“Povero dodo!”: l’angelo estinto di Charlotte Perkins Gilman

Le pareti illuminate dal primo sole, il respiro regolare del marito ancora a letto, le voci dei bambini che si rincorrono per la stanza, la colazione sul tavolo e l’impasto del pane già pronto per la cena. Il focolare domestico non smette mai di ardere: è la donna, “l’angelo della casa”, a mantenerlo vivo. Eppure, mentre tutto sembra perfetto, un pensiero si insinua nella sua testa: è davvero questa la felicità?

Quella appena evocata è la scena tipica di molte famiglie borghesi americane della prima metà dell’Ottocento, in cui le sfere della vita erano nettamente separate. La sfera pubblica apparteneva agli uomini, capifamiglia indefessi che lavoravano fuori casa e portavano il peso della responsabilità economica e sociale; quella privata invece competeva alle donne, custodi della purezza morale e garanti dell’armonia domestica. Considerate fragili e inferiori sul piano fisico, emotivo e intellettuale, le donne venivano escluse dal mondo esterno e relegate a un solo compito: proteggere il focolare da una modernità percepita come corruttrice, offrendo alla famiglia un rifugio rassicurante nello spazio sacro delle mura domestiche.

Questo sistema di valori – di evidente radice patriarcale – era fondato sulla rigida separazione dicotomica tra spazi pubblici e privati, che dividevano a loro volta la vita delle donne da quella degli uomini. Questa ideologia si associava al cosiddetto “culto della domesticità” (anche noto come Cult of True Womanhood), che stabiliva l’ideale di femminilità a cui ogni donna di classe medio-alta doveva ambire. L’ideale prescriveva un modello femminile impossibile e pernicioso, fondato sull’abnegazione e sulla dedizione totale alla cura della casa, del marito e della prole. Un’ideologia presentata come edificante, che dava alle donne la responsabilità simbolica e illusoria di educare i cittadini americani del domani, e che però perpetuava la subordinazione femminile e la supremazia maschile. La donna ideale era fissata nell’immagine stereotipata dell’angelo del focolare, che doveva incarnare le quattro virtù essenziali di pietà, castità, obbedienza e sottomissione. 

Charlotte Perkins Gilman, scrittrice, sociologa e femminista statunitense, è stata tra le prime a smontare questa narrazione, mostrando la gabbia dietro il mito della domesticità come destino naturale. Nipote di due figure centrali del femminismo e dell’abolizionismo, Harriet Beecher Stowe e Isabella Beecher Hooker, Gilman matura presto la convinzione che le donne debbano emanciparsi attraverso l’indipendenza economica e culturale, dismettendo i panni delle donne angelo oberate di incombenze domestiche. Con saggi come Women and Economics (1898) e The Home: Its Work and Influence (1903), denuncia le contraddizioni dell’ideologia delle due sfere e propone un modello alternativo basato sulla collettivizzazione e sulla remunerazione del lavoro domestico, che possa al contempo alleggerire il carico del lavoro casalingo e combatterne l’isolamento, liberando così anche tempo ed energie per la vita intellettuale, politica e artistica delle donne.

Anche nella narrativa, Gilman affronta il tema della marginalizzazione femminile. In racconti come Through This (1893), mostra la fatica estenuante di una giornata domestica senza spazi per sé, e in If I Were a Man (1914), mette in scena il desiderio di sperimentare i privilegi di una vita maschile, scoprendo un mondo progettato a misura d’uomo. Ma è The Yellow Wallpaper (1892) a diventare la sua opera più celebre: un racconto autobiografico in cui Gilman trasforma l’esperienza della depressione post-partum in un atto di denuncia contro pratiche mediche oppressive e contro l’isolamento domestico forzato. Accolto inizialmente come un racconto gotico, narra invece la storia di una donna confinata in una stanza e spinta alla follia dalla famigerata “cura del riposo”. Questo popolare trattamento, inventato dal dr. Silas Weir Mitchell, veniva prescritto soprattutto alle donne e le costringeva a rimanere allettate senza stimoli intellettuali: un trattamento deleterio e inutile, come viene definito anche da Virginia Woolf, sottoposta più volte alla cura.  

Negli anni successivi alla separazione dal marito, Gilman produce un corpus letterario ricchissimo, dedicandosi a svariati generi e continuando a scrivere saggi, romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sulla rivista da lei fondata, The Forerunner, diventando così una delle voci più influenti del femminismo americano d’inizio Novecento. La sua produzione, che spazia dalla narrativa utopica (Herland, 1915) alla saggistica sociale (The Man-Made World, 1911), fino alla poesia (Suffrage Songs and Verses, 1911) e al teatro (The Ceaseless Struggle for Sex: a Dramatic View, 1890), resta ancora in gran parte poco conosciuta in Italia. Coerente con le sue convinzioni sull’autodeterminazione, quando le viene diagnosticato un cancro al seno, sceglie di porre fine alla propria vita. 

An Extinct Angel è un racconto brevissimo che Charlotte pubblica nel 1891 sulla rivista Kate Field’s Washington a firma Charlotte Perkins Stetson – il cognome del secondo marito. Con tono ironico e pungente, il testo prende di mira la figura dell’angelo del focolare, simbolo del Cult of True Womanhood. L’espressione “angelo della casa” deriva dal poema di Coventry Patmore, The Angel in the House (1854-1862), scritto in onore della moglie Emily, che divenne il ritratto della donna perfetta, poi trasformato in codice culturale. Qualche decennio più tardi, nel 1931, Virginia Woolf nel celebre discorso Professions for Women, tenuto alla National Society for Women’s Service di Londra, inviterà le donne a “uccidere” metaforicamente quell’angelo, sempre comprensiva e altruista, priva di desideri propri e dedita al sacrificio. Già quarant’anni prima, però, Gilman aveva relegato quella figura al passato, presentandola come un “angelo estinto”, un simbolo obsoleto da sostituire con la New Woman, la donna intelligente, istruita ed emancipata, pronta a scrivere da sé la propria storia.

L’angelo estinto 
(“An Extinct Angel”, Kate Field’s Washington, vol.4, September 1891, pp.199-200)

C’era una volta una specie di angeli che abitava questo pianeta e fungeva da “solvente universale” per tutti gli aspetti sgradevoli e inconciliabili della vita umana. 
Erano piuttosto numerosi: quasi ogni famiglia ne possedeva uno e, pur differendo nel grado di virtù serafiche, erano tutte, senza eccezione, creature angeliche. 
I vantaggi di possedere una tale creatura erano incalcolabili. Innanzitutto, per un umano comune le possibilità di guadagnarsi il paradiso aumentavano enormemente grazie a loro: questi beni semi-celesti davano al proprio padrone una sorta di diritto all’altro mondo, una garanzia pratica di grande conforto. 
Gli angeli, infatti, possedevano virtù superiori a quelle degli umani e, poiché si comportavano in modo impeccabile, anche i loro padroni ottenevano riconoscimento. 
Oltre al diretto vantaggio di biglietti omaggio per l’aldilà, c’erano anche innumerevoli vantaggi indiretti per l’aldiquà. Possedere una di queste creature angeliche spianava ogni asperità dell’esistenza e donava gioia e pace a una condizione altrimenti ardua. 
Compito dell’angelo era placare, rasserenare, consolare, deliziare. Non importava quanto turbolente fossero le passioni del suo padrone, anche quando talvolta arrivavano al punto da fargli picchiare legalmente il suo angelo con “un bastone non più spesso del suo pollice”, la creatura angelica non doveva provare alcuna passione – ammenochè l’abnegazione non fosse da considerarsi una passione, cosa che spesso in effetti diventava per lei. 
L’umano usciva per il suo duro lavoro quotidiano e si consolava come meglio credeva. Rincasava spesso stanco e irritato e, in quella evenienza, compito dell’angelo era sfoderare un sorriso per risollevarlo – un dolce, perpetuo, celestiale sorriso. 
Per una sfortunata limitazione umana, all’angelo era richiesto oltre ai doveri sublimi di sorridere e calmare, anche di svolgere dei servizi domestici come cucinare, pulire, cucire, accudire e simili incombenze mondane. Tutto questo, però ovviamente, doveva essere compiuto senza la minima diminuzione delle virtù angeliche. 
Le virtù angeliche, comunque, avevano una natura curiosamente paradossale. 
Erano innate. L’umano non pretendeva di nominarle, tanto meno di possederle, riconoscendole come ben oltre la sua rozza natura terrena; eppure sorvegliava senza sosta le virtù dell’angelo, scriveva interi manuali su come dovesse comportarsi, e sosteneva apertamente che gli angeli avrebbero perso ogni virtù se avessero smesso di obbedire e sottomettersi alla volontà e al giudizio umano. 
Oggi ci sembra strano pensare a quelle condizioni passate, ma allora pareva una cosa naturale, e gli angeli – benedetti i loro cuori pazienti e sottomessi! – non avrebbero mai pensato di metterla in discussione. 
Non sorprende forse che quando la creatura angelica cadeva, l’umano la punisse con furia implacabile. Era così facile essere un angelo rispetto a un umano, che non c’erano scusanti per la caduta di un angelo, nemmeno mediante la sua stessa pietà angelica e il suo tenero affetto. 
Può sembrare crudele che proprio l’umano per cui l’angelo era caduto – con cui, o a causa di cui era caduto, comunque la si voglia mettere – fosse severo quanto chiunque altro nel condannarla. Lui non aiutava mai l’angelo a rialzarsi, al contrario, se ne tirava fuori e riprendeva la sua strada, lasciandola nel fango. Per lui era molto comodo calpestarla e sosteneva anzi fermamente che ciò servisse a mantenere puliti gli altri angeli. 
Questa cosa è oltremodo misteriosa ed è meglio non indagare troppo a fondo. 
La quantità di lavoro fisico, duro e degradante richiesta a quegli spiriti luminosi era impressionante. Molti lavori – sempre essenzialmente sporchi – erano relegati interamente a lei. E tuttavia, uno dei suoi primi e più rigidi doveri era mantenere le proprie vesti angeliche perfettamente pulite e immacolate.  
L’umano provava grande piacere nel contemplare le vesti fluenti degli angeli: il loro movimento cangiante gli rievocava dolci ricordi e pensieri piacevoli; inoltre, si riteneva che le suddette virtù angeliche risiedessero in gran parte proprio nella fluidità di quelle vesti. Pertanto dovevano necessariamente essere fluenti, e quegli abiti ampi ondeggiavano incontrollati sulle membra stanche di colei che li indossava, sul mobilio attorno e lungo le scale. Perché gli angeli, purtroppo, non avevano ali, e il loro lavoro richiedeva in buona parte di salire e scendere le scale. 
Riflettendoci, è piuttosto singolare notare quanto il loro lavoro consistesse soprattutto nell’occuparsi dello sporco. Sì, sembra incredibile nella nostra epoca illuminata, eppure gli angeli servivano gli umani in ogni forma di lavoro umile, compiendo come dovere naturale cose che gli umani detestavano e aborrivano.
Apparentemente inconciliabile, ma loro lo conciliavano: l’angelo era un angelo e il lavoro era il suo lavoro, cos’altro volere di più? 
Solo una cosa della questione sembra un po’ dubbia: gli angeli – lo dico sottovoce – non erano molto brillanti! 
Gli umani non amavano gli angeli intelligenti – l’intelligenza, in qualche modo, offuscava il loro splendore e sbiadiva le loro virtù. Se gli angeli avessero avuto un po’ di buon senso, sarebbe stato più difficile conciliare le cose. Perciò si prese ogni precauzione possibile per impedire agli angeli di apprendere qualcosa della nostra rozza saggezza umana. 
Ma poco a poco, per l’imprevedibile conseguenza dei continui matrimoni misti fra angeli e umani, l’angelo cominciò a desiderare, trovò e mangiò il frutto proibito dell’albero della conoscenza. 
E fu quel giorno che lei morì. 
La sua specie si estinse. Si mormora che qua e là in qualche luogo remoto si possa ancora trovare un esemplare solitario, in posti privi di accesso al frutto mortale, ma la razza, in quanto tale, è ormai estinta.
Povero dodo!

Fonti consultate: 
Ammons, Elizabeth. 1992. Conflicting stories: American Women Writers at the turn into the Twentieth Century. New York: Oxford University Press, Ch. 3, pp. 34-46.

Gilman, Charlotte Perkins. 2009. The Yellow Wall-Paper and Other Stories, edited by Robert Shulman. Oxford: Oxford University Press.

Scacchi, Anna. 2023. “Una città per le donne borghesi: la rivoluzione domestica di Charlotte Perkins Gilman”, in DEP, Deportate, esuli e profughe, n.51, pp.24-37.

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Donatella Marcatajo si è laureata in Lingue e Letterature Europee e Americane all’Università degli Studi di Padova, specializzandosi in culture postcoloniali, afro-discendenti e dal sud globale. Ha lavorato per diversi anni nel settore dell’arte contemporanea, per poi dedicarsi alla traduzione editoriale e alla riscoperta di autrici dimenticate. Ricerca la ricezione dell’opera di Sylvia Plath in Italia con il blog Sylvia Plath Italy e traduce dall’inglese e dal francese.

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