Techno Embodiment: cura e riscrittura di un Corpo tecnologico

Ecco come il Corpo non chiede guarigione ma si offre come errore, glitch, ferita fertile, attraversato dalla tecnologia: in questa frizione nasce un soglia vivente, instabile, sensibile; un Corpo disturbato ma insubordinato, che trasforma il disordine mediale in atto di sopravvivenza.

1. Il sintomo invisibile

Il primo sintomo non è una ferita, ma un’assenza. Il Corpo non urla, non cade, non sanguina. 
Semplicemente smette di esserci. Si scollega, si scolpisce nell’inerzia, viene ignorato dal  flusso delle notifiche. Nella silenziosa rivoluzione dei dispositivi, è stato il primo a  essere archiviato. Sostituito da interfacce, delegato a biometrie, marginalizzato come puro  supporto operativo. Il Corpo, oggi, è una soglia disabitata. 

Viviamo in un’epoca di dissociazione corporea sistemica, un disturbo diffuso ma   normalizzato. Tecnologie progettate per ottimizzare, semplificare, connettere — dallo  scrolling compulsivo all’avatarizzazione dell’identità, dalla navigazione algoritmica alla  sorveglianza passiva — hanno prodotto un’espropriazione progressiva del Corpo vissuto.  Non lo abitiamo più: lo delegittimiamo, lo riduciamo a periferica silenziosa. In questa deriva  disincarnata, il Corpo si ammala di invisibilità. 

Eppure, è proprio il Corpo, nella sua fragilità sensibile, a contenere il potenziale della  resistenza. Una resistenza fisiologica, una memoria muscolare, un glitch fisiologico. Il Corpo  come media originario, come luogo di consapevolezza somatica e di riscrittura  dell’esperienza. Lì dove la tecnologia ha patologizzato l’essere, il Corpo può diventare  archivio di contro-narrazioni, superficie di insubordinazione, dispositivo di cura. 

In questo senso, la tecnologia non è solo agente patogeno, ma anche strumento terapeutico  — se e solo se riconfigurata attraverso pratiche critiche, affettive, artistiche. Alcuni artisti lo  sanno bene: performer, body artist, cyborg ibridi, che con il proprio corpo-sintomo hanno  scelto di abitare la soglia tra trauma e possibilità. In un’epoca in cui il digitale ci sottrae al  contatto, riscoprire il Corpo non è nostalgia: è insubordinazione incarnata.

2. Anatomia dei disturbi mediali

Relegato a sfondo operativo della tecnocultura, il Corpo non tace: sviluppa sintomi. Brucia, si irrigidisce, implode. L’era digitale non lo ha cancellato, ma lo ha reso opaco a sé stesso, costringendolo a muoversi in ambienti saturi di dati e impoveriti di sensibilità. Da questa condizione emergono nuove sindromi non riconosciute dai manuali diagnostici, ma inscritte nella carne come segnali intermittenti di un disordine profondo.

L’iper-visibilità algoritmica, che espone il corpo a sorveglianza e capitalizzazione continua; la standardizzazione somatica, effetto di intelligenze artificiali estetiche che normalizzano i tratti; la biometrizzazione del sé, che riduce la vita a parametri da ottimizzare; la saturazione attentiva, generata dal multitasking permanente; la fatica posturale, sintomo dell’immobilità da schermo; e l’afasia emotiva, segno di una comunicazione iperverbale ma povera di affetti; sono i sintomi di un’anatomia dei disturbi mediali che rivela un repertorio sempre più evidente. Tuttavia, non è la macchina a essere malata, ma la relazione patologica che instauriamo con essa: strumenti nati per estendere il corpo finiscono per privarlo di agency, riducendolo a terminale da correggere e monitorare.

Un esempio emblematico è il Quantified Self, che prometteva “self-knowledge through numbers” (Gary Wolf e Kevin Kelly, 2007): conoscere il Corpo tramite dati, grafici, algoritmi. Ogni battito, passo o ora di sonno diventa misura, ogni funzione monitorabile. Ma la trasparenza numerica non è neutra: trasforma la consapevolezza in sorveglianza volontaria, imponendo regimi di auto-controllo modellati su logiche produttiviste. Il Corpo diventa cruscotto, il soggetto paziente ideale del capitalismo digitale: non resiste, si adatta, si ottimizza.

Contro questa deriva si collocano artisti che trasformano il sintomo in linguaggio critico: dichiarano il Corpo obsoleto (Stelarc, ‘70), sottoponendolo a stress biomeccanici per mostrarne i limiti evolutivi; utilizzano la chirurgia per riscrivere il volto (ORLAN, 1990-1993), smascherando gli standard estetici e identitari. Questi Corpi non cercano guarigione, ma disvelamento: sono atlanti patologici che rivelano il trauma sistemico.

Accanto a loro, pratiche di biohacking situato — femminista, queer, post-umano — aprono prospettive alternative. Non un corpo da ottimizzare, ma da esplorare e riscrivere. Qui la tecnologia diventa alleata trasformativa, strumento di resistenza e di cura critica. Il Corpo biohackerato non è sano né malato: è ibrido, instabile, aperto all’incontro. La disfunzione non è più difetto da correggere, ma soglia generativa, linguaggio di una nuova agency incarnata.

3. Il Corpo come terapeuta: pratiche incarnate di resistenza

Se il Corpo è il primo luogo in cui si manifestano le disfunzioni mediali, è anche il primo dispositivo in grado di rielaborarle, trasformarle, risignificarle: non più soltanto paziente passivo o soggetto da monitorare — riconosciuto nella sua vulnerabilità — si configura come terapeuta. Non terapeuta in senso medico tradizionale, ma come agente critico e sensibile, capace di metabolizzare i traumi della tecnosfera e generare nuove ecologie percettive. In questo quadro, la vulnerabilità diventa una risorsa epistemica: ciò che espone, rivela e apre possibilità di trasformazione.

La riconfigurazione avviene quando la tecnologia non è più subita come infrastruttura invisibile e naturalizzata, ma viene reincarnata: messa in tensione, ibridata, resa esperienza situata attraverso pratiche artistiche, relazionali e somatiche. Il corpo-terapeuta agisce allora come interfaccia poetica, capace di riattivare connessioni che l’automazione tende a dissolvere: sensazione e riflessione, intimità e sistema, sintomo e racconto.

In questa prospettiva, i corpi non si limitano a sopravvivere ai disturbi mediali: li trasformano in materia viva, in segni estetici e critici. Curare, qui, non significa ripristinare un’omeostasi ideale, ma aprire lo spazio per nuove forme di soggettività post-normative, in cui tecnologie come realtà aumentata, biofeedback o protesi sensoriali diventano strumenti di ricomposizione critica della relazione con sé, con l’altro, con l’ambiente. La tecnologia non è rigettata, ma rinegoziata attraverso l’incarnazione artistica, diventando un catalizzatore di consapevolezza.

Accettare che la tecnologia modelli il Corpo significa allora interrogare le nuove forme di disagio e riscrittura che ne derivano; non secondo una logica clinica, ma come contro-tassonomia poetica del sentire: un sistema non normativo capace di nominare, incarnare e sovvertire stati percettivi. Queste “patologie” speculative non vanno quindi pensate come anomalie da guarire, ma come fenditure da abitare criticamente.

Tra queste, possiamo riconoscere l’iperplasticità sensoriale: condizione in cui i canali percettivi — vista, udito, tatto, attenzione — sono sottoposti a sovrastimolazione continua da ambienti digitali e flussi informativi incessanti. Non è solo sovraccarico, ma una riconfigurazione della soglia percettiva. Il Corpo, bombardato da notifiche, suoni, microvibrazioni, entra in uno stato di allerta diffusa, dove la distinzione tra attenzione e distrazione, riposo e stimolo, interno ed esterno si assottiglia. L’organismo si adatta, ma al prezzo di una perdita: la coerenza sensibile dell’esperienza. Le installazioni di Ryoji Ikeda o Herman Kolgen portano lo spettatore al limite della sopportazione sensoriale, trasformando l’iperstimolazione in presa di coscienza, mentre artisti come Meyer-Brandis propongono pratiche di riqualificazione lenta e sinestetica.

Un’altra forma disfunzionale è l’alogestualità cronica, sindrome che investe il gesto riducendolo a protocollo operativo. Swipe, scroll, tap diventano gesti-spettri: ripetibili, ottimizzati, privati di ambiguità affettiva. Il Gesto, da codice culturale ed espressivo, si riduce a funzione di interfaccia. È una forma di anestesia micromotoria, che non provoca dolore ma impoverisce progressivamente la grammatica del corpo. Alcune pratiche performative reagiscono a questa deriva: Mette Ingvartsen o Frédéric Gies riscoprono il Gesto come dispositivo politico ed erotico, mentre Tino Sehgal sottrae i corpi alla logica mediale per restituirli a una comunicazione effimera, incarnata. In queste esperienze, il Gesto torna a essere evento, atto di presenza e resistenza.

Tra queste patologie si inserisce anche una controtendenza rigenerativa non più solo sintomo di un disordine, ma apertura a un ripensamento affettivo della percezione stessa: la euroestesia performativa. In questo contesto, la tecnologia diventa trasduttore sensibile, strumento per generare nuove ecologie del sentire. Le performance biofeedback di Marco Donnarumma, che trasformano microtensioni muscolari in ambienti sonori, o le opere di Lisa Park, che traducono onde cerebrali in vibrazioni d’acqua, mostrano come il Corpo non sia oggetto ma processo vivo, continuamente ridefinito dall’interazione fra interno ed esterno.

Queste pratiche articolano una critica implicita alla razionalizzazione algoritmica della percezione: mentre le piattaforme cercano di standardizzare e predire, la neuroestesia performativa complessifica, disorienta, risensibilizza. Il Corpo si fa infrastruttura poetica, soglia viva capace di emettere e ricevere segnali in una rete estetico-affettiva non deterministica.

Il corpo-terapeuta emerge così come figura critica e creativa: non si adatta ma trasforma, non isola il sintomo ma ne indaga le cause sistemiche, non esternalizza la cura ma la riscrive come processo incarnato. È in questa figura che il disordine mediale può trovare un contro-discorso: non la normalizzazione, ma l’apertura a forme di soggettività ibride, instabili, generative. Un corpo che non solo soffre la tecnologia, ma la attraversa, la metabolizza e la riconfigura come alleata trasformativa.

4. Riscrittura di un Corpo tecnologico

In questo attraversamento del Corpo tecnologico come paziente e terapeuta, abbiamo visto come l’ecosistema mediale contemporaneo non solo riscriva la fisiologia e la semiotica del corpo, ma partecipi attivamente alla sua diagnostica, medicalizzazione e potenziale riabilitazione. Le patologie speculative non sono disturbi della macchina, ma sintomi relazionali, effetti collaterali di un’interazione mal modulata tra soggetto, tecnologia e potere.

Eppure, proprio nella consapevolezza di questa esposizione, il corpo riattiva la sua funzione critica e trasformativa. Il Corpo tecnologico non è solo vittima, ma anche spazio di resistenza, cura e reinvenzione. Un corpo disturbato, sì — ma consapevolmente disturbato, capace di abitare la soglia tra disfunzione e mutazione, tra sintomo e possibilità. Qui, il disordine mediale non è più solo una diagnosi, ma un’apertura ontologica: uno spazio fertile in cui l’instabilità si fa linguaggio e la vulnerabilità si trasforma in forza creativa. 

L’arte, la performance, la tecnologia sensibile non curano il “disturbo” cancellandolo, ma lo trasformano in narrazione incarnata, in pratica situata, in gesto poetico. La cura non coincide con la normalizzazione, ma con la possibilità di ascoltare e abitare diversamente ciò che il disturbo rivela. In questo senso, il disordine mediale diventa alleato di una nuova corporeità critica e sensibile. 

La proposta, allora, non è quella di sanare la tecnologia — né di rifiutarla — ma di usarla per ritrovare il Corpo. Un corpo capace di sentire, decifrare, reinventarsi attraverso le sue stesse fratture. Un corpo che non chiede di essere riparato, ma riascoltato e riconfigurato come luogo in cui il potenziale patologico si apre a nuove possibilità affettive, percettive, politiche.

Bibliografia

Baudrillard, J. (1981). Simulacres et simulation. Paris: Galilée.
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Butler, J. (2004). Precarious life: The powers of mourning and violence. London: Verso.
Haraway, D. (1985). A cyborg manifesto: Science, technology, and socialist-feminism in the late twentieth century.
Manning, E. (2016). The minor gesture. Durham: Duke University Press.
McLuhan, M. (1964). Understanding media: The extensions of man. New York: McGraw-Hill.
Simondon, G. (1958). Du mode d’existence des objets techniques. Paris: Aubier.
Wolf, G., & Kelly, K. (2007). The quantified self [Movimento].

Sara Fabretti è una giovane artista e ricercatrice transdisciplinare, laureata in Architettura all’Università IUAV di Venezia e in Multimedia Arts & Design presso la Rome University of Fine Arts. Si afferma come VJ nei principali club ed eventi di musica elettronica romani, esibendosi a Romaeuropa Festival, Fotonica, Videocittà e LPM – Live Performers Meeting con performance e installazioni multimediali. La sua ricerca si sviluppa attorno ai temi dell’interazione corpo-tecnologia, dal punto di vista artistico e performativo, con una particolare attenzione alla ricerca tecnico-scientifica e allo studio antropologico e sociale del dualismo uomo-macchina.

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