Una fatica diversa. Appunti per una scuola permeabile all’intelligenza artificiale.

La bella fatica di una volta
Correva l’anno 2001. Ero uno studente di seconda superiore, né brillante né negligente, in un liceo scientifico padovano. Il mio più grande tallone d’Achille – avevo scoperto con amarezza l’anno precedente – era il latino. Fino alle scuole superiori, pensavo di saperci fare con le lingue: in letteratura italiana, in grammatica, in inglese e persino in un corso pomeridiano di francese i miei voti erano profittevoli. Immaginavo, ingenuamente, che anche nella più celebre delle lingue morte i risultati sarebbero arrivati. Mi sbagliavo di grosso. Il mio nemico giurato erano le cosiddette versioni, ossia brani tratti da opere classiche da tradurre faticosamente, districandosi tra costruzioni del periodo oramai dimenticate dall’umanità e quella che io ho sempre trovato pura perversione linguistica: i “casi”, al posto dei funzionalissimi complementi di quasi tutte le grammatiche odierne. Non capivo perché mentre il testo parlava di soldati che si davano al saccheggio, a me invece risultavano diretti verso un campo di rape.

Fu in questo contesto che un giorno, in maniera piuttosto clandestina, misi le mani su un CD-ROM pirata contenente un banalissimo vocabolario digitale italiano-latino e latino-italiano, come oggi se ne possono trovare in abbondanza gratuitamente online. Già l’idea di poter risparmiare il tempo delle certosine ricerche manuali lemma per lemma sul Castiglioni-Mariotti mi elettrizzava. Quantomeno – pensai – potrò continuare a fare pessime traduzioni, ma nella metà del tempo. Questo nuovo strumento tecnologico, invece, si dimostrò utile ben oltre le aspettative. Ciascun lemma cercato, infatti, recava con sé una gran quantità di contesti d’uso con a fronte la traduzione italiana. Nella maggior parte dei casi, fra questi esempi c’era anche la traduzione della frase che faceva a caso mio (d’altro canto, si sa, non è che il corpus dei testi in latino sia aumentato considerevolmente in tempi recenti). Le traduzioni proposte dal software salvifico spesso non erano letterali. Per questo motivo, ero comunque costretto a revisionare “manualmente” tutti gli output che saccheggiavo dal corpus delle esemplificazioni d’uso. Ma avere una traduzione, se non la traduzione, mi aiutava a comprendere il senso generale. Una volta chiarito quello, era piuttosto ovvio che i dannati soldati non avevano nulla a che fare con i campi di rape.

Contro ogni mio pronostico, i miei voti in latino migliorarono grazie al nuovo ritrovato tecnologico. Non feci meno fatica nello studio del latino, ma feci una fatica diversa. Potei recuperare tutto il tempo di ricerca manuale sul pesante vocabolario cartaceo e ottimizzare la mia comprensione del senso della frase. Dovetti ugualmente studiare le declinazioni, per discernere un nominativo della seconda da un genitivo della quarta, così come dovetti studiare la perifrastica attiva e passiva per poterne fare una traduzione non troppo libera. Ma le cose migliorarono perché, in quel caso, il supporto tecnologico, invece di annullare la mia fatica, ne mutò la natura, amplificando così il mio potenziale.

Chi ha paura di far fatica?
Corre l’anno 2025, la proverbiale acqua sotto i proverbiali ponti è scorsa in quantità. Mi trovo dall’altra parte della barricata: sono un insegnante di scuola superiore (vorrei tranquillizzare tutti: non insegno latino). Se provassi a raccontare ai miei studenti l’aneddoto sopra esposto, riceverei in cambio copiose alzate di sopracciglia e dovrei chiedere loro una capacità di immaginazione, riferita a un mondo pre-internet e soprattutto pre-social media, probabilmente oltre le loro possibilità. Non grammaticalmente ma almeno semanticamente, la mia storiella parrebbe ai loro occhi scritta anch’essa in una lingua morta. Eppure c’è un travaso di significato urgente e necessario, per i miei studenti, per il mondo dell’istruzione e – in fondo – per la società tutta.

L’imputato si chiama ChatGPT. Pochi sanno bene come funziona o anche solo cosa significhi GPT (per la cronaca: Generative Pre-trained Transformer, ma per necessità di sintesi tocca chiedere al lettore di googlare per approfondire). La sua funzione, in compenso, è molto chiara a tutti: sa scrivere testi. È sufficiente una rozza richiesta fornita tramite prompt (una breve stringa di testo in linguaggio naturale) per ottenere in cambio un testo grammaticalmente corretto, il più delle volte accurato anche sul piano dei contenuti, di lunghezza arbitraria. 

Viviamo in tempi in cui ci si abitua a tutto in poco tempo. Ma per un attimo, proviamo a ricordare il senso di sorpresa e vertigine che abbiamo avuto la prima volta davanti a questa nuova tecnologia. Quella sorpresa si fa elettrizzante modus operandi per chi è studente oggi, e nel contempo si fa spiazzante per chi studente non è più ma è ora chiamato a tessere le fila di un percorso di crescita personale e professionale chiamato scuola.

ChatGPT, assieme a tutti i suoi fratelli LLM (Large Language Models, forse per questo non serve Google), è l’El Dorado di ogni studente, altro che vocabolario digitale! Qui siamo dinanzi a un’evoluzione più grande di interi ordini di grandezza: non si tratta di ricevere un aiutino per sbloccare il potenziale, si tratta piuttosto di rinunciare a ogni fatica tout-court. Chiedi e ti sarà dato! Una relazione argomentativa su un film visto a scuola? Un riassunto di un libro da leggere per le vacanze estive? Una ricerca sull’economia di un Paese dell’America Latina? Basta scrivere un prompt e avere almeno due dita per operare un copia-incolla della risposta. Nessuna fatica. Nessun segno del misfatto. Nessun conto da pagare. O quasi.

Il contrappasso lo conoscono tutti coloro che hanno provato a copiare almeno una volta nella vita (aka: tutti quanti). Il grande inganno del non far fatica è che il compito viene portato a termine – certo – ma non lascia alcuna traccia nel nostro cervello. Non una nozione, non una singola parola rimangono a testimonianza di quanto avremmo dovuto apprendere col sudore della nostra fronte. Non una battuta del film da analizzare, non un brano del libro da leggere, non una singola nozione sull’economia del Brasile. Il grande cambio di paradigma non consiste più nella possibilità di farla franca, ma nella disponibilità ogni ora di ogni giorno di uno strumento che rende tecnicamente possibile farla franca ogni volta. Si passa da un approccio episodico a uno sistemico.

La grande differenza tra il vocabolario di latino su CD-ROM e un modello di intelligenza artificiale è questa: mentre il primo non mi ha concesso di fare meno fatica, ma solo di fare una fatica diversa, la seconda permette, tecnicamente, di non farne affatto.

La scuola, purtroppo, non è pronta per tutto questo. Si muove lentamente, a volte perfino goffamente, talvolta ostracizzando e talvolta incensando le nuove tecnologie. Spesso senza la parvenza di un disegno più grande a fare da guida. Senza una mappa concettuale del reale e, se non è chiedere troppo, di un’idea di quale futuro vogliamo per le nuove generazioni. Non sarà la scuola – temo – a dirci cosa fare in questa spinosa situazione. Saremo noi, ora privati cittadini, ora ex studenti truffaldini, ora insegnanti appassionati, a fare del nostro meglio per trovare la via.

Elogio alla fatica
Una nuova via possibile è quella in cui l’intelligenza artificiale non viene usata per eliminare lo sforzo, ma per trasformarlo. In cui la fatica non sparisce, ma cambia forma. Diventa meno meccanica, più strategica. Meno tempo speso a cercare il bandolo della matassa, più tempo dedicato a scegliere che cosa fare della matassa, una volta sbrogliata.

L’errore è pensare che ChatGPT debba produrre al posto nostro. Ma nessuno si offende se, nel bel mezzo di un tema di attualità, chiediamo a un’intelligenza artificiale di chiarirci cosa sia esattamente il PIL o di mostrarci esempi di economia circolare. Questa tecnologia è un acceleratore. Un amplificatore. Una mappa piuttosto dettagliata, a condizione di avere chiara nella nostra mente la destinazione.

Il grande problema, difficilmente risolvibile per sola via normativa, nasce quando chiediamo all’intelligenza artificiale di pensare, scegliere e scrivere al posto nostro. Perché se lo fa lei, non lo facciamo più noi. E si torna tristemente alla condizione di totale assenza di nostra fatica, quella che lascia il segno nel cervello. Si tratta dunque di imparare a usare questi strumenti come io ho potuto usare il vocabolario di latino su CD-ROM: una fatica più proficua. Sia chiaro che all’epoca non avevo alcuna consapevolezza dello sforzo positivo che stavo facendo per la mia preparazione. È invece su questo che dobbiamo focalizzarci, tutti noi attori in gioco: la consapevolezza. Noi abbiamo una struttura sempre disponibile e facilmente accessibile. Dobbiamo essere consapevoli che possiamo utilizzarla per non fare fatica o per fare una fatica diversa. Dobbiamo solo decidere se metterci meno tempo, o piuttosto lo stesso tempo per fare di meglio. La decisione è tutta nostra.

Gli studenti possono usare l’intelligenza artificiale in migliaia di applicazioni non solo lecite, ma auspicabili: comprendere il contesto di una richiesta, fare domande delucidative, allenarsi con un interrogatore virtuale per una prova scritta o orale, trovare interconnessioni tra materie diverse (altro versante in cui la scuola stessa dovrebbe impegnarsi di più). Questa tecnologia può diventare una vera e propria palestra dello spirito critico per gli studenti. Basta volerlo!

E gli insegnanti? A loro il compito più arduo: ripensare daccapo le richieste ai propri studenti, riflettendo a lungo su quali siano le competenze più importanti da trasmettere loro per il loro futuro (lavorativo ma non solo). Non possiamo, nemmeno sforzandoci, impedire agli studenti di utilizzare l’intelligenza artificiale. Sarebbe come impedire loro di usare internet (anacronisticamente, vi sono situazioni in cui la scuola sa chiedere anche questo). Non saranno loro a evitare volontariamente l’uso di ChatGPT, dovremo essere noi a elaborare delle task che non possano essere risolte (solo) con ChatGPT. Dobbiamo spostare il focus dalla produzione di un contenuto al raggiungimento di un obiettivo. Dobbiamo stimolare la creazione del pensiero critico e privilegiare la cura per il contenitore (il cervello) rispetto al contenuto (le nozioni). Riprendendo la metafora: dobbiamo insegnare a pianificare percorsi, non a disegnare mappe. Non imparare a produrre, ma diventare capaci risolutori di problemi.

Servirà uno sforzo coordinato tra docenti, famiglie e istituzioni. Sarà una grande fatica, per loro e per noi. Ma sarà la fatica giusta. Quella che lascia il segno. Quella che costruisce.

Non meno fatica. Ma una fatica diversa.

Massimo Toniato è un videomaker freelance e insegnante di Laboratorio Audiovisivo e Multimediale in un liceo artistico di Padova. Laureato in Comunicazione, ha conseguito un Master in Filosofia del Digitale e Intelligenza Artificiale. Si occupa di formazione, divulgazione e consulenza in ambito video. Scrive manuali e saggi sul suo lavoro, il più recente dei quali è AI Killed the Video Star (Post Editori, 2025).

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