
- 00. METAFISICA DELL'ESTATE
Il complesso di Swinburne
Nuotare e scrivere: esperienze del limite
- Erika Filardo

L’essere che si vota all’acqua è un essere preso nella vertigine
BachelardUn uomo si è lanciato per le scale, si è messo a correre a spirale, saltando i gradini, abbandonando un piano dopo l’altro – ha lasciato il palazzo. Appena fuori dal portone, dopo essere inciampato si è rimesso subito in piedi e di corsa ha bucato l’ingorgo dei pedoni, volteggiando nella folla; ha attraversato la strada, ha ignorato la segnaletica, ha scansato le auto, ha seminato i passanti – si è spinto oltre gli uomini. Ora che ha finalmente scorto lo scintillio dell’acqua lungo la costa, s’è stanziato nella pineta, dove se ne sta raccolto e sudato, a smuovere l’aria voltando le pagine, a riempirle fino all’orlo, a lasciare un segno. Se non nuota, legge o scrive e così procede, giorno dopo giorno, spingendosi ogni volta più lontano: questo è il modo che ha scelto per andarsene. “Nell’acqua, come nei libri – puoi abbandonare la tua vita” scrive Lidia Yuknavitch nel suo memoir La cronologia dell’acqua (Yuknavitch, 2022, p. 164). L’uomo sott’acqua non esiste, non può essere raggiunto e nemmeno visto, non c’è richiamo che possa udire o monito che possa distoglierlo; è solo dentro se stesso e scivola lungo la spina dorsale della sua storia. “Tutti gli eventi della mia vita si intrecciano nuotando. Senza cronologia. Come nei sogni” (ivi, p. 16) dirà ancora la Yuknavitch, che struttura la narrazione seguendo i moti ondivaghi della memoria: “La vita non segue alcun ordine. Gli avvenimenti non rispondono al rapporto di causa ed effetto come vorremmo. È tutta una serie di frammenti e ripetizioni e trame. Questo condividono il linguaggio e l’acqua” (ibidem). L’uomo intende arrivare a quel limite dove anelito e rifiuto nascono l’uno dall’altro e l’uno sull’altro si disfano. Gaston Bachelard, che in Psicoanalisi delle acque ha indicato con l’espressione complesso di Swinburne il coinvolgimento intenso e ambiguo che il nuotatore nutre per “l’acqua violenta”, spiega: “un complesso costituisce sempre la saldatura di un’ambivalenza. Intorno a un complesso, la gioia e il dolore sono sempre pronti a scambiarsi i loro moti. Nell’esperienza del nuoto, si può dunque osservare l’assommarsi delle dualità ambivalenti” (Bachelard, 2006, p. 187). Questo “complesso poetizzante del nuoto” (ivi, p. 190) si può intendere al contempo come un processo psicologico e un procedimento compositivo.
Ogni giorno il nuotatore si adopera per scatenare una perturbazione; il suo corpo apre una ferita dopo l’altra nella superficie dell’acqua. «In un’esperienza di energia, come quella del nuoto, non esiste alternativa tra desiderio e coraggio, esiste l’azione vigorosa di un genitivo […] Più di chiunque, il nuotatore può affermare: il mondo è la mia volontà, il mondo è la mia provocazione. Sono io che agito il mare» (ivi, pp. 186, 187). Il nostro giovane nuotatore – e “quale nuotatore non è stato prima di tutto un giovane nuotatore?” (ivi, p. 182) – se non si fosse votato alla profondità, sarebbe rimasto un impostore sulla terraferma: il promettente studioso, lo zelante galoppino, l’insidioso aspirante, una sagoma dal passo corto che spaccia per sua l’ombra dell’altro che lo supera.
Sott’acqua l’uomo porta alle estreme conseguenze la sua lotta privata, nel tentativo di spegnere il nucleo nevrotico, e sfila via a colpi di piedi il buon costume che lo ingolfa. Non indossa maschere, discende con gli occhi spalancati. Tornato a terra, le palpebre ancora gonfie, si mette in disparte a scrivere, girandosi tra le dita i reperti dell’inconscio. “L’esercizio solitario, le lunghe ore passate in semi-immersione inducono nei nuotatori uno stato d’animo solitario e meditativo. Gran parte dell’allenamento è mentale, sprofondati come sono in un sogno prolungato di un mondo subacqueo” (Sprawson, 1995, p. 28). Una volta emerso, il giovane apneista non fa in tempo ad asciugarsi che già trattiene di nuovo il fiato, mentre si cala nei buchi della memoria. Il pozzo sembra profondo perché è buio. In verità, si arriva subito: a nemmeno un metro è già un fondo secco. Bisogna spingersi oltre, in mare aperto, non aspettare che sia un incidente a catapultarci altrove, come è successo a quel tale di New York, un passeggero della nave Arabella, che all’alba inciampò in una macchia d’unto e precipitò nell’oceano. E nemmeno gridò, perché la vergogna fu più forte perfino della paura. Quando una voce emerge dal pozzo che si credeva prosciugato, la ingoiamo prontamente, perché siamo refrattari all’insolito, non riconosciamo quasi mai il miracolo, giacché questo è esorbitante rispetto a quelle tre parole mandate a memoria che compongono la nostra preghiera. Ogni cittadino esemplare è un uomo che si ripete – a occhi chiusi il burocrate sciorina la litania. Ora, però, una delle menti più assennate di Wall Street, il gentiluomo Henry Preston Standish, è caduto e si è risvegliato: “prese coscienza del destino che lo attendeva, perse ogni remora e ritrovò la sua vera voce” (Lewis, 2023, p. 32). La storia di Standish turba molto il giovane apneista, che è sempre più convinto di voler sparire a modo proprio. Se non sarà risucchiato dalle acque, allora sarà disperso tra le parole.
Scrivere e nuotare sono esperienze del limite, che rivelano una radice comune. “Non sa né leggere né nuotare” usavano dire gli antichi romani per dileggiare l’uomo ignorante (Sprawson, 1995, p. 58). Joan Didion avrebbe voluto fare l’oceanografa e si rasserenò solo quando comprese che “scrivere è un modo diverso di andare sott’acqua”. A sua figlia Francis Scott Fitzgerald raccontava che “tutto il buono scrivere è nuotare sott’acqua e trattenere il respiro” (Citati, 2016, p. 36). C’è un legame tra scrittura e apnea, tra scrivere e discendere. Procedere con i muscoli in tensione, i sensi in allerta, coordinare i movimenti e dosare il fiato, calibrare le forze e trovare finalmente il ritmo per sfilare placidamente. Il preliminare è un lungo e solenne respiro, poi il corpo forza la superficie dell’acqua, la penna solca la pagina bianca. È il primo movimento verso ciò che non si vede. Il tuffo è per Bachelard l’immagine per antonomasia del salto nell’ignoto: «non esistono altri salti reali che siano salti ‘nell’ignoto’. Il salto nell’ignoto è un salto nell’acqua” (Bachelard, 2006, p. 185). La nuotatrice Annette Kellermann dichiarò: “imparo moltissimo sulle persone dal modo in cui affrontano l’ignoto, e l’acqua costituisce la migliore delle prove” (Sprawson, 1995, p. 44). Stare sul fondo del mare, strisciare tra le pietre, alzando sabbia, e contrastare la spinta idrostatica. Nessuna fretta durante la risalita, se non si vuole rischiare l’embolia. Con la stessa concentrazione stare in equilibrio sulle parole, muoversi tra le frasi evitando di farle crollare. Nessuna corsa verso la chiusa, se non si vuole rischiare l’implosione. Si procede all’oscuro di tutto quello che potrebbe accadere, esercitando la ponderazione, sperando nella grazia, in continua oscillazione tra il disastro e l’epifania. È tutto connesso in questi spazi in cui avviene la confisca del corpo; la nave, intanto, si allontana e con essa si allontana anche la terra, mentre Standish resta in ammollo: “era come se fossi l’ultima persona al mondo” (Lewis, 2023, p. 58).
Lo scrittore scrive e riscrive dentro il suo metro quadro, nel giorno in cui inizia l’estate. Il rumore che ha appena fatto vibrare i vetri, quella specie di scoppio, non lo smuove. Lì dentro non sente, le cose gli appaiono sfocate, trattiene il respiro; una distrazione può essere fatale, il pericolo è ovunque. A ogni giro di frase si spinge verso il fondo, la superficie dorata è sempre più distante, la pressione aumenta come un elastico che preme sugli occhi le orecchie le tempie.
Se l’impresa fallisce, ci si rinserra nel proprio fallimento come sul fondo del mare, in un tempo sospeso e muto, con la coda dell’occhio attirata dalle ombre che sbiettano di lato. Il fallimento è la vita che ci muore tra le mani senza che riusciamo a salvarla né a seppellirla. È l’uccello che si è schiantato sulla finestra chiusa e non è stato soccorso, perché lo scrittore è un sommerso; si è accorto tardi del tordo, l’ha avvicinato al volto per scrutarlo e, giacché la lanugine è talmente sottile da tremare al solo respiro dell’uomo, ha creduto che l’uccello fosse ancora vivo e l’ha tenuto nei palmi, scaldandolo e aspettando che ricominciasse a cantare. È così che Alejandra Pizarnik è scivolata tra le dita di Julio Cortázar, che non è riuscito a tenerla con i piedi per terra, tra le cose della vita; non è riuscito a dissuaderla da un volo in picchiata verso l’anta traslucida dove si nasconde la parola. Eppure, le aveva scritto in una lettera perentoria: “Ti accetto solo viva” (Cortázar, 2013, p. 194). Ma un poeta non è un burocrate. Compie slanci avventati, non ripete lo stesso volo, non obbedisce agli uomini.
Il fallimento è guardare consumarsi tra le mani l’altro che desideriamo, l’altro che avremmo voluto essere, e dover piegare le dita su quel poco che riusciamo a trattenere mentre già ci dileguiamo in un altro sogno. L’uomo è di nuovo in preda alla vertigine, di nuovo in fuga. È pronto a rinnovare la sfida – non accetta nessun destino e avanza nel cono d’ombra del proprio limite: “come il mare si srotola – sempre in avanti senza mai uscire da se stesso” (Lispector, 2022, p. 64). Il suo corpo è puntato come una freccia nell’onda che si rompe, si ricompone e rimonta – tutto vortica e non vede più l’uscita: “quanto più grande è la volontà, tanto più grande è l’avversario” (Bachelard, 2006, p. 178).
Riferimenti bibliografici
Bachelard G., Psicoanalisi delle acque, 2006, red! Milano
Citati P., La morte della farfalla. Zelda e Francis Scott Fitzgerald, 2016, Adelphi, Milano
Cortázar J., Carta carbone. Lettere ad amici scrittori, 2013, SUR, Roma
Lewis H. C., Gentiluomo in mare, 2023, Adelphi, Milano
Lispector C., Il lampadario, 2022, Adelphi, Milano
Sprawson C., L’ombra del Massaggiatore Nero. Il nuotatore, questo eroe, 1995, Adelphi, Milano
Yuknavitch L., La cronologia dell’acqua, 2022, Nottetempo, Milano
Siti consultati
https://www.pangea.news/joan-didion-intervista/
Erika Filardo, laureata in Sociologia, si interessa della relazione tra dimensione esistenziale, produzione artistico-letteraria e immaginario. Suoi contributi sono apparsi su riviste culturali, di settore e in volumi antologici.
Tra i saggi consultabili online:
Dalla parte del mostro: Borges, Dürrenmatt, Cortázar, Yourcenar nel labirinto del Minotauro su “Magma. Rivista Internazionale di Scienze Umane e Sociali”.
Uno spazio d’ombre. Viaggio alle origini della voce di Carlos Liscano su “Funes. Journal of Narratives and Social Sciences”.
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