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- 01. ACQUA
Mekorot: l’acqua come strumento di controllo coloniale
- Wijdan Al-Zniti

In Palestina, l’acqua non è solo una risorsa naturale: è un’arma, uno strumento sistemico di dominazione. Israele ha costruito un sofisticato apparato di controllo idrico che si fonda sul furto, sull’apartheid e sulla violenza istituzionalizzata, e lo ha fatto attraverso Mekorot Ltd., la compagnia idrica nazionale.
La nascita di Mekorot Ltd. non può essere compresa se isolata dal progetto sionista di insediamento coloniale in Palestina. Questa azienda, oggi pubblicizzata come una “eccellenza mondiale” e “green” nella gestione delle risorse idriche, è in realtà un’emanazione diretta del processo di espropriazione sistemica e pulizia etnica che il sionismo ha pianificato e attuato fin dalla fine dell’Ottocento. Mekorot non è un’azienda qualunque. È lo strumento idraulico di un colonialismo d’insediamento.
A Gaza e nella Cisgiordania occupata, Mekorot distribuisce vita e sete con una logica di dominio: per ogni litro che sgorga nei rubinetti degli insediamenti illegali, ce n’è uno che manca nei villaggi palestinesi.
Il mandato britannico e la geopolitica della sete
Nel 1917, con la Dichiarazione Balfour, il governo britannico promise ufficialmente al movimento sionista l’appoggio alla creazione di una “focolare per il popolo ebraico” in Palestina. Questa dichiarazione, firmata da Lord Balfour e indirizzata a Lord Walter Rothschild fu un atto imperiale che ignorò completamente la volontà della popolazione indigena palestinese.
La famiglia Rothschild, attraverso l’organizzazione Palestine Jewish Colonization Association, aveva già finanziato la creazione dei primi insediamenti sionisti a partire dalla fine del XIX secolo. Ma l’aspetto decisivo era la visione della terra e dell’acqua come strumenti da conquistare e sfruttare in funzione di un progetto coloniale.
Mekorot fu fondata nel 1937, in pieno Mandato britannico, con la collaborazione tra il Fondo Nazionale Ebraico, l’Agenzia Ebraica e il Consiglio Esecutivo Sionista. Questi enti erano tutti diretti strumenti del progetto coloniale. La loro missione era acquistare terra (spesso con coercizione o con la protezione delle forze britanniche), espellere i contadini palestinesi, e costruire infrastrutture solo per la popolazione ebraica.
Fin dall’inizio, Mekorot si è configurata come un’istituzione coloniale: centralizzando il controllo delle risorse idriche a favore della popolazione ebraica, ha tracciato uno dei primi strumenti concreti della pulizia etnica. Negli anni ’50, Mekorot costruisce il sistema idrico nazionale, deviando il corso del fiume Giordano – una risorsa fondamentale per Giordania, Cisgiordania occupata e il deserto del Naqab – verso le colonie sioniste illegali.
Il piano era chiaro: dove c’è acqua, ci sarà insediamento. Dove non c’è acqua, i palestinesi se ne andranno forzatamente. Questa logica è stata documentata dagli stessi dirigenti sionisti. L’acqua è stata usata per rendere “non sostenibile” la vita nei villaggi palestinesi, obbligando la popolazione autoctona a migrare.
Nel 1950, tre anni dopo la Nakba, Mekorot costruì il National Water Carrier, un gigantesco progetto idrico che trasferisce l’acqua del Lago di Tiberiade e del fiume Giordano verso i centri urbani israeliani e le colonie illegali nel deserto. Il progetto fu finanziato con capitali raccolti da organizzazioni sioniste in Europa e Nord America, molte delle quali legate a famiglie come i Rothschild, i Warburg, i Kuhn. Non è una coincidenza: il potere idrico è sempre stato centrale nella strategia di colonizzazione.
Nel Naqab, Mekorot è lo strumento per disidratare i villaggi beduini palestinesi. Oltre 160.000 persone non sono mai state collegate alla rete idrica. I tribunali israeliani hanno ripetutamente rifiutato ogni richiesta. A decine di chilometri da queste comunità, i cosiddetti “kibbutz” e i “moshav” ricevono irrigazione continua per le colture. In quelle stesse terre desertiche, il colonialismo idrico ha trasformato la sabbia in agricoltura high-tech.
Il fiume Giordano o meglio Nahr al-Urdunn, una volta fonte primaria d’acqua per tutta la Palestina, è stato completamente deviato da Mekorot. I palestinesi lungo la Valle del Giordano oggi non hanno accesso nemmeno a quella che era una risorsa naturale condivisa. I coloni israeliani, che vivono illegalmente su quelle stesse terre, ricevono l’acqua direttamente dai pozzi gestiti da Mekorot, mentre i palestinesi devono pagare per camion-cisterna o vivere con 20 litri al giorno.
Mekorot ha sistematicamente costruito una geografia dell’acqua segregata, dove gli israeliani hanno accesso illimitato e gratuito, mentre i palestinesi devono pagare prezzi esorbitanti, per acqua che proviene da sotto le loro stesse case.
Il dominio totale israeliano sull’acqua
Nel 1967, Israele assunse il controllo totale su ogni sorgente, pozzo e tubo. L’Ordine Militare 158 ha reso impossibile per i palestinesi costruire nuovi impianti idrici senza il permesso dell’esercito. Permessi che non arrivano quasi mai. Ogni goccia che esce da una sorgente palestinese deve essere approvata da un sistema militare di occupazione. La repressione si traduce in infrastrutture: i pozzi palestinesi sono pochi, superficiali, spesso inutilizzabili; quelli israeliani sono profondi, moderni, protetti.
Nel 1995, con gli Accordi di Oslo II, Israele si è garantito l’accesso all’80% dell’acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania occupata, lasciando ai palestinesi un misero 20% – percentuale poi mai realmente raggiunta. La popolazione palestinese è raddoppiata, ma l’acqua disponibile è rimasta la stessa, o è diminuita. I progetti palestinesi per nuovi impianti sono sistematicamente bloccati. Mekorot, intanto, continua a vendere acqua ai palestinesi, con un sistema assurdo: i colonizzati devono comprare dai colonizzatori l’acqua delle loro stesse terre.
Secondo B’Tselem, il consumo giornaliero pro capite palestinese nella Cisgiordania occupata è di circa 70 litri, in molte zone rurali meno di 20 litri, al di sotto della soglia minima d’emergenza raccomandata dall’OMS. Gli israeliani consumano oltre 300 litri al giorno. I coloni illegali in Cisgiordania ricevono un flusso costante e abbondante di acqua, mentre le comunità palestinesi sopravvivono tra razionamenti, serbatoi vuoti e cisterne a prezzi esorbitanti.
Il colonialismo non è solo militare
La colonizzazione sionista, come insegnava Herzl stesso, non è solo una questione di soldati o frontiere, ma di ingegneria del territorio. La rete idrica è una delle armi principali. Mekorot è il volto tecnico dell’apartheid idrico: costruisce, connette, devia e chiude in base a criteri razziali. Non c’è nulla di “neutrale” o “tecnico” in questo. È progettazione del dominio.
L’acqua non è distribuita in base al bisogno, ma all’appartenenza etnica. Mekorot ha venduto nel 2019 oltre 93 milioni di metri cubi d’acqua all’Autorità Palestinese – che non ha diritto a scavare pozzi propri senza permesso. In altre parole, i palestinesi comprano la loro stessa acqua, gestita da chi li occupa.
A Gaza, Israele utilizza la sete come arma di genocidio
A Gaza, la situazione è ancora più estrema, assumendo connotazioni apertamente genocidarie. Anche prima del 7 ottobre 2023, la Striscia era in condizioni di collasso idrico: il 97% dell’acqua era non potabile, la falda costiera inquinata e sovrasfruttata, le infrastrutture fatiscenti o distrutte da bombardamenti di anni prcedenti. Israele, dal 2007, ha imposto un blocco totale sull’ingresso di materiali da costruzione e manutenzione che considera “a duplice uso”, impedendo ogni possibilità di riparare il sistema idrico. Il risultato: oltre 100.000 persone senza accesso alla rete pubblica già nel 2015. Oggi, la crisi ha superato ogni soglia umana e di sopportazione.
Secondo l’ONU, Israele ha deliberatamente usato l’acqua come arma di “guerra”. Dopo il 7 ottobre, ha tagliato completamente l’approvvigionamento idrico a Gaza, negando l’accesso anche agli impianti di desalinizzazione. Le persone sono state costrette a bere acqua salmastra, o a camminare ore per riempire taniche da fonti inquinate. Secondo The Guardian, questa situazione ha aggravato una catastrofe umanitaria: epidemie di dissenteria, infezioni della pelle, disidratazione. Le acque reflue non trattate si riversano nel suolo e nel mare, alimentando una spirale di morte invisibile e persistente.
Nel giugno 2025, un altro rapporto dell’ONU ha dichiarato che “il crollo totale del sistema idrico a Gaza potrebbe causare una siccità devastante e fame di massa”. Eppure, Israele continua a vietare sistematicamente l’ingresso di impianti di desalinizzazione, generatori per le pompe, carburante per i camion cisterna. I crimini non si consumano solo sotto le bombe, ma nelle scelte calcolate di far morire le persone di sete. La sete e la fame sono il volto più crudele del colonialismo e genocidio.
Apartheid idrico e dominio
Il sistema Mekorot è un laboratorio di apartheid. È il meccanismo con cui il colonialismo israeliano produce vulnerabilità e poi la vende come soluzione. L’acqua, una risorsa universale e diritto umano riconosciuto, diventa mezzo di coercizione: un metodo per costringere i palestinesi a cedere, emigrare, sopravvivere senza resistere.
Israele ha fatto dell’acqua una frontiera coloniale. L’elemento più essenziale per la vita è diventato uno strumento per spopolare le terre palestinesi, per rendere invivibili le aree che si vogliono annettere, per punire e sottomettere l’intera popolazione. Dietro ogni rubinetto che non funziona a Jenin, ogni cisterna vuota a Khan al-Ahmar, ogni tanica riempita sotto il sole e tra le macerie di Gaza, c’è un intero sistema progettato da oltre un secolo, e finanziato da governi occidentali che si dicono democratici.
Mekorot è solo il volto tecnico. Il cuore del problema è il progetto sionista stesso: un progetto coloniale che, per realizzarsi, ha sempre avuto bisogno di rendere invisibili i palestinesi. Il colonialismo idrico israeliano va chiamato con il suo nome: crimine strutturato contro un popolo colonizzato.
- https://www.btselem.org/publications/202305_parched
- https://www.un.org/unispal/document/auto-insert-206852/
- https://www.amnesty.org/en/latest/campaigns/2017/11/the-occupation-of-water/
- https://www.amnesty.org/en/documents/MDE15/027/2009/en/
- https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/israels-control-water-occupied-palestinian-territories
- https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2016/573916/ EPRS_BRI(2016)573916_EN.pdf
- https://www.theguardian.com/world/2023/may/17/how-israel-uses-water-to-control-west-bank-palestine
- https://www.btselem.org/water
- https://www.cesr.org/sites/default/files/Palestine.RighttoWater.Factsheet.pdf
- https://www.theguardian.com/world/2025/jun/20/collapse-of-gazas-water-systems-may-cause-devastating-drought-and-hunger
- https://www.un.org/unispal/document/israel-must-stop-using-water-as-a-weapon-of-war-un-human-rights-expert/
- https://www.newarab.com/news/gazas-palestinians-battle-thirst-israel-tightens-blockade
- https://english.wafa.ps/Pages/Details/157203
Wijdan Al-Zniti, appassionata e studiosa delle dinamiche sociali e politiche del Medio Oriente, con un focus particolare sulla causa palestinese. Collabora e scrive per diverse testate indipendenti, approfondendo temi legati a giustizia, diritti e geopolitica della regione.
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