Mi spieghi cos’è l’intelligenza?

Perché nell’universo di Star Wars si insegna ancora come nell’antico Egitto?
Una breve riflessione sul paradosso della spiegazione, che rischia di soffocare l’intelligenza invece di liberarla.

È successo qualche mese fa. Guardo la serie The Mandalorian di Star Wars e, all’improvviso, qualcosa colpisce la mia attenzione. Il Mandaloriano si trova su Nevarro, un pianeta in fase di rinascita. Entra in una scuola. Rimango a bocca aperta.

The Mandalorian - Stagione 2 - Chapter 12: The Siege

Star Wars è un multiverso narrativo basato su un altrove fantastico, dove una società intergalattica ha raggiunto un dominio quasi totale sulla materia e sullo spaziotempo. Eppure, in un universo dove la tecnologia ha raggiunto livelli quasi magici – processi euristici, calcoli tensoriali, reattori a fusione molecolare – rimango sorpreso nel pensare che, in quella scuola, se al posto del droide mettessi Filomena – la mia maestra delle elementari – la situazione sarebbe identica. Sotto la scocca di metallo e i sensori avanzati, batte il cuore di una didattica antica, rendendo la tecnologia un simulacro di un metodo che conosciamo da sempre.

In quella scuola il droide spiega, spiega, spiega. Richiama all’ordine al minimo cenno di disattenzione. Proietta slide su uno schermo. Niente penne, niente matite: solo tablet tra le mani degli studenti e delle studentesse. 

È qui che il paradosso si fa carne: in una società iper-avanzata, che richiede competenze al limite dell’immaginazione, la pedagogia resta arcaica. Non esagero. Quel droide fa lezione come avviene ogni giorno nelle nostre scuole; nello stesso modo insegnavano gli ummia babilonesi, gli scribi egizi, i praeceptores romani, i magistri medievali.

Dal passato a oggi, da piramidi a galassie lontane, cambiano i mezzi e i supporti, ma resta intatto un credo che appare quasi assiomatico: l’idea che per insegnare sia necessario, prima di tutto, spiegare. Deve esserci chi emette; deve esserci chi riceve. Una polarità apparentemente immutabile.

È successo qualche mese fa. Leggo il libro Il maestro ignorante di Jacques Rancière e qualcosa, fin dalle prime pagine, si imprime nel mio cervello: 

“Spiegare qualcosa a qualcuno significa innanzitutto dimostrargli che non può comprendere da solo”

Sono parole forti quelle scritte dal filosofo francese, di natura e intento sicuramente provocatori, ma quel libro non è solo una critica a un sistema educativo che da millenni si fonda sulla trasmissività. È la storia di un pedagogo dell’Ottocento, di nome Joseph Jacotot, che nel 1818 si ritrova a vivere un assurdo didattico. Esiliato in Belgio e incaricato di insegnare il francese a studenti di cui non conosceva la lingua, Jacotot compie un gesto di pura disperazione: consegna loro un’edizione bilingue del Telemaco di Fénelon e gli chiede di imparare il testo francese aiutandosi con la traduzione olandese.

Contro ogni previsione, quel gesto si rivela catalizzante: senza una sola lezione di grammatica, senza dire una singola parola, quegli studenti imparano. E non solo: iniziano a usare la lingua francese per esprimere le proprie opinioni, i propri dubbi e le proprie riflessioni sulla qualità del testo che stavano leggendo. 

In quel momento Jacotot comprende che l’atto educativo non è la trasmissione di un sapere da un pieno a un vuoto, ma il risveglio di una potenza che è già presente in noi. Va solo attivata. 

Il resto è storia: chiama il suo metodo Insegnamento Universale, e più si diffonde più si scontra duramente con le istituzioni accademiche che vedono nella sua idea di uguaglianza una minaccia all’ordine sociale. Muore nel 1840, chiedendo che sulla sua tomba sia scritto: “Credo che Dio abbia creato l’anima umana capace di istruirsi da sola, senza maestri“.

Rancière coglie questa storia al balzo, ci scrive un intero libro. L’obiettivo non è quello di diffondere una teoria, ma interrogarci sulle nostre pratiche didattiche. Nella mia mente echeggia ancora questa frase, che spunta all’improvviso tra le pagine de Il maestro ignorante: 

“C’è abbruttimento là dove un’intelligenza è subordinata a un’altra intelligenza”

Cos’è l’intelligenza? 
Difficile dirlo. Esistono almeno 70 definizioni ufficiali, ma restiamo sul classico: l’American Psychological Association la definisce come “capacità di derivare informazioni, imparare dall’esperienza, adattarsi all’ambiente, comprendere e utilizzare correttamente il pensiero e la ragione“.

Qualunque sia la formula, la sostanza non cambia: non si diventa intelligenti quando si ripete qualcosa a memoria, quando si eseguono compiti o si ascoltano affascinanti teorie. L’intelligenza, quella viva, evolve dall’imprevisto, dalla necessità, dal non detto. Si nutre di volontà, desiderio, tentativi e fallimenti. È quella cosa che, se guidata bene, ti resta addosso per tutta la vita.

È successo ieri, succede oggi, succederà anche domani. Milioni di giovani entrano tutti i giorni in quella che io chiamo la “scuola dell’IO-DEVO”. Luogo di meraviglie e contraddizioni, l’unico forse – in tutta la nostra società – che ancora non ha conosciuto una rivoluzione scientifica tale da segnare un distacco evidente dai secoli scorsi. Oggi si insegna come si faceva in passato, lo fanno persino in Star Wars: non riusciamo a staccarci di dosso quell’idea che gli studenti e le studentesse siano tazze di acqua calda e il docente la bustina dell’infuso. 

Capiamoci. Non sto dicendo di incerottare la bocca a chi insegna e abbandonare i ragazzi e le ragazze a loro stessi. Mi interrogo su qualcosa di più sottile. Mi chiedo se dietro il sistema della spiegazione non si nasconda un’architettura di potere, una perversione del controllo. Mi chiedo dove finisca la parola che emancipa, che coscientizza, e dove inizi quella che opprime e passivizza. Mi chiedo anche in quali altri modi, più efficaci, l’oralità possa essere usata per valorizzare la nostra intelligenza, senza assoggettarla. E mi chiedo anche quanto, tutto questo, possa risultare insopportabile per le istituzioni.

Ci sono soluzioni? Sì, ce ne sono a migliaia, sparse per tutto il mondo. Il vero problema, però, non è la scarsità di alternative: è la nostra incapacità collettiva di crederci, di staccarci da dogmi didattici e immaginare un nuovo futuro educativo. La maggior parte delle persone, oggi, è convinta che ci sia una sola scuola: quella convenzionale, quella che hanno fatto i nostri nonni, quella nella quale – direbbe Rancière – molti di noi, molte di noi, hanno passato – e passeranno – decenni a farsi imbruttire.

Le cose cambieranno, prima o poi. Lo spero. 
Ma nessuno ci garantisce che quel giorno saremo ancora in tempo per recuperare tutta quell’intelligenza rimasta a poltrire tra verifiche, interrogazioni, pagelle e spiegazioni.

Simone Zuppiroli
Ingegnere per formazione, docente di matematica per passione e professione,
edunauta per ossessione. Da quando ha capito che ogni scuola è un sistema complesso, smontabile e rimontabile, composto da variabili principalmente di natura psicologica, pedagogica e ingegneristica, passa le sue giornate a bere caffè, portare fuori i cani e interrogarsi su come poter migliorare questo sistema scolastico sull’orlo della catastrofe.

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