Una sete terribile

Presto la smetteremo di chiederci
Se dove stiamo andando
Ci saremo anche noi

Fine Before You Came – Angoli



Quasi mi affogo bevendo per la sete che ho. Dalla penombra della cucina, emergono le cifre verdi dell’orologio del forno. Sono le due della mattina di un sabato di metà luglio. Padova brucia coi suoi quaranta gradi. Un veneto tropicale. 

Mi sento a un passo dal salto evolutivo, pronto a diventare qualcos’altro, a metà tra l’uomo e l’anfibio. 

Qualsiasi cosa emana calore. Stare a letto è impossibile e il pavimento di marmo brucia a contatto coi piedi nudi. Per le finestre spalancate passa l’aria bollente di questa città di cemento e asfalto preda delle fiamme di un fuoco invisibile.

Finito di bere, subito metto il bicchiere sotto il rubinetto. Lo riempio. Lo svuoto di nuovo, tutto d’un fiato. Sento qualcosa di strano, che non ho percepito la prima volta. L’acqua ha un fortissimo sapore di cloro, ma questo è normale, è il marchio di fabbrica dell’acqua della città. Però sono sicuro ci sia anche qualcos’altro che prima non c’era. L’acqua mi sembra più densa, quasi appiccicosa. Scivola più lentamente lungo l’esofago, quasi aggrappandosi alla carne durante la discesa. Quando mi rendo conto, è troppo tardi per sputarla. Accendo la luce sopra il fornello. Riempio di nuovo il bicchiere, ma questa volta non bevo. L’annuso. Il solito odore di cloro. Alzo il bicchiere e osservo controluce l’acqua al suo interno. Tutto nella norma. Decido allora di assaggiarla, un piccolo sorso, che tengo in bocca per qualche secondo. Non riesco a capire se ci sia realmente qualcosa che non va. Adesso sembra tutto a posto. Provo a mandarla giù. Niente. Probabilmente è solo l’acqua di Padova, dopo decenni di falde acquifere avvelenate da qualsiasi sostanza. O magari sono solo le vecchie tubature del palazzo.

Torno a letto, e torno anche a fare i conti con il materasso bollente di sudore. Mi dimentico subito di tutta questa breve faccenda. Riesco a prendere sonno solo dopo qualche ora, quando ancora il sole non filtra tra le fessure della serranda, ma gli uccelli mi dicono che un altro giorno è già iniziato.

Il lunedì mattina in ufficio, tornando dal bagno, inizio a sentire un leggero fischio. Compare e scompare in maniera casuale. Continuo a lavorare, senza dargli troppo peso.

Il martedì il fischio diventa più intenso e più frequente, e insieme arriva anche il mal di testa. Uno di quelli leggeri che lavorano lentamente per segarti il cranio a metà. Incolpo il non aver dormito molto negli ultimi giorni. Sono stato impegnato tutto il mese con le scadenze da rispettare. Agosto è dietro l’angolo. Ci hanno imposto di terminare tutte le consegne prima che l’intero paese vada in vacanza. 

Decido di prendermi un giorno di ferie. 

Ho solo bisogno di un attimo di pausa dai prossimi quarant’anni di questa merda che mi aspettano, mi dico.

Il mercoledì un forte rumore mi sveglia. Come il suono dei forni a microonde, ma più intenso. Sembra provenire da ovunque attorno a me. Mi chiedo perché quel coglione dell’inquilino del piano di sopra abbia iniziato a fare dei lavori alle sette di mattina di mercoledì, senza nemmeno avvisare. La testa pulsa, come ha fatto ininterrottamente negli ultimi tre giorni. Esco di casa, salgo le due rampe di scale e busso con rabbia alla sua porta. 

Aspetto qualche istante. Percepisco del movimento dietro la porta che, dopo poco, si apre. Uno spiraglio di pochi centimetri, da cui vedo spuntare due occhi impauriti. Lo vedo confuso quando gli parlo di lavori e di rumori. 

Stavo dormendo e mi hai svegliato tu, mi dice incazzato, non so di cosa stai parlando.

Ci rimango male. Io continuo a sentire quel suono vibrante, lo sento ovunque, ma guardo dentro il suo appartamento e non vedo traccia di altri esseri umani. In quel palazzo di quattro piani ci siamo solo io e lui. Negli altri piani ci sono solo uffici sfitti. Decido di andarmene e lo ignoro mentre parla. Lo sento mentre mi manda affanculo, sbattendo la porta. 

Il giovedì decido di andare dal medico. Non posso andare avanti così. La testa mi scoppia. Quel rumore mi perseguita. 

Mi visita: sano come un pesce. 

Probabile sia un semplice esaurimento nervoso dovuto al caldo e al troppo lavoro, mi dice. 

Mi prescrive degli integratori, degli antidolorifici per il mal di testa e dei sonniferi per aiutarmi a dormire. 

Ora torni a casa, ordina, e si prenda il resto della settimana per riposare. 

La notte le medicine funzionano, dormo tranquillo. Niente più mal di testa, niente più rumori.

Il venerdì, di buon umore e riposato, decido di andare al parco sotto casa. Gli alberi sono mossi da un vento leggero e caldo. Steso sull’erba con metà corpo all’ombra e metà al sole, ascolto a occhi chiusi il rumore delle foglie mosse dall’aria. Lentamente quel dolce rumore diventa un leggero brusio, di cui mi accorgo solo quando da brusio si trasforma in un coro di lamenti. Attorno a me tutto sembra disperarsi e più il vento colpisce i rami, più le voci aumentano, accavallandosi. Ogni albero i suoi rami, ogni ramo le sue foglie, ogni foglia la sua voce, ogni voce il suo lamento. Non lamenti di dolore, ma ansimanti di angoscia, come quelli di qualcuno che scappa in preda alla paura. Ed è proprio ciò che faccio. Con la paura che mi morde le gambe, corro fuori dal parco deserto, notando come quel brusio si fa più debole quanto più mi allontano dal parco. 

Cosa sta succedendo? Lo scoprirò presto.

Il sabato, inizio a sentire quei lamenti anche da dentro casa. Esco sul balcone e mi sporgo per guardare sotto, per vedere cosa stia accadendo. In strada non c’è nessuno. Mi rendo conto che le grida, in realtà, vengono dall’angolo del balcone dove tengo una decina di piante. Sono come quelle che ho sentito al parco. Il contrasto tra la disperazione che sento e la tranquillità immobile che vedo in quelle piante di terrorizza. Ma questa volta rimango ad ascoltare. Sotto quelle urla, più in basso, sento altre voci che bisbigliano. Solo per un istante capisco cosa dicono. Due parole. 

È vicino

Rientro in casa immediatamente. Il dolore alla testa torna di colpo, più forte di prima, come se qualcuno mi stesse raschiando il cranio dall’interno con un cucchiaio. Abbasso tutte le serrande, chiudo porte e finestre, nonostante il caldo asfissiante. Non serve a nulla. Riesco ancora a sentirle. Continuo a sentire quelle parole. 

Prendo di nuovo sonniferi e antidolorifici. Questa volta non funzionano. Mi chiudo nel ripostiglio, l’unica stanza della casa in cui le voci risultano attutite. Non basta lo stesso. Allora mi infilo gli auricolari, apro Spotify ed inizio ad ascoltare della musica a caso al massimo del volume. Non importa che manchi l’aria, non è importante la musica, l’importante è non sentire. 

Passo così tutta la notte, seduto a terra in quello stanzino. Ogni tanto prendo coraggio, mi tolgo le cuffie sperando nel silenzio, che non arriva mai.

Mi addormento, per chissà quanto. Mi sveglio di scatto, con la paura di aver abbassato la guardia per troppo tempo. Prendo di nuovo coraggio e spengo la musica. Non sento nulla. Apro la porta. Finalmente il silenzio. Solo in quel momento mi accorgo che anche il dolore alla testa è scomparso.

Vado verso il balcone. Alzo la serranda. Vedo le mie piante rinsecchite e nere, come bruciate. Apro la porta ed esco. Il vento colpisce la mia schiena sudata e un brivido mi scuote. Poi capisco di star tremando per un altro motivo. Sopra di me, qualcosa urta il mio sguardo. Alzo la testa. Nel cielo illuminato male dalla luce incerta dell’alba lo vedo. 

Voglio scappare. Mi giro e l’ultima cosa che intravedo è il mio riflesso nel vetro della finestra. Ovunque, tra i capelli, piccoli rami dalle foglie rosse e verdi.

Non so che ne è di me. Non so che ne è del resto della città. Sinceramente, mi sta bene così. Ora il mio mondo è la fredda umidità che mi circonda, che sa di terra e foglie marce. Percepisco il fetore del disfacimento, l’odore della materia che nasce, muore e rinasce infinite volte. E io ne faccio parte, nell’orgasmo continuo del mio corpo che lentamente si disgrega.

Tutto puzza di decomposizione, tutto puzza di libertà.

Alessandro Andreoni è studente della magistrale in Lingue e Letterature Europee e Americane dell’Università di Padova. Si interessa principalmente di cinema e di letteratura ispanoamericana contemporanea..

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