
- 00. METAFISICA DELL'ESTATE
Apnea
- Fabio Masetti

Nota introduttiva
Questo e altri racconti sono il risultato di due influenze: la scrittura di Goffredo Parise e il pensiero di Jane Bennett.
Ho scoperto Goffredo Parise tardi, colpevolmente, ma già dopo una prima lettura approssimativa, il mondo mi è apparso di una diversa tempra. È stato come inforcare un paio di occhiali magici, e molto dell’invisibile quotidiano è apparso ai miei occhi come svelato da dietro una tenda. Dal giorno in cui ho scoperto i Sillabari, mi sono messo alla finestra e ho iniziato a osservare il mondo oltre la tenda, e il mondo ha iniziato a danzare.
Da quel giorno, è come se una voce dentro le cose avesse iniziato a parlarmi, raccontandomi storie che erano custodite in un intimo più profondo di quello che vedevo superficialmente. La mia scrittura ha trovato una voce con cui esprimersi, un accordo con la realtà. Apnea è un testo dettato da questa voce.
Ovviamente, non va oltre l’intento di rievocare la prosa parisiana: ho solo tentato di allenare l’orecchio e l’occhio per prendere il testimone di una pratica stilistica e di scrittura che trovo quanto mai contemporanea e ben disposta per il futuro.
Una scrittura visiva e percettiva, fotografica ma allo stesso tempo sensitiva, quasi incarnata, adatta a competere con lo strapotere odierno dell’immagine e terapeutica per quel male generato dalla virtualità, dallo scollamento dalla realtà e dalla materia.
Parise ha fatto della scrittura un dispositivo in grado di gareggiare con la potenza visuale della serialità televisiva e, allo stesso tempo, capace di indagare non solo il pensiero ma anche la materia e la sua agentività/soggettività. È e resta una scrittura “analogica”, con un forte referente al reale, capace di restituire le sue interferenze contro la virtualità digitale del pensiero ideologico.
Quello di Parise è un impressionismo nel senso fotografico del termine. Una prosa che imprime i dettagli del mondo sulla pagina come la luce sulla pellicola. Una luce che proviene dal mondo sensibile, filtra attraverso le sue percezioni e viene restituita con un’ottica adatta a cogliere un primo piano, una panoramica, un dettaglio, in grado di toccare non solo lo sguardo ma tutto il corpo e la coscienza.
Quella di Jane Bennett e il suo neomaterialismo è l’altra influenza che ha dato forma ai testi e suggerito qualche tema. Il pensiero ecocritico si sposa bene con l’ispirazione parisiana, ed è per questo che i racconti che vado scrivendo vedono come protagonisti non solo personaggi, ma un coro di agenti che scolpiscono storie semplici, naturali. Spesso, specie quelli più brevi, mi appaiono come intarsi narrativi, bassorilievi di parole. Spero che il risultato sia di gradimento e valga almeno il tempo dedicato alla lettura.
Apnea
La stagione stava per finire, e un uomo alla soglia dei cinquant’anni galleggiava tra le onde che si andavano formando, appoggiato a uno scoglio per riposare.
Il sole stava calando, e la temperatura non era più gradevole come poco prima. Ancora una o due immersioni, pensò, e poi dovrò rientrare.
Dell’apnea amava molte cose, sin da bambino, quando ancora i suoi tuffi erano timidi e le profondità cui si avventurava erano amichevoli. Amava il silenzio, che assumeva diverse sfumature, sempre più avvolgente man mano che scendeva. Amava i colori del mare agitati dalla luce che lo accompagnava dalla superficie fino al fondo.
Gli piaceva sentire il suo peso alleggerirsi e quello dell’acqua aumentare sulla sua pelle. Man mano che scendeva, era come se l’acqua, che prima lo accarezzava dolcemente, lentamente lo afferrasse con una forza sicura e amica e lo guidasse dove sapeva essere nascoste incredibili meraviglie. Sogni di bimbo. Le praterie di posidonia, i rizomi, i crostacei, le olive di mare, gli egagropili, i gasteropodi, le castagnole, il pesce carabiniere, la salpa, i cavallucci marini… In apnea aveva scoperto un universo che lo aveva catturato, allontanandolo per sempre dalla terra.
Ancora un paio di tuffi e la stagione sarebbe finita. Uscire in mare sarebbe stato difficile. Uscì dall’acqua per riposare un po’. Gettò uno sguardo all’orizzonte e calcolò di avere una buona mezz’ora ancora, forse un po’ di più, sempre che il mare non avesse preso a incapricciarsi.
Mentre regolarizzava il respiro, seguendo il ritmo del moto ondoso e ascoltando la risacca, un pensiero da fine vita si aprì un varco nella sua incoscienza di adulto.
In tutti quegli anni, aveva vissuto la sua vita a pieno solo in mare, durante le immersioni. Tutto il tempo restante era stato solo una parentesi necessaria, durante la quale il respiro faticava a farsi strada verso i suoi polmoni, molto più di quando era sott’acqua e lo tratteneva.
In tutti quegli anni, i suoi tempi di immersione erano rimasti costanti e straordinari. Otto minuti in apnea per lui erano la norma, e in certi periodi, intorno ai vent’anni, aveva sfiorato gli undici minuti. Una volta, non ricordava più chi, gli aveva detto che avrebbe potuto diventare un campione famoso, entrare nella storia dello sport, sbalordire le masse e gli scienziati. Ma a lui non interessava minimamente questo tipo di esito. Lui amava solo immergersi, e lo faceva come un uccello migratore vola per migliaia di miglia o una farfalla vive per pochi giorni in una radura.
Sedette sullo scoglio; poi, con una spinta, come se qualcuno lo avesse chiamato da lontano, si ridestò dai pensieri e scivolò in acqua. Lì, per un po’, osservò il cielo e i gabbiani che volavano bassi per l’ora di cena, fluttuando a braccia aperte come un Cristo degli abissi di gomma. Galleggiò in totale abbandono, quietando la mente, e i suoni del mare si fusero alla luce chiara e tenue del tramonto.
Prese un profondo respiro e si immerse. Pochi colpi di pinna, e il corpo iniziò a precipitare, lieve, in perpendicolare verso il fondo. Il blu, ora, era molto, molto più profondo; il silenzio, più denso. Bollicine d’aria crepitavano nella coclea. Compensò.
Gli ultimi tuffi sono sempre i migliori, pensò, mentre rifletteva che riempire i polmoni richiedeva svuotare la mente e abbandonarsi al mare, alla frequenza ritmica dell’universo che, laggiù, assomigliava sempre di più allo spazio siderale.
Lasciò andare gli arti alla deriva e la mente sciogliersi come il sale nelle acque profonde. Anche il battito del cuore si fece più discreto, come a voler tacere di fronte a tanta immensità che lo conteneva. Pensò che anche il suo corpo era fatto di acqua salata, e acqua salata era contenuta nei suoi bulbi oculari e nelle cellule.
Chiuse gli occhi nel buio, sicuro di non essere solo. La comunione con le creature del mare passava per altri codici, per altri canali che nessuno poteva descrivere: questo ormai lo sapeva. La sicurezza che non gli potesse accadere nulla stava tutta in quel segreto che aveva appreso in anni di abbandono nelle acque profonde. L’abbandono alla comunione con quelle creature era la garanzia per tornare in superficie. Nulla lo avrebbe toccato e ferito, perché laggiù il suo corpo non aveva una figura definita come sulla terra, un confine, un tegumento. Il mare per lui era soluzione.
Come sempre avveniva, quando il suo corpo modificava la chimica dell’ossigeno e del respiro, al termine dell’immersione si ritrovava in superficie quasi senza sapere come ci fosse arrivato e come avesse fatto a calcolare il tempo giusto per la risalita. Il mare, come lo guidava verso il fondo, così lo riportava in superficie.
Fece scorrere via l’ultimo velo d’acqua dalla fronte e dal naso e, prima di riaprire gli occhi alla superficie, fece entrare di nuovo, lenta, l’aria nei polmoni. Un chiarore s’accese dal fondo dell’occipite per fondersi col bagliore che filtrava dalle palpebre. I suoni, liquidi, ripresero consistenza nelle sue orecchie; un palpito fresco risvegliò la sua pelle.
Aprì piano gli occhi, sentì le gocce sulle ciglia cadere sul viso e scorrere via rapide per tornare da dove erano venute. Il sole ormai era basso sull’orizzonte, e il fulgore rosso iniziava ad allungarsi sulla linea.
Fece poche bracciate rilassato e raggiunse di nuovo lo scoglio. Appoggiò le mani alla pietra ruvida ma scivolosa, fraterna e amica, solida e vibrante, prima dell’ultima immersione.
Un colpo di vento fece increspare la superficie dell’acqua e gli portò le voci lontane della famiglia sulla terraferma. Pensò a molte cose in quell’istante e seppe che tutto era custodito in quel baluginare della luce tra le onde.
Mancava poco al calare definitivo del sole dietro l’orizzonte, e sentì, in un frangente, contro lo scoglio, tutto il peso del desiderio di abbandonarsi per l’ultimo tuffo nelle profondità, trattenendolo per un istante, quasi fosse anche lui roccia ruvida e vitale che il mare non riusciva a sgretolare.
Si lasciò andare alle onde e, preso l’ultimo respiro, chiese al mare, per l’ultima volta, di decidere per lui se riempire di sé il suo corpo o restituirlo all’aria della sera.
Qualcuno o qualcosa – uno sguardo – lo vide scendere sinuoso tra la materia liquida e il pulviscolo di vita, sospeso nell’azzurro movente delle onde sotto la superficie.
A terra, un bambino lasciò cadere la sabbia tra le mani e prese a fissare il mare nell’istante in cui l’ultimo lembo del disco solare svaniva sotto l’orizzonte. Un infinitesimo punto di luce rimase impresso sulla sua piccola retina come una macchia. Come un neo.
Il giorno prese a regolare i suoi ultimi doveri per sistemare le vite per la notte. Dalle colline, l’eco di una campana fece sentire lievemente la voce del suo ultimo rintocco. Un gabbiano rispose planando verso l’entroterra.
Le piccole pietre sul limite della spiaggia rotolarono indietro col fragore fioco della risacca, come un’ultima parola detta in ricordo di quel giorno di mare.
Fabio Masetti (Genova, 54 anni) lavora alla Sapienza di Roma, dove si occupa di sostenibilità ambientale. Scrive tra narrativa, poesia e teatro, con particolare attenzione ai temi ecocritici. È stato finalista in vari concorsi letterari e teatrali, ha vinto un poetry slam nel 2013 e ha pubblicato testi in progetti collettivi, tra cui una raccolta curata da Wu Ming e un libro-omaggio a Dante Bighi. È autore di Oltreterra, raccolta poetica autopubblicata, e della newsletter LetteraTerra, taccuino irregolare di studi ecocritici.
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