Lewis Hamilton e l’intelligenza collettiva del MET Gala. Dandismo, nerezza, celebrità.

- 02. INTELLIGENZE
Lewis Hamilton e l’intelligenza collettiva del MET Gala. Dandismo, nerezza, celebrità.
- Floriana Bernardi ed Enrica Picarelli
L’intento di questo articolo è quello di illustrare la portata del MET Gala 2025, qui interpretato come esempio di intelligenza collettiva, nel mobilitare esperti di diversi settori e incontrare il gusto del pubblico al fine di promuovere l’heritage africano attraverso la storicizzazione della figura del “dandy”. A tal fine, si analizzerà la figura di Lewis Hamilton, unico pilota nero campione di Formula 1, icona di stile e dandy contemporaneo, che, con il suo ruolo di rilievo nella co-direzione del MET Gala, il suo grande carisma e la nota sensibilità ai temi di giustizia sociale, contribuisce a diffondere messaggi di emancipazione e consapevolezza di sé attraverso lo sport e la moda.
Il MET Gala: un’intelligenza collettiva
Il MET Gala è un evento annuale a tema oggi presieduto dalla dirigenza della storica rivista americana di moda Vogue in collaborazione con diverse personalità del mondo dello spettacolo globale che variano di anno in anno. Se è vero che il principale obiettivo del MET Gala è raccogliere fondi per il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York, è altrettanto vero che la tematicità dell’evento genera un’ampia eco mediatica e conversazioni sulla moda in relazione, appunto, al tema scelto annualmente. Per l’edizione 2025, tenutasi il 5 maggio e intitolata Superfine: Tailoring Black Style, gli organizzatori si sono ispirati agli studi di Monica Miller, esperta di moda afro-diasporica e autrice di Slaves to Fashion: Black Dandism and the Styling of Black Diasporic Identity (2009), un volume che propone una storia della nerezza attraverso il tropo dell’eleganza raffinata incarnato dal personaggio del “damerino” o dandy. Miller esamina l’attenzione allo stile tipica della cultura afro-diasporica, laddove per stile intende la cura attenta dell’aspetto e della persona, forma essenziale di espressione di un sé dotato di agency, orgoglioso della propria appartenenza razziale anche e soprattutto a fronte della marginalizzazione e del razzismo subiti. Come afferma Miller, sebbene il dandismo possa apparire frivolo, spesso sfida gerarchie sociali o culturali, ponendo questioni legate all’identità, alla rappresentazione e alla mobilità sociale in relazione al tema della razza, della classe sociale, del genere, della sessualità e del potere. Anna Wintour, insieme a Lewis Hamilton e agli altri co-chair del Met Gala 2025, ha portato queste riflessioni storiche nel presente, celebrando i molti significati che la moda e la cura del sé, in quanto veri e propri fenomeni politici e socioculturali, ricoprono nella diaspora nera di oggi.
L’evento, che ha coinvolto circa 450 ospiti-celebrità, ha battuto il record di raccolta fondi con 31 milioni di dollari, diventando uno dei meglio riusciti e più seguiti degli ultimi anni. In questo senso, dunque, il MET Gala 2025 si configura come un esempio di intelligenza collettiva, i cui principi fondanti sono la connessione, l’interazione e l’interdipendenza, che, coinvolgendo a più livelli esperti del mondo accademico e della moda, celebrità e pubblico, ha consentito di produrre un risultato per la promozione dell’heritage africano e della diaspora superiore a quello che ciascuna di queste e altre categorie di professionisti avrebbe potuto ottenere individualmente senza la visibilità garantita dalla condivisione capillare di immagini e contenuti attraverso giornali, riviste e piattaforme di social media. In termini antropologici, il fondamento e il fine dell’intelligenza collettiva sono rappresentati proprio dal riconoscimento e dall’arricchimento reciproco, ed è molto interessante che uno dei testi più importanti su questo tema, The Wealth of Networks: How Social Production Transforms Markets and Freedom (2006) di Yochai Benkler, descriva l’intelligenza collettiva come una nuova risorsa da mobilitare, direzionare e rendere efficace in modo che risulti economicamente produttiva e che, al contempo, sappia produrre “libertà” (2006: xii).
“This is who I am”: Lewis Hamilton tra sport, moda e attivismo.
Vuoi per il ruolo ricoperto, vuoi per la sensibilità ai temi dell’edizione, una delle figure che è riuscita meglio ad amplificare i saperi e gli affetti nella rete di intelligenza collettiva del MET Gala 2025 è stato certamente Lewis Hamilton-Larbalestier (1985), celebre campione inglese di Formula 1, sette volte vincitore del titolo mondiale, nonché icona nera di stile e sensibilità ai temi della diversità, dei diritti delle minoranze e della giustizia sociale, per questo anche modello di riferimento per un pubblico non necessariamente appassionato di motori e corse. Già ospite del MET Gala in altre occasioni, nelle edizioni del 2015, 2021 e 2023, Sir Lewis Hamilton negli anni ha dimostrato di interpretare sempre più consapevolmente la moda come una delle forme più autentiche di espressione di sé, della sua blackness e delle sue origini culturali afrodiasporiche. In particolare, nell’edizione 2021 Hamilton si preoccupò di dare visibilità ai talenti creativi emergenti della comunità nera prenotando per loro un’intera tavola cui altrimenti non avrebbero potuto accedere, mentre nel 2023 con il suo abito onorò John Ystumllyn, una delle prime persone nere ben documentate del Galles, di professione giardiniere. Grazie alla co-direzione del Met Gala 2025, inoltre, Hamilton ha dato ulteriore prova della sua estrema ricercatezza e cura dei dettagli nel vestire nell’ottica della difesa e riverenza verso le proprie origini africane e della storia del continente, indossando un frac in seta color avorio impreziosito da ricami, spille, berretto e calzature Manolo Blahnik. L’abito, disegnato da Grace Wales Bonner, una stilista londinese di padre giamaicano, esprime ancora una volta la sensibilità di Hamilton verso il “lusso culturale” celebrativo della cultura nera.
Come Hamilton ha più volte dichiarato, all’inizio della carriera gli era consentito indossare soltanto abiti o divise di squadra, ma questo non lo faceva sentire a proprio agio finché, a un certo punto, non ha trovato il coraggio di sfidare quei limiti e presentarsi sul tracciato indossando ciò che più gli aggradava, nonostante ciò sollevasse talvolta reazioni negative. Oggi, tuttavia, si può dire che le sue scelte vestimentarie nei paddock di tutto il mondo non passano inosservate e per certi versi amplificano il fascino di uno sport già di per sé molto “glamour” e avvezzo alla spettacolarizzazione (Castellano 2025). Quelle di Hamilton sono vere e proprie sfilate di moda realizzate nei weekend di gara, come è avvenuto nel caso di Silverstone (UK) nel luglio 2025 quando, per omaggiare la sua nazione, Hamilton ha fatto il suo ingresso nel circuito indossando un completo di pantaloni cargo e gilet firmati Burberry, tra i più noti marchi inglesi, con una tempesta di cristalli Swarovsky a disegnare una Union Jack. Hamilton aveva mostrato la stessa ragionata attitudine allo stile anche alla tifoseria italiana quando il 20 gennaio dello scorso anno, in occasione del suo debutto presso la Scuderia Ferrari a Maranello, ha posato per una foto da milioni di “like” su Instagram divenuta presto iconica non solo per il simbolismo che rendeva onore alla tradizione Ferrari (1), sapientemente orchestrato dal fotografo di moda Andre D. Wagner, ma anche per l’eleganza formale del pilota vestito in abito gessato doppiopetto scuro, camicia bianca e cravatta nera, cappotto scuro Ferragamo e scarpe Louboutin dalla suola rossa, ça va sans dire.
Sin da quando, ragazzino, spendeva la paghetta per comprare capi di seconda mano firmati Tommy Hilfiger che, a suo dire, lo facevano sentire “riconosciuto”, Hamilton ha subìto da sempre il fascino del mondo della moda. Fondatore del marchio Plus44world, nel corso degli anni il pilota ha collaborato con numerosi brand, dai più popolari come Tommy Hilfiger per l’appunto, RayBan e Lululemon, a quelli del lusso, tra cui Prada, Vuitton e Gucci agendo sia da ambasciatore sia, talvolta, da “guest designer”, per esempio per la campagna 2022/2023 “Pink P.P Di.Vas” (Different Values) di Valentino, o per Dior, per cui ha recentemente disegnato una linea di capi ispirati all’estetica afrofuturista (2025).
Con la sua acconciatura quasi sempre “braided” (anch’essa pregna di significati culturali), Lewis Hamilton, guidato e supportato dallo stilista nero Eric McNeal, combina capi glamour con quelli più informali e anticonvenzionali tipici dello street style traendo ispirazione dalla cultura hip hop e creando abbinamenti d’effetto che mostrano sempre la sua dichiarazione di stile o il suo posizionamento rispetto ai temi della disuguaglianza razziale, della ricerca di maggiore rappresentazione e inclusione delle persone nere nel settore moda e Formula 1, anche attraverso il suo principale accessorio sportivo, il casco, che talvolta è intonato alle cause che si propone concretamente di sostenere, per esempio Black Lives Matter e i diritti LGBTQ+. Nel 2020, ad esempio, quando il movimento Black Lives Matter ha conquistato l’attenzione globale a seguito dell’uccisione di George Floyd, Hamilton finanziò la ricerca e pubblicazione di un documento, “The Hamilton Commission”, insieme alla Royal Academy of Engineering per analizzare la rappresentazione delle persone nere nel motorsport del Regno Unito. A seguito degli esiti di questa ricerca, nel 2021 ha fondato Mission 44, un’organizzazione che si impegna ad abbattere ogni barriera che impedisca a ragazzi e ragazze di raggiungere il loro pieno potenziale in ogni settore. L’ultima conquista di Mission 44 in ordine di tempo è la collaborazione con il Ministero dell’Istruzione britannico per favorire il successo scolastico e l’accesso alle carriere STEM di chi proviene da gruppi razziali sottorappresentati o da ambienti di disagio. La moda e lo stile, dunque, non sono solo un’espressione di personalità, ma anche potenti amplificatori di messaggi politici importanti di emancipazione e libertà.
“Still I Rise”, o della potenza dell’immaginario
Lewis Hamilton non è certamente il primo sportivo nero a riuscire a posizionarsi al crocevia tra eccellenza sportiva, mercificazione di tale successo, battaglie per i diritti civili e sfida alla supremazia razziale bianca attraverso le strategie e le iniziative fin qui presentate. Come spiega l’esperta di cultura visuale nera Nicole Fleetwood (2015), infatti, il cestista Michael Jordan (1963), leggenda dell’NBA, tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso è stato il primo a promuovere sulla scena internazionale il connubio tra celebrità sportiva, rappresentazione incarnata di una minoranza razziale e capitalismo. Questa stessa convergenza, oggi sempre più potentemente amplificata dai media, rende Hamilton una figura forse ancor più influente non solo nello sport, ma anche nell’ambito della produzione culturale e politica in senso lato. Pertanto, la narrazione di sé che Hamilton fa attraverso i social media, in particolare Instagram, supportata da copertine di riviste come il Time o magazine di moda quali Vogue, ELLE e Vanity Fair, oltre che pagine fan a lui correlate, gioca un ruolo importante nell’accumulare e reinvestire diverse forme di capitale simbolico e sociale, oltre che economico, che certamente hanno anche il fine di lavorare a lungo termine sul futuro della propria immagine e sui propri guadagni in un settore, quello dello sport, in cui si invecchia troppo in fretta (Castellano 2025).
L’aspetto più interessante tuttavia, o meglio quello che qui ci preme enfatizzare, è quello di uno sguardo del pubblico rinnovato, obliquo e sfaccettato garantito dalla moda, dai media e dalla cultura visuale nel suo complesso in relazione a Lewis Hamilton in quanto icona razzializzata. A ben guardare, non è irrilevante, né comune, che l’esposizione mediatica crescente di Hamilton sia andata di pari passo con il suo percorso di acquisizione di una consapevolezza identitaria sempre maggiore e della determinazione a prendere posizioni nette e pubbliche su temi senza dubbio divisivi. Hamilton spiega che questo percorso è cominciato quando ha iniziato a chiedersi come avrebbe voluto essere fotografato e come desiderava essere visto, dopo aver osservato lui stesso quanto la moda e i media avessero contribuito a restituire al pubblico il racconto di figure eccezionali come James Baldwin e Nelson Mandela.
Ed è proprio lo sguardo (il proprio allo specchio, quello del fotografo, quello del pubblico) la condizione perché il messaggio lanciato dall’icona, in questo caso un black dandy-campione sportivo, possa esistere. Come spiega Miller, il dandy nero può essere esplicitamente collocato tra altri performer razzializzati e performer della mascolinità. La sua è una figura complessa in grado, allo stesso tempo, di sovvertire o soddisfare le categorie normative di identità in diverse epoche e luoghi come un gesto di espressione del sé (2009: 5). Dunque anche quella di Hamilton, non solo al MET Gala tematico, ma ogni volta che calca la scena mediatica, è una performance della sua identità nera finalizzata a una piena e audace espressione di sé e della propria appartenenza afrodiasporica. Mentre sceglie l’abito e si mette in posa, il dandy nero può risultare trasformativo, come possono esserlo la moda e lo sport, entrambi campi di battaglia contraddittori della cultura popolare. E a quanto pare, oltre ai suoi risultati sul circuito, è proprio questa l’eredità che Hamilton ha più voglia di lasciare: sapere di avere fatto la sua parte nel costruire un mondo più giusto ed equo, un mondo in cui ogni ragazzo e ragazza possa sentirsi accettato/a e inseguire i propri sogni. Ancora nella sua monoposto, la dedica via radio in occasione dell’ultimo mondiale fu proprio per loro: “For all the kids out there who dream the impossible”. Non è forse anche questa la libertà?
NOTE
- Hamilton posa davanti alla casa di Enzo Ferrari, accanto all’altrettanto iconica Ferrari F40, nella piazza intitolata a Michael Schumacher sulla pista di Fiorano.
Bibliografia
Benkler, Y., & Masum, H., Collective intelligence: creating a prosperous world at peace. Earth Intelligence Network 2008.
Castellano, S., “Is this already the ‘Box Box’ era? The celebrity capital of Formula One stars at the end of their career. The Lewis Hamilton Case” in Mediascapes Journal, 25(1), 77–97.
Fleetwood, N.R., On Racial Icons. Blackness and the Public Imagination, Rutgers University Press, 2015.
“Lewis Hamilton on Dressing Up, Showing Up, and Making No Apologies” in Vogue. The MET Issue, May 2025 (https://www.vogue.com/article/lewis-hamilton-may-2025-cover-interview).
Miller, M. L., Slaves to Fashion: Black Dandyism and the Styling of Black Diasporic Identity, Duke University Press 2009.
Younge, G., “Lewis Hamilton: ‘Everything I’d suppressed came up – I had to speak out’” in The Guardian, 10 luglio 2021
(https://www.theguardian.com/sport/2021/jul/10/lewis-hamilton-everything-id-suppressed-came-up-i-had-to-speak-out, consultato l’11/07/2025).
Floriana Bernardi è docente di Inglese, PhD e ricercatrice indipendente nell’ambito degli studi culturali, postcoloniali e di genere. Ha pubblicato su riviste accademiche e volumi italiani e internazionali ed è autrice della monografia Italy Beyond Gomorrah. Roberto Saviano and Transmedia Disruption (Rowman and Littlefield Int. 2017). Con Enrica Picarelli ha già pubblicato “Chimamanda Ngozi Adichie as Fashion Icon: Addressing Nationalism and Feminism With Style”, in The Routledge Companion to Fashion Studies (Routledge 2021).
Enrica Picarelli, PhD, è direttrice editoriale del semestrale Africa e Mediterraneo, traduttrice per il cinema e ricercatrice indipendente. Ha pubblicato saggi e articoli in riviste e antologie internazionali su estetica e industrie creative del Nord e Sud del mondo. Con Floriana Bernardi ha già pubblicato “Icone di moda della letteratura afro-diasporica” dedicato a Chimamanda N. Adichie, Zadie Smith e Amanda Gorman, in Africa e Mediterraneo n.99.
SOSTIENI KRILL
Krill Magazine nasce come rivista digitale gratuita, ma per continuare a esistere — e crescere — ha bisogno del tuo sostegno.
KRILL MAGAZINE 02
Ricevi Krill Magazine via mail in anteprima
Lascia la tua mail per ricevere Krill Magazine in anterprima e per conoscere tutti i dettagli del progetto





