoca presa in esame), ha portato il popolo a temere molto meno per tutto ciò che arriva dall’esterno, tutto ciò che non si conosce a dovere. Come necessaria conseguenza, il Sovrano si è ritrovato ad avere uno spazio di negoziazione sempre inferiore, che lo ha portato a dover trovare un nuovo compromesso. Più la guerra viene vista come un fenomeno lontano, cui si attenta alla risoluzione in via preventiva, più un sovrano perderà di senso verso un popolo sempre meno spaventato. Il mantenimento dello status quo globalizzato, diventa causa di desovranizzazione universale. 

Un popolo che non crede più nel patto sociale originale, non è comunque sciolto da esso, tutt’altro. Come detto, il nostro obiettivo in questo breve trattato, è proprio quello di capire su cosa, un popolo aggiornato, possa porre la sua attenzione. 

Per giungere a una conclusione, bisogna anche notare come l’ontologia umana sia cambiata: esistere non significa più solo e soltanto Essere ma Esserci, inteso come Esporsi. Chi si espone, chi mostra di sé, immediatamente esiste, seppur bidimensionalmente, esponendo di sé solo ciò che la camera stagna e controllata del social, richiede. Inversamente a ciò, chi sceglie di non esporsi, non esiste o esiste “di meno”: non raccontare la propria esistenza, dinnanzi a una massa socializzata di esseri che vedono l’esistenza nell’esposizione, significa semplicemente non esistere. Ovviamente, non è l’esposizione a determinare i processi della materia, che danno di fatto la vita. Non si può tuttavia trascendere il concetto per cui, viene percepito come più vivo, colui che si espone bidimensionalmente, poiché nella tridimensionalità la materia si fa fin troppo concreta per noi, esseri sempre meno abituati alla profondità. In questo modo, ecco che lo schermo osa diventare uno scudo e che le parole scritte, tendono a diventare voce. L’attività dello scambiarsi parole scritte, viene etichettata come “parlare”, equiparando di fatto le due azioni e depotenziando la seconda che, per definizione, necessiterebbe dell’utilizzo della voce. 

Alla luce dei tanti fattori sopra esposti, appare sempre più chiaro come gli addendi leviatanici, non possano che essere popolo-Esserci (social). A cambiare ovviamente, è anche la minaccia caldeggiata: non rispettare un patto col sovrano, può riportare a uno stato di guerra perenne. Ma non rispettare il ricatto sociale dell’Esserci, a cosa potrebbe mai portare?

Ricordate, no? L’uomo ha paura. Mai l’uomo si è trovato in quella situazione di negoziazione interiore, che porta all’annientamento del patto sociale stipulato con l’Esserci. E ciò che non si conosce, diventa facilmente ciò che si teme maggiormente. 

Inatteso il finale che mi appresto a scrivere, persino per me, che vedo la mia tesi diventare generatrici di un’inevitabile conclusione. Vi è attualmente, una necessità non di cambio di addendi, ma di consolidamento degli stessi. L’esistenza di un Leviatano è l’unico sintomo di stabilità per l’uomo e attualmente, vivere senza addendi precisi, che non possano effettivamente prospettare un bianco o un nero o un grigio una volta attuati o disattesi, è la vera guerra perenne che ogni essere si ritrova a combattere. 

La mente collettiva disgregata, senza un popolo che formi una massa ma un insieme di unità. E se l’affermazione di se stessi è fondamentale, è necessario sapere che vivere per se stessi, significa imbracciare la paura e portarla con sé, come il soldato porta addosso una granata pronta a esplodere, procedendo a dita incrociate verso il superamento della paura. Il superamento del ricatto sociale, potrebbe effettivamente essere considerata rivoluzione, in quanto sovversione non di un ordine costituito ma di un intero sistema di valori umani.

Ne saremo mai in grado?

Pietro Falzone, giurista classe 1997, inizia a scrivere per riviste online nel 2013, collaborando con piccole testate di settore (intrattenimento geek-nerd). Dal 2022 è un redattore fisso di Player.it, per cui ha realizzato recensioni, approfondimenti e trasferte, anche estere. Nel 2024 esce il suo primo libro “Street Fighter – L’Universo a 6 Tasti di Capcom” a cui segue “Calcio a 8bit” circa un anno dopo. Appassionato di filosofia da sempre, ama raccontare verità distanti tra loro, creando punti di contatto inediti.

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