
- 00. METAFISICA DELL' ESTATE
Sud, la scenografia delle vostre vacanze
- Bianca Fenizia

È l’experience che fa l’uomo turista. Sperimentata con successo la formula del pellegrinaggio cinematografico – dalla visita guidata alla casa di Montalbano, passando al tour nei luoghi di Mare Fuori o de Il Gattopardo – sarà l’immersione temporanea nel sud, diventato set, lo scarto successivo a creare maggiore domanda. La promessa per il consumatore è ben chiara: non più semplici spettatori, passati dallo schermo alle file indiane, ma soggetti attivi e liberi di interferire nello spazio reale della propria serie tv preferita. Al netto della robotica, niente che Michael Crichton non avesse già immaginato nel 1973 per Westworld. Perché accontentarsi di guardare se si può partecipare? E poi nessuno vuole trasformarsi in soggetto ideale di uno scatto di Martin Parr: patetica riproduzione in serie del turista incosciente, trascinato in infradito di plastica davanti a menù del giorno a prezzo fisso. Sarebbe mettersi al pari di Fantozzi e annegare insieme a Filini con una barca a remi. L’autenticità nel ventunesimo secolo – e la consapevolezza appagante di saperla riconoscere – è il bene di consumo più richiesto. Prendere il sole sulla stessa spiaggia dei positanesi, partecipare a una cookin class di Maccaronara, obbedire alla retorica della vita lenta, per qualsiasi destinazione da Roma in giù. In pratica garantirsi con una vacanza lo status di intenditore: riconoscere il bello, la qualità e contemporaneamente affrancarsi dal marchio della massa. Così al netto del fallimento statale per gli infiniti piani varati per il Mezzogiorno e la prossima eutanasia proposta dal governo per le aree interne, viene da chiedersi se la vera prospettiva per i luoghi sia diventare la scenografia dell’ozio per i più fortunati. Ma soprattutto: quanto è autentico il sud che si insegue da turisti in nome della sua autenticità? Le promesse e i desideri confezionati chiudendo la valigia quanto sono condizionati da quello che cinema, serialità e televisione narrano?
“Sei così fortunata! – ripete un turista americano in Ammore e malavita (2017) dei Manetti Bros. – Sei stata appena derubata a Scampia! L’esperienza turistica definitiva!” ‘O scippo, che solo qualche anno fa era l’onta nei testi di Nino D’Angelo, la storia di qualcuno che se ne vergogna, diventa con ironia il traguardo delle vacanze degli stranieri. Perché subire un furto nella “dark side of Naples”, teatro di romanzo, film e serie di Gomorra è “cool”, è “come mangiare delle ostriche nell’allegra Parigi”. Al posto della disperazione, lo stupore dell’experience travolge tutta la comitiva in una scena da musical, ma per far sì che la macchina turistica entri in funzione c’è bisogno di un passaggio precedente: “quando arrivo io già lo sanno – canta il tour operator – che i festoni devono sparire”, così come gli abitanti devono smettere di ridere, le madri con i passeggini dileguarsi, e possibilmente anche il sole nascondersi, come in una canzone di Roberto De Simone, Sole annascunnete. “Perché la paura è la cartolina più venduta di Scampia”. Motivo per cui il luogo non deve più rispondere a un’esigenza della comunità che lo abita, ma confrontarsi con il bilancio delle attività commerciali che sopravvivono. E se il turista esige ciò che la televisione o il cinema gli hanno descritto, allora lo spazio si trasforma e si declina sulla narrazione proposta, in un circolo vizioso per cui non si sa più se è per primo il racconto ad aver superato il reale o questo semplicemente ha obbedito alle esigenze di cassa. Di certo l’autenticità emerge come un prodotto di contraffazione, esattamente come un Pacco, contropacco e contropaccotto che Nanni Loy avrebbe inquadrato, e in più appare nitida l’incapacità di chi abita di poter agire nel mondo che lo circonda. Se come scriveva Gilles Deleuze “Avere fiducia nel mondo vuol dire suscitare eventi per piccoli che siano, che sfuggano al controllo, oppure dare vita a nuovi spazi-tempi, anche di superficie e volumi ridotti”, allora i meridionali, ancor di più che a livello globale, del mondo ne sono stati “spossessati”. Perché due tipi di racconto per il sud si impongono e dettano legge sul territorio e chi lo abita: la paura e il buio, come abilmente descritti nei loro ingranaggi dai Manetti Bros., e che occupano la maggior parte della serialità tra commissari, stazioni di polizia, e carceri, ma anche l’oleografia e il sole, il meridione inchiodato a tutti gli stereotipi che aveva rovesciato Massimo Troisi. Esemplare è il personaggio di Giuseppe “Peppe” Piccionello in Màkari di Michele Soavi, un buon selvaggio che incarna magistralmente tutte le caratteristiche che dal sud buono e addomesticato ci si aspetta: generosità, accoglienza e una totale mancanza di metodo e riflessione nelle indagini. Un Catarella senza divisa che preferisce indossare le magliette souvenir della Sicilia (“Game Over. Play it again Sicily”, “Sbaglio o t’abbaglio? SunSicily”, “Tarocco, la Sicilia fa buon sangue”, “Beddu & Siculo”), quasi a intendere che l’autoctono sia diventato il turista della sua stessa terra, soprattutto se gli si attribuiscono le doti autentiche ed essenziali del tratto di riconoscimento: amicizia, saggezza popolare, sani appetiti. Un invito per chi è oltre lo schermo a raggiungere sole, aranceti e spiagge, a provare l’experience in una terra di cui alla fine dell’episodio si ama tutto, anche le storture.
In questa bidimensionalità, in cui il sole scompare e riappare a seconda delle esigenze registiche e delle fasce dell’Auditel, i luoghi restano stretti in una morsa, sempre più schiacciati e banalizzati in funzione di quello che da loro ci si aspetta: il biasimo del degrado per l’impegno civile della rivalsa, la medaglia al valore di chi resta e chi parte, e la schiavitù della bellezza a cui non ci si può sottrarre. L’importante è vendere l’idea che ci si aspetta, se poi ci sono zone intermedie e complessità non è dato sapere. Ma se il sud vuole avere una possibilità di riacquistare “la fiducia nel mondo” come scriveva Deleuze, è proprio questa scala di luci solari, questa eterogeneità di lingue, suoni, caratteri, storie che deve ricominciare a raccontare, che non sia l’ennesima experience di un autentico introvabile.
Bianca Fenizia (1987) scrive di cinema e letteratura. Collabora con il Laceno d’Oro e il Matera Film Festival, gestendo redazione e programmazione. Ha tradotto le poesie di Louis Brauquier dal francese nel volume La vita è un’avventura (’round midnight, 2015), scritto di negazionismo storico nella raccolta di saggi Memoria versus oblio (Giappichelli Editore a cura di Mirzia Bianca, 2019) e I padroni del mare (Rubbettino, 2025) è il suo primo romanzo. Quando può chiacchiera nei podcast.
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