Senti il mio battito, musica, fammi sentire il tuo

Quando scrivo, ho bisogno di sentire prima un po’ di musica. Mi pare sia lei a suggerirmi le idee, come se io mi limitassi a farne la sbobina. Eppure le canzoni non hanno collegamento lirico né armonico con il tema di cui scrivo: allora perché ne ho bisogno, chi mi sta parlando? 

Camminando per strada, ci sembra di entrare in confidenza con qualcuno che ci cammina vicino semplicemente stando in sintonia col suo passo. Pensiamo, imitandone il ritmo, di aver trovato una chiave d’accesso a qualcosa di comune e comunemente nascosto, così intimo da essere proibito. Se ci basta mantenerci sulla stessa lunghezza d’onda di uno sconosciuto per tranquillizzarci e dirci soddisfatti nella nostra sete di conoscenza reciproca, forse è da qui che dovremmo partire nel riflettere sul perché amiamo la musica e perché questa cerchi di venirci incontro proprio nel suo aspetto ritmico. É qui che mostra la sua carta d’identità e ci permette di iniziare a camminare insieme, con tutte le conseguenze che agnizione e sintonia comportano: iniziamo osservandone la figura, il modo in cui si muove, il battito che la muove, ne copiamo il ritmo. E sentiamo di conoscere un po’ più il mondo e noi stessi poi. Oggi siamo assuefatti alle strutture che ci vengono proposte: ricordiamoci invece che nulla è mai necessario e che c’è un motivo anche per l’attuale standardizzazione martellante delle forme musicali. Andiamo con ordine.

Ritmo alla natura

Cos’è questo innominato e viscerale sconosciuto, che sempre più sembra appiattirsi ma che, prepotente, ancora è doppione dell’umanità? La musica ci ricorda che corriamo in cerchio: il ritmo è la componente musicale più arcaica, tanto da non provenire neanche dalla musica, ma dalla natura stessa. La pioggia che cade, il cuore che batte, il giorno e la notte sono prove del fatto che abbiamo bisogno di un controtempo per identificarci rispetto a ciò che viviamo. Non vi sorprenderete, quindi, di sapere che le prime forme di musica sono imitazioni di tempi naturali e i primi strumenti, tipi di tamburo. Col tempo, melodia e armonia si sono vestiti di colori sempre più sgargianti che ci hanno accecato fino a che il ritmo, timido, si è ritirato sugli spalti a guardare come fondamento silenzioso. La musica nasce innanzitutto con funzione espressiva e quindi deve seguire le variazioni di sentimenti, snodandosi liberamente da forme prestabilite e reiterate: tale è quello che sentiamo e di cui lei si fa specchio. Insomma, note ed emozioni andavano di pari passo, e più che la struttura ritmica ciò che valeva davvero erano le sue deroghe e disattese repentine, perché esattamente lì stava l’apporto dell’interiorità umana. Ecco che si ha l’occasione di confrontarsi con un essere vivo, reattivo, imprevedibile (deriverà da qui il sentimento del sublime che proviamo di fronte a qualcosa di infinitamente grande?).

Ritmo all’industria 

Come accade per ogni cosa di incontrollabile e che quindi spaventa l’uomo, sempre in bisogno di pensarsi in controllo, la ragione ha tentato di sistematizzare questa forza mostruosa e l’ha contenuta in strutture: possiamo dirlo? È l’inizio della fine. O almeno, la fine di quella funzione espressiva. Se l’intelletto ficca il naso negli affari del moto d’animo e tenta di fare ordine in una stanza a suo dire disordinata, in questa sua rassettatura vorrà incrociare le braccia alla fine, osservando il prodotto, complimentandosi tra sé per il bel lavoro: la musica non si vive ma si contempla, ha funzione estetica. Non è più un incontro di interiorità ma un esercizio di riordino, che per sua natura richiede forme e strutture più codificate possibile. Si, è l’inizio della fine.

Il mondo in cui ci troviamo è metropolitano: una dimensione in cui per l’impossibilità di trovare punti fermi e convinzioni durature (avete sentito parlare della morte delle ideologie?), è la scansione del tempo che si è eretta a dittatrice; l’uomo, per quanto forte voglia apparire, ha sempre bisogno di un’intelligenza che lo comandi. Di musica siamo circondati, eppure non risuona più perché nessuno ha tempo di contemplarla, figuriamoci di viverla. Perché allora ci sembra ci sia più vicina che mai? Perché per vivere nel tempo metropolitano abbiamo bisogno di un ritmo serrato e sempre uguale, un veleno che ci contagia e ci costringe a ballare a favore di qualcun altro. E a cosa potrà mai essere utile, in questo scenario, l’apporto dell’interiorità in una canzone pop? Semmai siamo noi che abbiamo interiorizzato questa scansione infernale e la rigettiamo nella nostra ombra musicale per continuare a darci una spinta. 

Nutro troppo amore per la musica per disegnarne un quadro pessimista, anche se oggettivamente le condizioni della scena pop odierna sono quantomeno peculiari. Si, perché l’impressione è quella che la musica, una forza potentissima e mai uguale a se stessa, sia stata presa in ostaggio, costretta a svuotarsi della particolarità di cui si era riempita e obbligata ad accogliere e servire quante più persone possibile, con il logico corollario che per fare amicizia con tutti non bisogna essere amici di nessuno: magari la funzione che ha oggi la musica è di essere un contenitore ritmico vuoto, in modo che ogni persona che la incontri possa riversarci ciò che cerca, contribuire a costruirla. 

Ritmo a noi

Non disperiamo, quindi. Le canzoni che ci ronzano attorno sono, sì, sempre più standardizzate e sempre meno espressive, ma questo forse vuol dire che il compito è passato a noi. Gli artisti faticano a trovare spiragli di comunicazione intima tra gli ammassi sempre più ingombranti della comunicazione generalizzata, ma continuano pur sempre a segnalare qualcosa e credo lo facciano servendosi proprio del ritmo che imbandiscono come tavolo di confronto: oggi più che mai una forma ci è necessaria, se non altro a stabilire punti di confine utili a rintracciare quel che ne devia per poterlo apprezzare. Oggi più che mai, poi, chi compone ha bisogno dei nostri sensi e sentimenti, perché la musica è rimasta uno dei nostri ultimissimi punti d’incontro. 

Rivendichiamo l’amore che proviamo per una canzone, unifichiamoci al suo ritmo e camminiamo assieme, vediamo se il passo troppo uniforme gli pesa: se grida, se a un certo punto si ribella e cambia andatura. In ogni caso, potrà rappresentare il nostro grado di eccedenza: la musica con cui ci identifichiamo è la direzione che prendiamo nel distinguerci da un formato uguale per tutti, un testo da tradurre da cui ognuno pesca ciò che gli sembra rilevante e lo mette in rilievo, delegandolo a una serie di note. Ora siamo noi gli autori di ciò che ascoltiamo, abbiamo la responsabilità di metter su un bel concerto. Non perdiamo l’occasione di far parte del dialogo e di innalzarci sopra noi stessi: potrà essere un gran nuovo inizio.

É molto meglio concepire la forma standardizzata come terreno di sfida dell’individualità piuttosto che come gabbia formale dell’espressione intima, ed è ciò che più si addice alla musica e al suo compito. Nella lotta all’identità, oggi sempre più invisibile ma quanto mai ardua, un punto di partenza potrebbe essere proprio quel campo in cui, nella sua essenza, nessuno potrà mai avere da ribattere: la musica, in ogni sua forma, purché qualcuno ci viva dentro. E ricordiamoci che il cuore vive e batte ancora in tutti. 

Arianna D’Agostino si preoccupa di osservare per bene qualsiasi forma di cultura rintracciabile oggi, specie se popolare, e di scriverci qualcosa sopra sperando che a qualcun altro venga voglia di osservare con lei. Studia alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma, dove si è interessata alla teoria critica e agli studi mediologici.

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