
- 00. METAFISICA DELL'ESTATE
Democrazia liquida: geografia sentimentale delle fontanelle in Italia
- Ursula de Gaspari
Ci sono gesti che sembrano ordinari: frugare nella borsa per una mela che il nutrizionista di turno ci consiglia e sciacquarla velocemente a una fontanella, camminare sotto il sole e cercare un sorso d’acqua, piegarsi bambini a bere da un getto gelido. A Venezia, in un Campo assolato, tappare il foro di uscita principale e farsi sorprendere dal getto che zampilla in alto. Immancabilmente bagnarsi e giocare gocciolanti. Le fontanelle sono presenze silenziose, familiari ma spesso trascurate, che disegnano con costanza una geografia urbana, fatta di suoni continui, abitudini, pause gratuite, cura e spontaneità infantile. Soprattutto ci fanno ancora compiere un gesto collettivo ormai raro, semplice e affettuoso. Questa loro prossimità ci porta a chiamarle con nomignoli come drago verde, toret, nasone, quasi per sdrammatizzare l’importanza vitale dell’acqua nella nostra esistenza. Bere a una fontanella è un atto personale, ma anche sociale, quasi rivoluzionario. A Milano le fontanelle pubbliche non sono semplici elementi di arredo urbano. Si chiamano draghi verdi o vedovelle. Questo nome, secondo una leggenda cittadina, deriva dal pianto incessante delle vedove di guerra: una lacrima ininterrotta che si trasforma in una presenza civica. L’acqua scorre infatti ininterrotta, in una sorta di mormorio liquido che racconta sommessamente la città meglio di molte parole. Le vedovelle sono alte 1,55 metri, costruite in ghisa, verniciate di un verde profondo e ornate con un rubinetto in ottone a forma di testa di drago che richiama i doccioni del Duomo e il biscione dei Visconti. L’acqua scende direttamente nella vaschetta sottostante, originariamente pensata anche per abbeverare i cavalli.
A Milano ce ne sono circa 600 e la prima venne installata nel 1931 in Piazza della Scala: è ancora oggi l’unico esemplare completamente in bronzo. Da allora, la produzione è sempre stata affidata alle Fonderie Lamperti di Castellanza, che continuano a realizzare il modello originale. Per gli appassionati, è persino possibile acquistare un modellino fermacarte ufficiale della vedovella, in scala ridotta. A Milano c’è anche un detto: “Ti porto al bar del drago verde”. È un invito ironico e tenero a bere gratuitamente alla fontanella pubblica. Un rituale urbano che sa di infanzia, biciclette, ginocchia sbucciate e mani da sciacquare.

A Torino le fontanelle si chiamano toret, diminutivo affettuoso del simbolo araldico della città. In pieno Borgo San Donato zampilla ancora acqua dove nel 1862 venne installata la prima fontana torinese a forma di toro. Un successo replicato in più di 800 esemplari. Anche qui, la struttura è in ghisa e verniciata di verde scuro, come a Milano. L’elemento distintivo è la testa di toro da cui sgorga l’acqua, come se l’animale stesso donasse alla comunità il bene più prezioso.

Roma è regina di fontane monumentali, ma il cuore popolare della città pulsa nei suoi nasoni. Il nome deriva dalla forma ricurva del rubinetto che somiglia a un naso lungo e arcuato. Il sistema è semplice ma geniale: tappando il foro inferiore, l’acqua sgorga da un piccolo foro superiore, zampillando in alto. Oggi ce ne sono oltre 2.500, disseminati nei rioni storici, nelle periferie, nei parchi e persino nei luoghi più frequentati dai turisti. Alcuni dei più antichi – quelli con le tre bocche decorate a testa di drago – sono ancora visibili in soli tre esemplari in Piazza della Rotonda, in Via della Cordonata e Via San Teodoro. Il nasone ha fatto la sua comparsa in diversi film: da “Campo de’ Fiori” con Anna Magnani a “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica, da “Accattone” di Pier Paolo Pasolini a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Ogni scena ne rafforza lo status di icona affettiva e urbana, senza distinzioni sociali.

Questi piccoli monumenti all’acqua gratuita e pubblica raccontano l’Italia di un tempo meglio di molte guide turistiche. Sono punti di accesso universale, ma anche testimoni silenziosi del tempo. Le fontanelle disegnano una mappa liquida della memoria urbana, perché bere a una fontanella è un atto personale e al contempo collettivo. Le fontanelle sono “presidi affettivi” che strutturano la nostra esperienza cittadina con un gesto semplice – chinarsi per bere – in cui si cela l’eco profonda di un’umanità che resiste nella sua forma più generosa: l’offerta, la gratuità, persino senza l’immancabile bottiglietta di plastica. Beviamo dove si dissetano persone che non conosciamo: un gesto tutt’altro che scontato nella riservata grammatica dei comportamenti che ci accomuna in questi tempi epidemici in cui per strada abbiamo smesso di prenderci per mano o baciarci. Bere da una fontanella è, in fondo, un gesto di fiducia nel prossimo, nel luogo in cui ci dissetiamo, nel tempo che scorre e lascia tracce. È una geografia sentimentale che non si misura in chilometri, ma in abitudini e ricordi condivisi. E forse è proprio lì, non all’ombra di un bar instagrammabile o durante un aperitivo, ma nella freschezza di quell’acqua, che ritroviamo il senso autentico della nostra appartenenza comunitaria a una città. In un gesto veloce e rinfrescante. Semplice e umile. Non giudicante. Chiara e fresca dolce acqua.
Ursula de Gaspari – Reporter, content creator e artista, cerco storie autentiche e modi nuovi per raccontarle. Mi appassionano i brand, le persone e le connessioni che si creano tra loro. Credo nella forza delle parole e delle immagini per dare voce ai cambiamenti del presente. Scrivo, osservo, creo contenuti editoriali e visivi capaci di emozionare, informare e ispirare. La bellezza, per me, è sempre parte della strategia.
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