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- 01. ACQUA
Lo statuto ontologico della liquidità sociale
- Maia Vitagliano
Una società liquida
Inutile negarlo: la società invocata a gran voce da quello zio anziano (e un po’ conservatore) durante i pranzi di famiglia non esiste più. Difatti, in conseguenza del crollo delle strutture sociali consuete – quelle che hanno regolamentato e scandito la vita umana nei tempi passati – oggi si assiste all’affermazione di modelli inediti, dalla fluidità acquosa e dai contorni sfumati. La modernità ha portato con sé un generale bisogno di flessibilità e, benché in parte sia stato possibile accogliere tali istanze, permangono delle resistenze particolaristiche apparentemente intoccabili. Vi sono, infatti, ambiti in cui l’applicazione di una mobilità forzata alle strutture umane ha prodotto conseguenze inattese (e talvolta sconcertanti), rendendo difficile la transizione verso il futuro e una conciliazione democratica tra il vecchio e il nuovo. Proprio in tale ottica occorre ripercorrere la storia delle trasformazioni sociali degli ultimi tempi e rielaborare in chiave critica le implicazioni di una fluidità tanto spinta, al punto da risultare spesso inconciliabile con le tendenze collettivistiche, caposaldo delle società umane.

La teorizzazione della filosofia liquida
La teorizzazione del concetto di filosofia liquida si deve al filosofo britannico-polacco Zygmunt Bauman (1925 – 2017), che, nel descrivere il passaggio storico e sociologico dalla modernità alla postmodernità, definisce quest’ultima metaforicamente liquida, ossia mutevole ed effimera, proprio come l’acqua. Il filosofo, infatti, contrapponendo la solidità e le certezze della concezione modernista alla frammentazione e alla pluralità di quella postmodernista, caratterizzata dal superamento critico della grandi costruzioni teoriche, inaugura una prospettiva apparentemente paradossale, in cui l’unica certezza è costituita proprio dalla consapevolezza della natura incerta di tutte le cose, sempre soggette al cambiamento. Si verifica così la perdita dei punti di riferimento tradizionali, a livello sia individuale sia collettivo: di fronte alla relativizzazione della morale e alla particolarizzazione della società, diviene sempre più complesso prospettare un prototipo sociale stabile e ordinato. La società diviene quindi un mosaico fluido e imperfetto, in cui il violento crollo di certezze più o meno universali causa instabilità, frammentazione e precarietà in tutti gli ambiti della vita umana, generando una grande dispersione ideologica, professionale, affettiva e relazionale.
I presupposti storici e culturali della liquidità sociale: dal Sessantotto al Neoliberismo
Prendendo le mosse dall’analisi condotta dallo storico Mauro Magatti ne La grande contrazione (Feltrinelli 2012)(1), è possibile individuare due motivi storici opposti (ma di fatto complementari) a fondamento dell’odierna liquidità sociale.
Vi è, in primis, il Sessantotto (da considerarsi anche e soprattutto nelle sue infinite propaggini), responsabile di un rinnovo radicale della società: nel rifiuto dei solidi vincoli tradizionali, visti come limitanti e repressivi, si riflette un gran desiderio di libertà, anticamera dell’imperante richiesta di maggiori spazi di esercizio della propria soggettività. L’io viene in tal modo assurto a fulcro tanto della vita personale quanto di quella collettiva: è il chiaro innesco di ciò che sarebbe accaduto nel secolo successivo.
In secundis, occorre riflettere sull’influenza esercitata dal pensiero economico neoliberista. Il neoliberismo, infatti, tacciando le istituzioni pubbliche di limitare enormemente la libera iniziativa dei singoli, individuava la soluzione in una drastica circoscrizione dell’ingerenza statale nei meccanismi economici. Ci si auspicava così l’avvento di un mercato libero, deregolamentato, in cui il prototipo (neo)liberista per eccellenza, l’Homo oeconomicus, egoista e razionalista, potesse agire in totale libertà, motivato (e accecato) dalla volontà di arricchirsi a ogni costo. Ne scaturisce un ideale umano improntato alla liberazione dai vincoli sociali e dalle istituzioni politiche: un uomo che, unico giudice delle proprie azioni, opera in quella terra di nessuno che oggi definiremmo libera, liquida.
Questi due movimenti, dunque, pur appartenendo a sfere ideologiche apparentemente lontane, nel corso dei decenni hanno costantemente viaggiato su due binari paralleli, muovendosi nella stessa direzione e giungendo presso lo stesso capolinea: una rivendicazione totalizzante della libertà individuale, uno stravolgimento talmente radicale da scuotere fin nelle fondamenta tutte le istituzioni collettive. Si origina, di conseguenza, una frattura significativa tra le varie generazioni coinvolte: mentre i padri conservano (e custodiscono) le certezze del modello precedente, i figli si ritrovano ad annaspare in quella massa liquida e incerta rappresentata da ciò che sarebbe venuto.
Diviene così possibile evidenziare sia i molteplici effetti benefici avuti da tali rivoluzioni culturali sulla società, finalmente liberata da costruzioni gerarchizzate e coercitive e avviata verso un grandioso processo di sviluppo sociale e civile, sia, nella critica alla liquidità, i risvolti più controversi delle stesse (2).
Il ruolo del capitalismo in una società liquida
Per comprendere quale sia il ruolo giocato dal capitalismo nella costruzione baumaniana, occorre analizzare la profonda critica condotta dal filosofo ai danni del modello economico dominante, del quale vengono messe in luce le maggiori degenerazioni. Ne Dentro la globalizzazione (1998) (3), vengono esaminati i meccanismi fondamentali della globalizzazione, della quale viene evidenziata la natura sostanzialmente aggressiva e pericolosa: essa trae la propria linfa vitale dal disfacimento delle istituzioni statali e genera, nella prospettiva di un’ottimizzazione radicale, il concetto di “vite inutili” (questione affrontata in Vite di scarto, 2003) (4), ossia non collocabili nelle filiere dei consueti processi di produzione e di consumo. Con la mercificazione dell’esistenza umana, ben condensata nel concetto di capitale umano, nascono nuove forme di esclusione e sfruttamento: l’esistenza di un uomo nella società viene legittimata esclusivamente dal valore che questi ha (o potrebbe avere) come ingranaggio di una grande macchina alimentata con il denaro, mai in virtù di ciò che potrebbe offrire alla collettività in termini meramente umani e culturali. In Homo consumens (2007) (5), invece, viene analizzato il ruolo del consumo nella società odierna, destinato ad assumere un peso inedito. Bauman intuisce, infatti, come in un mondo capitalizzato l’unico modello umano sostenibile sia, paradossalmente, proprio quello del consumatore: nell’instabilità di un mondo liquido, fondato su apparenze labili e momentanee, il desiderio sostituisce il bisogno e, nella pretesa del tutto e subito, ci si rifugia nell’apparente appagamento dato da un consumismo bulimico e fine a se stesso. Come evidenziato dai due psichiatri-filosofi Gérard Schmit e Miguel Benasayag ne L’epoca delle passioni tristi (6), quando il futuro non è più una promessa, bensì una minaccia, quando all’impegno potrebbe non subentrare mai la giusta soddisfazione, si tenta (senza grandi risultati) di esorcizzare a livello personale una crisi storica lasciandosi cullare dai vortici capitalistici.
Altro ruolo chiave in tale processo è giocato dall’omologazione sociale, tipica dei nostri tempi: Bauman dimostra come non sia più sufficiente acquistare solo ciò di cui davvero si necessita, in quanto l’inserimento nella società risulta ormai fortemente condizionato dalla possibilità di accedere a precisi prodotti e servizi, assurti a veri e propri status symbol. L’identificazione con la modernità e con una cerchia sociale di riferimento, dunque, dipende esclusivamente dai beni di consumo che si possiedono, unico vero mezzo di relazione tra gli individui: da qui l’esclusione di chi può consumare meno, condannato a uno stato di frustrazione perenne.
Il relativismo e i confini della libertà individuale
Come precedentemente accennato, alla certezza delle grandi costruzioni teoriche – ormai definitivamente tramontate – subentra in quest’epoca il dubbio dato dalla parcellizzazione delle prospettive: nell’assenza di verità universalmente condivise, si precipita in un relativismo esasperato, in grado di investire le idee, i valori e i comportamenti dei singoli individui. Anche le conoscenze e i pensieri diventano così parziali e instabili, perfetto riflesso di un mondo liquido e mutevole. Possiamo affermare, dunque, di essere giunti nell’epoca del trionfo dell’approccio descrittivista al famigerato problema morale: le valutazioni – anche quelle etiche – sono quasi sempre demandate alla moralità del singolo, che viene ritenuto libero di decidere autonomamente per sé stesso, anche quando la scelta operata, pur non violando nessuna norma di legge, potrebbe discostarsi dal sentire comune.
Tuttavia, benché le costruzioni relativiste siano quelle in grado di garantire il maggior spazio alla libera espressione della soggettività individuale, occorre in questa sede evidenziarne anche i limiti più evidenti, allo scopo di comprendere quanto sia difficile conciliare le stesse con ideali di tipo collettivistico. Difatti, se, in un’ottica squisitamente relativistica, ci si limitasse a prendere atto di ciò che si riscontra, senza la pretesa di introiettare delle regole, non si potrebbe che registrare come ugualmente “validi” tutti i comportamenti e tutte le scelte degli uomini, in quanto ciascuno avrebbe una sua ragion d’essere, anche se non necessariamente condivisa o condivisibile. Da qui, dunque, nell’ottica della conciliazione degli interessi del singolo con quelli della collettività, il ritorno all’archetipico contrasto tramandatoci dalla tradizione greca tra la regola individuale (ἦθος) e la norma collettiva (νόμος), ancora ben lungi dall’essere veramente sanato. Volendo azzardare un’ipotetica soluzione, si potrebbe auspicare la creazione di un ἦθος nuovo che, assumendo il rispetto altrui a norma universale irrinunciabile, consenta di dare un senso condiviso alle leggi positive, intese come impegno collettivo verso la ricerca di una soluzione condivisa e relativamente universale ai problemi etici concreti, che riesca ad assecondare le esigenze di un sistema morale in continuo divenire, concedendo i dovuti spazi alla dimensione individuale (7).
Come la liquidità sociale ha trasformato il mondo del lavoro
Sulla base di quanto fino a ora analizzato, è stato possibile comprendere i più importanti meccanismi alla base del concetto di modernità liquida: ne è emerso il ritratto di una società molto diversa da quella del passato, più mobile e meno schematica. Volendo analizzare le più dirette implicazioni di un simile modello, sarebbe utile descrivere le trasformazioni subite negli ultimi tempi dal mondo del lavoro, diverso da quello del passato e destinato a cambiare ancora. Difatti, se in passato vi erano sempre schemi d’ordine precisi, fatti di percorsi di studio (o di inserimento professionale) fissi, ai quali corrispondevano carriere lavorative predefinite, negli ultimi tempi tale prospettiva si è avviata verso un generale declino: non vi sono più strade e ruoli standardizzati e, nel sorgere di opportunità formative e professioni completamente inedite (basti pensare a tutti coloro che lavorano attraverso il web e i social network), i percorsi diventano sempre più flessibili e intercambiabili. Molte delle professioni tradizionali stanno progressivamente scomparendo in favore di orizzonti nuovi e sempre meno figli decidono di seguire le orme dei padri, scegliendo spesso percorsi che richiedono un maggior grado di professionalizzazione. Complessivamente, dunque, è la concezione stessa del lavoro a cambiare per andare incontro alle esigenze di un bacino di utenza nuovo, formalmente più qualificato e sicuramente più esigente.
L’amore ai tempi della liquidità sociale: il secolo della solitudine
Nell’analisi della dimensione affettiva dell’essere umano in un mondo liquido, occorre effettuare una premessa fondamentale: in una società basata sui consumi, tutto viene irrimediabilmente mercificato, senza fare eccezione neanche per l’uomo e le relazioni che questi intrattiene con i suoi simili.
Complessivamente, si assiste all’emancipazione dei singoli dalla società: assumendo come valore chiave la libertà individuale, la liberazione dalle “catene” sociali diviene inevitabile. La priorità non è più, dunque, trovare condizioni affettive stabili e definitive, bensì evitare legami che possano risultare vincolanti rispetto alle opportunità individuali presenti e future. Di qui l’affermarsi di un modello basato su relazioni spesso brevi e instabili, disimpegnate e fluide: cambiare partner è divenuto molto più semplice e comune rispetto al passato e l’istituzione del matrimonio, spesso bellamente bypassata dalla convivenza, pur conservando la ben nota natura contrattuale, ammette ormai anche la rescissione. Da qui la progressiva scomparsa della famiglia tradizionale e dei suoi ruoli ben codificati: la realtà si è fatta molto più complessa e, tra i mille scenari divenuti possibili, risulta sempre più difficile tracciare schemi d’ordine dal valore universale. Lo scioglimento dei consueti vincoli relazionali, inoltre, ha modificato profondamente anche la natura dei rapporti amicali e familiari: al giorno d’oggi è molto più semplice troncare i rapporti con parenti percepiti come tossici, così come ridurre le frequentazioni con conoscenti indesiderati, preferendo cerchie sociali ridotte e selezionate.
Benché sia doveroso riconoscere l’importanza di una simile rivoluzione socio-culturale, alla quale si deve un numero incommensurabile di diritti e opportunità (basti pensare, ad esempio, all’istituto giuridico del divorzio o al riconoscimento attribuito ai diritti delle donne), occorre interrogarsi su quali possano essere i punti d’ombra di una società (finalmente) libera da schemi inadeguati e oppressivi. Difatti, non è un caso se il nostro tempo è stato definito il “secolo della solitudine”: la frenesia e la libertà della vita dei singoli, insite in uno schema liquido, generano un senso diffuso di alienazione e sradicamento. L’assenza di rapporti umani stabili e autentici ha generato sì libertà, ma anche una condizione di solitudine profonda, endemica. Sarebbe dunque errato considerare gratis tali libertà, per quanto importanti esse siano: per comprenderne il valore, occorre sempre domandarsi quale prezzo abbiano (e non si parla di soldi, bensì di una solitudine e una precarietà esistenziali).
L’individualismo e l’auto sfruttamento positivo
Analizzato il senso della definizione “secolo della solitudine”, occorre porre all’attenzione un’altra diretta conseguenza della liquidità sociale: l’individualismo. Difatti, proprio in virtù dell’inedita centralità della dimensione soggettiva, l’uomo contemporaneo si trova immerso in una condizione segnata da un individualismo esasperato, talvolta ricercato, talvolta indotto a livello sistematico. Paradossalmente, il più grande limite di una costruzione individualista è segnato proprio dall’affermazione dell’ autonomia e della libertà del singolo: laddove si incoraggiano l’iniziativa personale, il potere decisionale e la responsabilità individuale, si scade in quello che il filosofo tedesco-sudcoreano Byung-chul Han ne Eros in Agonia (Feltrinelli 2012) (8) definisce “autosfruttamento positivo”, ossia una dimensione esistenziale privatizzata, in cui il singolo si ritrova investito dell’onore-onere di costruire un progetto di vita personale, assumendosene la piena responsabilità. Difatti, nella società della prestazione (Leigstungsgesellschaft), afferma Han, il concetto di dovere viene sostituito da quello di potere: è proprio questo il cavillo sfruttato dal neoliberalismo per inchiodare i singoli a un regime di autosfruttamento, appositamente venduto come connubio di possibilità e libertà. Attraverso tale strategia, si diviene imprenditori (ossia servi e al contempo padroni) di sé stessi, innescando un circolo vizioso in cui l’individualismo e l’illusione di poter fare si autoalimentano in maniera costante.
La perdita della dimensione collettiva
Come precedentemente accennato, nell’età della liquidità la vita associata è stata destrutturata in nome dell’individualismo, assurto a unica via percorribile dagli uomini per trovare la felicità. In tale condizione, segnata dalla dispersione e dalla frammentazione, vi è stata una generale perdita della dimensione collettiva e, di conseguenza, di tutti quei valori che prima di allora avevano segnato il progresso sociale, civile e storico. Si perviene a uno stato paradossale: il Sessantotto e il neoliberismo, presupposti storici della liquidità sociale, pur essendo nati a partire da un retroterra fortemente collettivistico e politicizzato, hanno generato una società improntata al solipsismo, in cui i valori collettivi e politici tradizionali sono scomparsi. Immediata conseguenza di una tale impostazione è l’impossibilità di pensare e realizzare nuovi orizzonti sociali, culturali e politici: le rivoluzioni richiedono basi collettive solide, formate da personalità unite e consapevoli, non del fallimentare accostamento di singolarità disunite e incompatibili. Benché tracciare le linee guida di un ipotetico percorso da seguire per porre un freno a tale deriva sia piuttosto complesso, è ugualmente possibile affermare l’importanza, da parte dei singoli, della cultura e della conoscenza. Solo essendo consapevoli di ciò che accade del mondo e delle cause dei fenomeni è possibile sia sfuggire alle sottili imposizioni e alle manipolazioni di chi trae vantaggi personali dalla precarietà, dalla frantumazione e dallo sfruttamento delle classi più deboli, sia concepire la necessità (e i piani di attuazione) di un nuovo modello socio-culturale e politico (9).
Conclusione: la liquidità è la nuova frontiera della modernità o una fase storica da cui retrocedere?
Come la teoria vichiana dei “corsi e ricorsi storici” insegna, vi è una ciclicità ricorrente tra le fasi storiche negative, in cui crollano valori e certezze, e i periodi di splendore, in cui si affermano novità destinate a cambiare il corso degli eventi. Alla luce di ciò, occorre chiedersi come classificare nella maniera più corretta il nostro periodo, quello della liquidità, al fine di comprendere se si tratti della culla di un modello sociale inedito o se si sia giunti al capolinea della civiltà. Come evidenziato dal filosofo Umberto Galimberti ne La parola ai giovani (Feltrinelli 2018) (10), quando vi è una perdita (e non un ricambio) di valori tra presente e passato non c’è evoluzione, ma solamente nichilismo: nella società liquida, come si è visto, i capisaldi del passato vengono raramente rimpiazzati da nuove costruzioni ideologiche altrettanto forti e sentite, in grado di porsi alla base di una nuova società. Tuttavia, affinché la carica innovatrice insita nella liquidità, in parte forma di ribellione a forme di oppressione consolidate nel corso dei secoli, non vada perduta, sarebbe opportuno riuscire a coniugare in maniera equilibrata tutte le realtà prese in esame: è fondamentale riconoscere il valore della libertà e dell’emancipazione da ogni costrizione, ma anche ricostruire una dimensione collettivista funzionale. Infatti, la fluidità non deve trasformarsi nel rifiuto o nell’incapacità di impegnarsi e sacrificarsi in nome di progetti e ideali superiori, altrimenti vi è il rischio che essa smetta di essere uno strumento di libertà e divenga, invece, la schiavitù del XXI secolo.
NOTE
1 Mario Magatti, La grande contrazione, Milano, Feltrinelli, 2012.
2 Gabriele Giacomini, Una critica generazionale alla modernità liquida di Bauman, Mimesis-Scenari, 27 gennaio 2017.
3 Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione, Roma-Bari, Laterza, 1998.
4 Id., Vite di scarto, Roma-Bari, Laterza, 2003.
5 Id., Homo consumens, Trento, Erickson, 2007.
6 Gérard Schmit; Miguel Benasayag, L’epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli, 2014.
7 Alessandro D. Conti.; Stefano Velotti., Costellazioni del pensiero, vol. 1A, Roma-Bari, Laterza, 2020.
8 Byung-Chul Han, Eros in agonia, Milano, Nottetempo, 2012, pp. 18-19.
9 Gabriele Giacomini, Op. cit.
10 Umberto Galimberti, La parola ai giovani, Milano, Feltrinelli, 2018, pp. 113-114.
BIBLIOGRAFIA
Bauman, Zygmunt, Dentro la globalizzazione, Roma-Bari, Laterza, 1998.
-, Vite di scarto, Roma-Bari, Laterza, 2003.
-, Homo consumens, Trento, Erickson, 2007.
Byung-Chul, H., Eros in agonia, Milano, Nottetempo, 2012.
Conti, Alessandro D. e Velotti, Stefano, Costellazioni del pensiero, vol. 1A, Roma-Bari, Laterza, 2020.
Galimberti, U., La parola ai giovani, Milano, Feltrinelli, 2018.
Giacomini, G., Una critica Una critica generazionale alla modernità liquida di Bauman, Mimesis-Scenari, 27 gennaio 2017.
Magatti, M., La grande contrazione, Milano, Feltrinelli, 2012.
Schmit, G. e Benasayag, M., L’epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli, 2014.
Maia Vitagliano è una studentessa che frequenta l’ultimo anno di liceo classico. È appassionata di letteratura, storia, filosofia, attualità, geopolitica e cultura in generale.
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