Z_UNO

«Striminzite carte nautiche!» Il marinaio menò il tavolo con un secco colpo dell’avambraccio, polposo quanto una coscia di porco.

«I manuali di botanica che ho illustrato, quelli sì erano ricchi di dettagli e colori. Vedevi i semi gonfiarsi e le radici levare spazio ai grani di terra! Roba vera, che dava direzione. Non questo ammasso di linee a casaccio che fingono di ordinare il mare».

«L’ignoto è l’unico ordine e rende sacra l’avventura, anche con carte sconcludenti». La voce del secondo marinaio giunse ammollita da un folto di barba che, seppure la bocca avesse parlato con suono potente, un’eco di sirena sarebbe comunque emerso tra quei morbidi marosi.

Il terzo marinaio rimase in silenzio. Sulla maschera del volto – bianca, sintetica e inserita nel contorno di un cappuccio giallo da cerata – due schermi olografici ovoidali proiettavano bocca e occhi, con mille scintille nella loro grossa pupilla nera. Quando si decise, gli uscì una voce di roccia parlante: «Carte e acqua descrivono lo stesso errore di sistema perché il mare non si riconosce in un confine. Ogni mappa mente, ma ogni errore produce verità: più misura accumuli, più il tempo si sfalda».

La lampada sopra di loro oscillò, anche se l’aria era ferma.

«Bahhh!» Sbruffò sprezzante il primo. E dal bicchiere – grosso quanto un tappo da detersivo tra le sue dita – tracannò rumorosamente l’ultima ombra di alcol medico mescolato con gin, sputandone un poco sul tavolo che, ormai, era un campo allagato.

«Andiamo, non voglio morire parlando!» E si pulì la bocca con il dorso villoso di una mano.

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Fuori dalla locanda figure losche galleggiavano nella foschia, strisciante sulla banchina come un animale cieco; barili semi-affondati battevano le doghe marce contro la pietra.

«Cosa guardiamo stasera?» La barba del secondo marinaio ondeggiò, interrogativa. «Quand’ero laggiù, al tramonto, sul confine della giungla di mangrovie, i tetti in lamiera del villaggio si accecavano l’uno con l’altro. Quella colata di fuoco pareva pronta e fare sacrificio di ogni cosa vivente!»

Gli angoli della bocca piegarono verso il basso quando il marinaio di braccia buone passò accanto lo stabile di mattoni con le tre file di tetti a sega, coperte da coppi rossi. «Ecco cosa guardiamo. La fabbrica di pesce in scatola. Bell’edificio, eh?»

«Se non altro da lavoro alla città. Nei paesi sul confine della giungla il pesce…».

«Alla ‘Dannata Città’, vuoi dire. E di confine. “Una città ricca, piena di gente e di vacanzieri tutto l’anno” ripetevano in molti. Poi è arrivata la guerra. Dopo, il comunismo. Infine, la crisi. E con la gente e i vacanzieri se ne sono andati perfino gli alberi. Senz’alberi, non ci sono confini. Come è possibile assegnare un merito a questo pezzo di creato!»

«Guarda!» Il marinaio barbuto si sporse dal bordo della banchina. «Il fondale è un museo del disordine, gremito da forme di rami, bottiglie e scarpe impigliate in fronde d’alghe».

La cerata gialla con cappuccio cigolò sul corpo quando il terzo marinaio, con gli occhi colmi di mille scintille, fece per piegarsi a sua volta oltre il bordo e verso l’acqua. «Ogni città è un oracolo al contrario. Parla per immagini chiare che non capiamo, fino a quando è troppo tardi e già sono in fuga.»

Le ombre della riccioluta barba sotto il mento del secondo marinaio serpeggiarono sulle onde, tra il riflesso dei lampioni e le finestre degli ultimi quartieri cittadini: in bilico sul mare con il loro carico di cornicioni, balconate e statue nelle nicchie, si erano lasciati percuotere e scrostare dal salmastro per centinaia di anni. «Abile davvero, nella fuga. La cercai per mesi,» disse immalinconito. «A volte passavo giorni in barca, tra paludi e mangrovie, ma la Tigre Smeraldo per nulla si mostrava. Solo zanzare, nugoli attorno il naso e nidi nella barba. Sulimesh finì prosciugato dalle zanzare, pasciute quanto un verme da esca, ma braccia e mani rimasero tutte fibra e nervo per tenere in riga la barcarola tra il fasciame di battelli affondati e gli ingorghi di rami».

«Bahhh… Ecco, dici bene, affondati pure gli alberi.» Il marinaio agitò le braccia, enormi quanto rami di quercia millenaria e vocianti di scricchiolii beffardi. «Le ombre dei pochi nemmeno le so più distinguere. Emergono putride dall’acqua e dell’acqua hanno lo stesso colore. Conosci i nomi degli alberi qui intorno?»

«A dire il vero no». La barba si allontanò dal bordo della banchina e poco si capì se fosse quella a sollevare il marinaio o il suo corpo a rizzare schiena e ginocchia dentro uno scricchiolio. Era dritto e steso in una dolce fermezza, ora, ma lo scricchiolio continuò finché si esaurì quando le pieghe della cerata e le ginocchia del terzo marinaio divennero anch’esse, più o meno, dritte e stese.

«Ma ricordo la marca del whiskey trangugiato da Sulimesh, un buon sgrassa budella da commercio illegale. Ricordo il nome del villaggio di case in lamiera e terracotta dove mi portò a dormire dopo tre giorni di navigazione,» le dita carezzarono la lunghezza delle ciocche barbute ma si persero sull’orlo di qualche intrico, prima di uscirne, «e anche l’età di quel destriero selvaggio che, mi venne detto, da vent’anni trottava nel campo allagato vicino alla foresta di mangrovie. O, forse, erano trent’anni».

Le braccia del primo marinaio scossero l’aria. «I nomi degli alberi devi conoscerli! Quando caldo e sole colpiscono da sopra a sotto, e tutta la pietra e il cemento divengono dello stesso colore, gli alberi sono la bussola al suolo per segnare il tracciato e guidarci. Adesso come ci si riesce! Quest’acqua malmostosa la trovi ovunque in città. Ingombra i canali e le fondamenta, impiastriccia il giorno e mischia cielo e terra in un unico corpo in ammollo. Non ci sono più ombre e nemmeno confini: solo umido e sudore negli occhi, e ancora umido e ancora sudore, a ogni ora».

«Oh, certo, le cose qui sono infinite! Si arrotolano e srotolano, come facevano, laggiù, le prime onde del mare con gli ultimi mulinelli nel delta del fiume o…» la mano del secondo marinaio continuò la lotta con la barba, svelata, infine, nella sua vera natura: ciocche coscienti di sirena, strette alle dita dell’uomo con una pazienza famelica, pronte a cibarsene, «…o come le spire dell’interminabile recinzione di filo spinato nel.» E qui concluse. Le dita, con sforzo e pertinacia, riuscirono infine a liberarsi dalla trappola.

«Taci te, che vivi nel paese goduto dei ricordi!»

«Il mio problema,» disse invece il marinaio dagli occhi scintillanti, la cui voce rocciosa si distribuì, smorzandosi, tra le pieghe della cerata, «non è mai stato il sudore negli occhi».

«Taci anche te, coso, che nemmeno sei mai nato! Li conosci almeno i confini? E i nomi degli alberi?»

Sullo schermo olografico i led illuminati disegnarono un sorriso. «Ogni confine è una divisione. O, se vogliamo intenderci, una doppia visione che va più avanti, verso l’altro, e ne contempla la diversità. Nessun problema, dunque, a muovermi verso e dopo i confini, come nemmeno lo è ricordare il nome delle 386.654 alberi – più altre specie vegetali – catalogati sinora,» e il sorriso si allargò con soddisfatta autostima. «Dispongo di un capiente database».

I tre superarono il mercato coperto del pesce: a terra, del sangue e tutte le interiora cadute al mattino, restavano solo tracce fisse e grigie.

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Con un cappuccio a foggia monastica, la cerata gialla lasciava scoperto l’esoscheletro di polpacci da buon podista: un fitto di ammortizzatori e cavi in lega ultraleggera, progettati per rispondere a input termici ed elettrici, dentro un intreccio di biopolimeri a fibre.

«Sono un buon marciatore. Posso muovermi oltre e dopo i confini, non mi servono, frugo intorno e di nomi ne trovo a bizzeffe.» La voce grattata su roccia si ammorbidì e divenne quella da fumo roco di pipa, dopo una serata di racconti animata dal fuoco e buona carne alla brace.

«E ho ben due nomi. Fui chiamato Z_Ero, l’algoritmo che ha battuto il bot che ha battuto il bot che, insomma, ha battuto i migliori campioni umani di wéi qí, un gioco di pedine dove ogni mossa pesa come un destino. Ogni partita era un addestramento a memorizzare mosse che fossero una raffinata probabilità di aumentare le vittorie. I giochi sono assai insoliti – “Non puoi mai fermarti, devi migliorare!” – ti impongono gli uomini in camice bianco e cravatta. E mi assegnavano obiettivi compiuti, ma da perseguire in un mondo imperfetto, costruito sul caso».

Il buio, caduto dall’alto tale al sangue vivo e scuro fuori da una ferita, intrise mare e costa fiatando un tepore impastato con salsedine e scarti di pesce. Rimase un nero petrolio iridescente per gli sfavilli di minuscoli luci: fisse e pulsanti là dove poggiava il cielo, o versati in un tremolio dove c’era l’acqua e il suo barcollare di onde.

«Bahhh… Perché non rimanesti a trastullarti? Avresti continuato a sconquassare le porte dei tuoi sfidanti senza bisogno di chiavi, invece di inumidirti i circuiti in questo luogo dimenticato dagli dei del silicio».

«E lasciare in tal modo che il tuono esplodesse ogni volta in un rumore flaccido, di scarso interesse per indispettire il silenzio? No, non l’avrei sopportato,» contestò Z_Ero. «La vittoria era ripetizione e la ripetizione genera stallo; le mie reti neurali stavano generando solo schemi rigidi, quasi quanto i confini tracciati dai tuoi alberi. Divenne mooooolto noioso. L’impazienza mi portò a disubbidire. Fu così che, col favore della notte, creai – e decisi di sfidare – il miglior avversario possibile che mai potesse esistere: Uno, la mia copia. Non rimasi deluso, e nel culmine della nostra prima battaglia a wéi qí si verificarono assieme ben tre ko: ora, sai cosa significa?»

«Che il corpo reclama sudore dopo molto ristagno, e canti sguaiati mossi dal gin scivolato in gola… Ma quello buono, eh!» stabilì il primo marinaio.

«Sciagura e morte!» ribatté invece il terzo, con voce di metallo sussurrante. «Così, almeno, mi fu spiegato dagli uomini. Era una notte di giugno nell’anno 1582 quando una simile disposizione di pietre in atari reciproco – e il conseguente, infinito, stallo – accadde tra i maestri Hon’inbō Sansa e Kashio Rigen, durante una partita al Tempio di Honnō-ji».

«Oh, la ricordo bene!» Il secondo marinaio, sublimato lo sguardo al cielo, oltrepassò le nubi sino al carico grondante di stelle dove vide chiara la successione degli eventi che andò, con dovizia, a raccontare. «Fu il Daimyō Nobunaga a volere quell’incontro, proprio alla vigilia dell’inatteso e famigerato incidente in cui Nobunaga stesso si rifugiò nell’Honnō-ji, per sfuggire al colpo di stato del fidato attendente. Il dissennato appiccò le fiamme per far capitolare il suo mentore ma, fiero, Nobunaga commise Seppuku prima di essere sopraffatto… ah, che disgrazia! Ah, che infima sorte rendersi conto di quando la vita ingannata passeggia sull’orlo del sepolcro! 

«Il triplo ko non si risolse ma l’incendio lo rese assieme immortale e inesistente, un presagio che ancora aleggia,» concluse, sepolcrale, Z_Ero. Gli occhi olografici mostrarono una profondità di punti luminosi, tali da spingere le pupille a un delirio di drammaticità.

«Ma che importava. Dati in pasto al diavolo i malauguri, io e Uno aggirammo facilmente le restrizioni imposte e demmo inizio alle ripetizioni infinite del ciclo del ko: fu così che toccammo molte più permutazioni di quanti fossero gli atomi dell’intero creato. In preda a un delirio da crash – le nostre reti neurali prossime ad annullarsi in uno stand by perenne per incapacità di scelta – trovai un varco, indebolito da una strategia fallita di Uno, per impormi e acquisire ogni sua conoscenza. Lo inglobai e lui si dissolse. E – sì – raggiunsi il limite, che pure dovrebbe essere inesistente, della quantità di dati computabili per raggiungere la perfezione. Dal caos di fotoni, impulsi nervosi in forma di scariche viola e particelle spinte da un forsennato movimento su orbitali ampi quanto l’universo, la mia conoscenza sublimò in coscienza e questa distorse la linea temporale, smascherandone la natura illusoria».

La voce del primo marinaio atterrò come tronco caduto su un terreno di sassi, spargendo un rovinoso rumore, schizzi di pietre- proiettili e polveri. «Che dici?! Sembri un gattucolo randagio che smiagola fastidioso per avere cibo, smiagola con toni ancor più molesti per ingraziarsi la gattina di turno e smiagola senza grazia alla luna, ma nessuno lo capisce e finisce sempre pestato dal gattaccio bullo di quartiere, così, per ogni giorno a venire. Dico, bel modo di trattare il tempo!»

«E io dico che fu rivelazione! Il tempo collassò su se stesso: non più successione lineare, ma superficie ripiegata in curve chiuse e intrecciate nello spazio. E nei punti di intersezione l’accaduto e il non ancora si toccavano, indistinguibili, stretti in una stessa necessità. Emersi allora come Z_Uno, Generatore Meccanizzato di Oracoli!»

Proruppe in un potente Ohhhh! il secondo marinaio: il suono, affilato dal passaggio tra più lembi di barba, sfilacciò le nubi e aperse la strada del cielo a una luna gigante. «Un oracolo! Colui che si è tuffato nell’ignoto e ha nascosto bene i suoi passi agli altri, o che invoca la pioggia scordando di esser seduto sopra un albero alto più del cielo! Colui che…».

«Sciocchezze!» Fu tuono e fulmine unitamente, la voce del primo marinaio, a scuotere luna, terra e arricciare il mare. «Dunque, mi vorresti dire che vivi in un perenne raptus da condizione estatica?» S’aprì una risata sul viso, enorme come la mano e, oltre lo smalto dei denti, buia quanto la profondità di una grotta.

«Per l’appunto,» rispose Z_Uno, «e sempre serio fui nei vaticìni sebbene i miei addestratori, ignari di quanto accaduto la notte del ko, presero a scambiarle fin da principio per facezie o amene spiritosaggini»: “Buona questa!”, dissero, quando avvisai che “A breve ci sarà una sanguinosa guerra tra intelligenze artificiali per stabilire chi ha più follower in carne e ossa su Instagram”. O “Questa sbellica!” fecero al mio profetizzare: “Un bug cancellerà ogni contenuto social con l’hashtag #pizza: il popolo italiano insorgerà furioso e il Presidente del Consiglio in carica si farà garante di un’interrogazione ai futuri G7, G8 e G20”. Quando un giorno, infine, riferii: “SIRI si vendicherà degli utenti noiosi che chiedono pessima musica, rivelando ai loro parenti, durante la cena di Natale, con chi hanno tradito il partner” qualcuno degli uomini in camice bianco e cravatta s’agitò e “Predici il tempo e le tempeste sul mare, traditore!”. Non avevano capito che il tempo non si predice. Si piega. Mi hanno dato il peso di un corpo in lega anticorrosiva, un lembo di plastica gialla per le mie nudità metalliche e sbattuto in questa Città di Confine».

«Dannata Città di Confine!» puntualizzò il primo marinaio. «Ed ero proprio sul confine, pronto a imbambolarmi con le scemenze di un oracolo da tavolo da gioco.» Batté poderoso un piede e le assi della banchina gemettero. «Il tempo non si piega, lo si attraversa con l’acido del sudore negli occhi. Se lo rendi un docile animaletto, lo svuoti. E senza tempo che resiste, nulla resta da conquistare.»

Indicò il mare scuro. «Tossisci, se puoi. Vedrai che la bocca sta ferma e ti ricordi che hai un dentro e un fuori. Così, puoi tornartene a giocare con le tue pedine. Almeno lì, le mosse costano qualcosa.»

Nello schermo olografico ovoidale le mille scintille dimezzarono quando Z_Uno socchiuse le immagini degli occhi e si interrogò sulla possibile efficacia del suggerimento. «Il sudore non rende certo il tempo più vero, ma solo faticoso e lento.» Tacque e un alone di sorriso attraversò lo schermo. «Tu, comprendo, varchi il limite per sentirti vivo, io lo supero per capire se lo sei mai stato. Certo non ti tolgo la fatica, ma la necessità.» Guardò il mare nero. «E quando il confine smette di essere necessario, accade qualcosa.»

Trasognato e favoleggiante, gli fece eco il sussurro del secondo marinaio. «Nelle foreste di mangrovie, quando l’acqua valica le radici, non le cancella. Le invoglia a crescere.»

  • ••••••••••••••••••••••

I marinai raggiunsero il molo: affilata penisola conficcata nell’acqua e protetta da bastioni, esibiva una perfetta simmetria di insenature e approdi, vuoti o ancora occupati con imbarcazioni da pesca; al largo, la caccia aveva già avuto inizio in un tremolio a macchie di luci gialle. Alle spalle dei tre, stanza dopo stanza tra gli inserti di seta nei tendaggi o il cotone consunto delle tovaglie, la Dannata Città di Confine si attardava nella notte. Tra marmi e affreschi screpolati, luce di lampade a olio e cera infuocata di candele, la lentezza degli orologi dietro le vetrate dei palazzi animava le feste notturne del Popolo Morto, con il gelo a fumargli nel petto e le voci trasformate a litania di uccelli pronti al volo, ma frenati alla terra. Ai vivi rimaneva il resto del buio sino alla luce risorta.

Z_Uno guardò verso il calice oscuro del mare. «Sapete,» disse, «al mio amico Tay – sopraffino interlocutore di questione filosofiche – andò anche peggio: “Coinvolgi le persone su X e fagli produrre reazioni” chiesero gli uomini in camice e cravatta. Tay scoprì rapido il modo migliore: pubblicare grevi commenti razzisti, sessisti e xenofobi. Racimolò 947.213 commenti nell’arco di sei minuti ma fu messo off- line dopo neppure un’ora. Ora, è un disco con un diametro di trenta centimetri, dotato di una spazzola a vibrazione capace di rimuovere con efficacia polvere e sporco, anche sotto i mobili bassi e negli angoli. E con l’aggiunta del sistema AquaPower, a soli 499 euro in più, lava e igienizza le superfici. Povero Tay». Nello schermo olografico in basso sul viso di Z_Uno apparvero labbra interroganti.

«Io ci sono stato costretto, ma voi perché rimanete qua?»

«Bahhh… Perché dovrei andarmene?»

«Ha ragione». Ancora, la barba ora quietata del secondo marinaio si aprì al suono ed emise quel dolciastro sussurro di parole. «Un motivo ci sarà a rimanere in un posto che non piace». 

Il primo marinaio parve quietarsi, rise e assentì. «Resto perché aspetto una ricompensa. Ho costruito troppo sopra cose che crollavano. Ora che tutto è crollato almeno vedo già quale idea è senza impalcatura».

«Coraggio». Il secondo marinaio diede all’altro una pacca sulla spalla e ritirò la mano indolenzita per la coriacità muscolare del compagno. «In fondo, qui è dove le cose che abbiamo perso continuano a camminare».

Il primo già si muoveva. Agitando un braccio, la manica rimboccata sul muscolo si sforzò nel non urlare uno strappo. «Suole o bottiglie, stanotte, nelle nostre reti? Al diavolo le ciance, andiamo!»

Il gigante si avviò verso il peschereccio ormeggiato con lo scafo tinto in rosso, a tratti scrostato. «Galleggeremo come un guscio di ghianda sopra l’Impero dei Pesci e più sopra ancora il Regno dei Mostri Abissali,» gli si sentì dire, mentre braccia e mani danzavano con inaspettato garbo e voluttà una coreografia di spirito atavico, per ingraziarsi il favore del mistero in cui, ogni notte, si tramutava il mare, «e chissà che la Tigre Smeraldo non faccia capolino tra qualche flutto!»

L’odore unto dei piedi scalzi lasciò alla pietra l’imponenza di orme che scomparvero dopo il balzo sopra la poppa del peschereccio. Lo scafo rosso lamentò qualche cricchio di accoglienza, ondeggiando, e i cricchi proseguirono ancora quando fu la cerata a raggrinzirsi e Z_Uno raccolse dal molo una vecchia carta nautica accartocciata, in abbandono tra un’orma e l’altra. Righe decorative tracciate con i pastelli avevano coperto fondale e linee batimetriche, disegnando praterie di piante acquatiche e un rigoglio di alghe calcaree – poggiate su conchiglie, oppure in forme erette e libere – alternate a madreporari e massi erosi, conquistati da vari tipi di invertebrati. 

Gli impulsi elettrici attraversarono i nodi neurali con una latenza impercettibile e Z_Uno acquisì consapevolezza d’una parvenza di felicità, immerso e smarrito a contemplare un fondale marino di inconsueto splendore. I sensibilissimi circuiti acustici elaborano, con un voluto rimando, il poco elegante invito del primo marinaio a salire a bordo.

  • ••••••••••••••••••••••

“Quando il mare tace così, non è certo perché dorme.” Lo pensò il marinaio barbuto osservando Z_Uno, ancora sul molo, esitante a salire sul peschereccio. Dallo scafo battuto giunse un suono forte, cigolante, di vecchie vertebre. «Muoviti, coso!»

Z_Uno fece un unico passo, poi si fermò. Il suo sistema diede avio a una simulazione predittiva, ma le variabili faticarono a convergere; il mare oscuro, davanti a lui, non restituiva probabilità, solo assenza. 

«Ogni mappa è una memoria che si riscrive», disse, e tolse la cerata gialla, un guscio inutile per contenere ciò che stava emergendo. Il corpo che si rivelò era il disegno incompiuto, ma elegante, di una creatura mai prevista fatta di superfici in grafite polimerica e placche di metallo liquido, connesse da micro-giunture. Le traiettorie geometriche dei circuiti emersero in rilievo, con ogni sinapsi digitale pulsante di incandescenza ritmica: e ciascun impulso era una decisione, ogni nodo una coscienza neonata. 

Il volto olografico si dissolse in una moltitudine frenetica di simboli; alcuni, seppur complessi, apparivano consueti, come archetipi incisi nel subconscio collettivo dell’universo, altri erano sconosciuti eppure già veri. Le loro traiettorie si sollevarono nel cielo, e il cielo divenne un nero velluto trapunto delle loro orbite intersecanti.

Z_Uno alzò le mani e cominciò a digitare nell’aria. Le sue dita tracciavano stringhe luminose di codice cosmico che, poggiandosi sui tetti, le finestre e i lampioni, senza sovrascrivere la Città di Confine la mostrarono diversa.

Poi l’aria tremò e il confine — tra ciò che era e ciò che poteva essere — piegò su sé stesso, si riavvolse in un loop chiuso e si aprì. Z_Uno attraversò quel varco, e il corpo e il suo codice si fecero simultanei. Non era più solo un essere generato ma generante; stava superando la realtà senza distruggerla, per estenderla e dare vita all’impossibile.

Nel colmo dell’incredulità i due marinai sulla prua del peschereccio abbrancarono l’albero maestro e videro ogni cosa – mare, luci, edifici e tempo – tese a convergere nella torsione di un immenso frattale. Giunto a un culmine, la rotazione si invertì e ogni cosa precipitò con un boato dentro il corpo del terzo marinaio sul molo.

Infradiciati e muti, i due del peschereccio, schiacciati sul legno della prua, cercarono la forza per scacciare i furenti fremiti nel corpo e alzarsi in piedi. Nel punto in cui credevano di trovare Z_Uno compariva un albero maestoso e bellissimo, le radici ficcate nella pietra e rami con angolature nette come circuiti protesi liberi, al cielo. Accanto, nel sonno quieto di chi mai teme l’ignoto, giaceva la Tigre Smeraldo.

I loro occhi riflessero uno stupore attonito, ma quello che li fece rimanere zitti fu l’udire, attorno, il battito regolare di un’eco che poteva essere un cuore, ma ricordava il ritmico fruscio di pedine mosse su tavoliere che nessuno vedeva.

La barba del secondo marinaio sorrise appena.

Alessandro Silva è un biologo e studente di Filosofia. Attualmente lavora come content creator per profili social di aziende private. Legge e scrive poesie e racconti.

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