



Alle 9:52 di una mattinata splendente, dopo soli 4 km, finisce la mia gara della domenica. Una forte contrattura al bicipite femorale mi blocca. A bordo strada provo qualche postura di allungamento, ma provo dolore anche a camminare. Comprendo che il sole illumina una corsa che non è più mia. Ma è il minore dei problemi. Tra meno di un mese dovrei essere in Norvegia per la maratona di Tromso. Non voglio neanche prendere in considerazione l’ipotesi di non correrla, quindi passo quello che resta della domenica, il lunedì, e la mattinata del martedì in apnea, in attesa del parere del fisioterapista.
Nel frattempo cerco diagnosi a caso su Google, e a seconda dell’umore e delle speranze, si va dal “basta il riposo” all’amputazione certa. Poi arriva il responso del professionista, e siamo più sullo stiramento che sulla contrattura, ma se ci lavoriamo bene non tutto è perduto.
Ovviamente saranno tre settimane di recupero, quindi dovrò contare solo sui km fatti fino ad ora. Non è che avrei fatto chissà che, ma almeno un altro allenamento lungo sui 33 km, giusto per non “scaricare” completamente il chilometraggio.
Ma questo è. Mi attendono giorni di terapia, corse blande in pianura e preferibilmente non su asfalto. La domenica prima della maratona riesco a correre 20 km , ma l’esaltazione per non aver provato dolore è bilanciata in negativo dal fatto che sono stremato, di conseguenza mentalmente non sereno. L’ultima corsa prima della partenza è tre giorni prima. I passi conoscono la strada ma il pensiero è già altrove, sanno di arrivederci. Cerco di decifrare le sensazioni, provo a leggere il mio corpo come una mappa. Tromso è una parola mai detta, presto comincerà a significare.
È il tempo che precede la Corsa, fatto di soglie e voli che devono ancora alzarsi da terra. Cerco di immaginare come sarà correre di notte ma con la luce, mi preparo a predere l’orientamento, e forse per questo, a ritrovarmi ancora una volta.
Durante il volo scorro foto, mappe, seguo con lo sguardo il mio prossimo percorso. Penso che anche là, lontano, la corsa sarà la stessa. Inizia già ad esistere nella mia immaginazione: la luce che non muore, il sole che dimentica come si tramonta. Dopo una notte a Malpensa, uno scalo ad Oslo e varie beghe aeroportuali, ecco finalmente dal finestrino l’isola del tesoro.
Tromso appare alle 19 e 30 tra nuvole basse, montagne innevate che salgono direttamente dal mare, e acqua che abbraccia tutto riflettendo un cielo nuovo, tagliato dal sottile ponte bianco. Navetta, albergo, e cena nello stesso per conoscere meglio i nostri compagni di viaggio. Siamo una quarantina, ma solo in 15 proseguiremo ancora più a Nord dopo la maratona, tra fiordi, renne, vento e ombre dolci. La mattina seguente, che sarebbe il giorno della gara, scopriamo meglio la città insieme a Fabrizio, il nostro accompagnatore. Prima di recarci all’expo a ritirare i pettorali ci immerge nella cittadina e nelle sue caratteristiche.
Siamo a 350 km sopra il circolo polare artico, porta di accesso per il Polo Nord, e quindi partenza ideale per molte spedizioni artiche. Non a caso troviamo la statua di Roald Amundsen , scomparso nel Mar Glaciale Artico nel 1928, nel tentativo di recuperare Umberto Nobile intrappolato nei ghiacci dopo lo schianto del Dirigibile Italia.
La zona del porto è forse quella più suggestiva, con esattamente il tipo di casette in legno che ti aspetteresti di trovare a queste latitudini, per forma e colori. Ma anche il centro non scherza, percorriamo la via principale azzardando un caffè, ed è molto gradevole (il centro, non il caffè). Anche qua tante strutture in legno, sia le basse abitazioni sul corso, sia la Cattedrale che, come tanto altro a Tromso, vanta il titolo di “Cosa” più a Nord del pianeta. Conservatorio, università, biblioteca, moschea, distilleria, diocesi ecc. Ce lo ricorda anche il McDonald’s, con un poster all’esterno, che si tratta di quello più settentrionale del mondo della catena.
Non ci sono ancora troppe tracce di gara in giro per questa città che sembra galleggiare tra cielo e mare. Eppure qualcosa sta per succedere. Tutto sembra aperto come dentro ad una parentesi che non si chiude. Stasera (perchè la MidnightSunMarathon parte alle 20:30) sarà più difficile del solito misurare i miei passi, allora correrò per l’attimo che sfugge assecondando la situazione. Dimenticare il tempo sotto un cielo che non dorme mai può essere una chiave.
Rifletto sul fatto che scherzando ma non troppo, dissi agli amici che avrei corso la prima mezza di questa maratona in preparazione alla seconda parte. Il bello di non avere scelte è che non devi pensarci troppo.
L’ expo in realtà è una semplice consegna pettorali, in sobrio stile nordico, e devo dire che lo preferisco così. Il pacco gara è uno zaino vuoto con lo stemma dell’evento, ma solo per i maratoneti, per la mezza niente. Io e Giulia (mia moglie da 21 giorni, e d’ora in avanti Bibi) diamo uno dei nostri ad Eleonora che ci terrebbe ad averlo. Eleonora secondo me è il vero catalizzatore del gruppo, con la sua simpatia risveglia sempre i momenti morti, in albergo, in aereo, nel pullman, ovunque.
Dopo un breve sondaggio riguardo all’ora giusta del pranzo, dal momento che correre una maratona di sera è un fatto inedito per tutti, io, Michele, Stefano, Bibi, Ninni ed Eleonora conveniamo che sarà a base di pasta ed attorno alle 15:00. Se sarete a Tromso e avete nostalgia dell’Italia avvisate che vi giro il nome del locale, dico sul serio.

Arrivano finalmente le 20:00 l’ora dell’appuntamento per la foto prima del via con i nuovi amici. Poi ognuno si disperderà nelle ultime ore di questo giorno infinito. Bibi e Stefano si scaldano a ritmo di musica sotto il palco dell’animazione insieme a tanti altri, io risparmio qualsiasi movimento e osservo tutto. Veramente tutto.
Sto per partire per una 42 km alle otto e mezzo di sera, sulla banchina di un porto artico, sopra il circolo polare, nel chiarore di un sole sconosciuto. Penso che la Corsa mi ha portato lontano, così mi giro come attratto da cose inesistenti per non far vedere gli occhi lucidi. C’è luce, è vero, in questi attimi, ma anche l’ombra di ciò che tra poco non sarà più. Felicità così vera da essere subito nostalgia.
Per fortuna devo pensare anche ai 42000 metri che mi aspettano, così mi concentro e raccolgo tra me brevi linee guida, cercando di lavorare sull’esperienza. Alla fine non si parte mai da zero, si parte da tutto ciò che si è corso. Ho fiducia nella Strada, ogni partenza in fondo è un ritorno nel posto più sicuro che conosca, un ritorno che contiene tutte le partenze. Sono a casa insomma.
Parte il conto alla rovescia e per pochi attimi tutti sembrano trattenere il respiro.
TRE!
TO!
EN!
Bacio (come sempre)
Partiti
Partiti! Una nave ormeggiata ci saluta con la sirena. Duecento metri lungo la banchina, poi una curva a sinistra ci porta sulla strada più interna. Il primo km non ho ovviamente ancora preso o deciso un passo, un’andatura. Però avverto una leggera tensione risalire lungo il bicipite femorale. Forse l’emozione, la tensione della partenza, non è assolutamente una bella sensazione. Onestamente ho paura, è l’eco di una mattinata in cui la corsa si è fermata. La luce qua non perdona, illumina tutto, anche pensieri che proprio non vorrei.
Ma penso in maniera razionale che ho già corso almeno 20 una settimana fa, e allora uso il ponte che ho visto dall’aereo per tornare al presente. È lungo esattamente un km e porta dritti alla Cattedrale dell’Artico, lo attraverso prudente per non perdermi. Unisce l’isola al resto, ed il resto sono 28 km avanti e indietro lungo il fiordo. Vedo il primo dei cartelli che indicano i km, “40 to go”, sono piazzati in senso decrescente, al contrario di quelli della maggior parte delle maratone. Lo trovo interessante, una corsa che non va avanti ma si consuma
Ho appena rovesciato la clessidra, devo andare avanti come mi sono promesso: dividere la gara in due parti, la prima in preparazione della seconda, perchè non dovrebbe funzionare? Mi sto rilassando, e così anche il muscolo, inizio a godermi i compagni di viaggio, a leggere le loro provenienze dalle magliette o dai tratti dei volti. Intanto mentre attraversiamo i piccoli centri abitati dai nomi pieni di K e di A con il cerchietto sopra incontriamo gruppi organizzati che ci incitano. Le graziose casette nordiche sembrano palchi, e anche da quelle non proprio a ridosso della strada, esce musica a manetta dalle finestre aperte per noi. Ogni gruppo ha il suo grill acceso, bandiere norvegesi ovunque e continuamente ci incitano con heia! Heia!
Fra i villaggi possiamo godere a destra di un panorama che, quando ho iniziato a correre potevamo definire da cartolina, adesso credo si dica istagrammabile. Comunque sia è gagliardo, oltre il mare c’è neve sulle basse colline sovrastate da piccole nuvole, come pensieri distratti a dare profondità al cielo. In basso, al di qua del mare, ogni tanto spunta una casa sulla riva, quasi sempre rossa, che ti obbliga a pensare a come potrebbe essere viverci.
Intanto la clessidra si sta svuotando piano piano, sono quasi al km 26 to go, dove sarà il giro di boa per tornare indietro verso il ponte. Incontro nella direzione opposta prima Bibi e poi Michele che sono davanti a me.
Tra un tifo senza sosta e mani protese a cui battere il cinque sono intanto arivato alla mezza. 21 to go, mi trovo al centro esatto della gara, la “preparazione” è conclusa, ora divido il restante in piccoli traguardi mentali, ed il primo è la Cattedrale. Quando me la ritroverò a destra vuol dire che dovrò svoltare dall’altra parte e imboccare il ponte per tornare sull’isola.
Ogni tanto mi ricordo che sono attorno alle undici di sera e sto correndo con il sole, avanzo in un tempo che non dorme mai, non per cercare qualcosa ma per lasciarmi trovare. C’è vento adesso, ma la pancia è protetta da un pettorale largo come una tovaglia. Il ponte offre una bella salita nella prima metà, quando saremo in fondo alla discesa saranno esattamente 10 to go, e non sarà una passeggiata.
La stanchezza non chiede permesso, è un’onda lenta che avvolge. Iniziano le fasi in cui mi chiedo perchè, ma invece di rispondere continuo. Le risposte, a volerle cercare a tutti i costi, potrebbero stare in manine che sbucano nel vento, o nelle persone che leggendo il pettorale ti incitano chiamandoti per nome, come se sapessero tutto di te. Attraversato il centro puntiamo verso l’estremità sud dell’isola, qua sempre con il mare a fianco proseguiremo in direzione dell’aeroporto, dove ci aspetta l’altro giro di boa. Altre stazioni intermedie del nostro vagare nel sole di mezzanotte.

Ora il cielo è grigio, la strada ondulata, lo sforzo è presenza assoluta. Il corpo non ha più niente da dire, si limita ad esserci, è il cuore che ha preso il timone. Vedo il futuro nei volti di chi ha già fatto il giro di boa, che a me pare non arrivare mai. I ritorni degli altri sono presagi di fatica. È come se il tempo avesse due direzioni, loro vanno verso l’arrivo, io verso il mio limite. Per quanto mi riguarda è il momento peggiore della Maratona, perchè per la percezione che abbiamo dello spazio, sappiamo che abbiamo il traguardo alle spalle, ma stiamo correndo in direzione opposta. Sembiamo allontanarci.
Vado avanti con forze che non capisco da dove escano, un passo ancora poi vedremo, un altro ancora. Incrocio Bibi che sta arrivando in senso contrario, la incito e chiedo a che km sia, uno sguardo al gps e mi risponde 39, 5. Finalmente la curva a secco per tornare verso un senso logico, verso il centro, verso la vertigine dell’arrivo. Capisco che non starò sotto le 4 ore, ma ricordo a me stesso che una settimana fa morivo per 20 km, almeno adesso mi sto straziando per doppio. 2 to go, 1 to go.
Mi ostino a non cedere, mentre riaumenta il pubblico che grida heia! Heia! A bordo strada i ragazzi vivono la notte a modo loro, sono incitamenti innaffiati d’alcool, ma tutto fa parte del contesto di questa città che non chiude mai gli occhi, di questo cortocircuito. La mia fiducia nel procedere tra poco sarà premiata, il tempo smette di contare i secondi e comincia a sussurrare.
L’arco dell’arrivo è una formalità, il vero traguardo è qualche passo prima, quando smetti di chiederti “quanto manca?”.
heia! Heia!
Zero to go
Sabato notte, o domenica mattina boh. Ore 02 e qualcosa. Aspetto che si plachi l’adrenalina sul terrazzo dell’albergo, medaglia al collo e birretta. Sono le due di notte ma potrebbe essere qualsiasi ora. Da un locale vicino escono le note eterne di Little Wing, Jimi Hendrix. Come se aspettassi la colonna sonora giusta per chiudere ogni cosa dolcemente. Forse è vero che le cose migliori non hanno coordinate. Mi lascio alle spalle tutto, ma senza perdermi niente.


Pensavo di aver concluso, che la linea del traguardo fosse bastata. Invece il cielo del Nord aveva un’altra idea. Una strada che sembrava chiedere un’ultimo atto.
Dopo esserci raccontati le nostre sensazioni sulle varie distanze corse (10-21 o maratona), martedì sera c’era in programma di raggiungere Capo Nord. Qualcosa si era cucito tra noi lungo i km della gara e nei giorni passati insieme, eravamo più gruppo, la Strada aveva fatto il suo lavoro.
Ora parlavamo di come affrontare questa piccola ma affascinante avventura, dal tipo di abbigliamento da portare per correre a quello per dopo, dall’ora giusta per la cena alle quantità consigliate. Sarebbe stata un’uscita relativamente breve, ma era con noi già dal primo pomeriggio. Poi nella hall prima di partire, le ultime incertezze, alla fine io ero tra i più fortunati, se non altro avevo poche cose (che si sono rivelate perfette) quindi anche pochi dubbi.
Lasciamo Honningsvag, 33 km più a sud, e dal pullman tra una chiacchiera e l’altra ci godiamo il paesaggio. Ogni curva una sorpresa: pesaggio lunare, Mare Glaciale Artico, e ovunque un bagliore che non sa scegliere tra sera e mattina per i nostri occhi curiosi.
Quando mancano circa sette km c’è l’ultimo slargo comodo per farci scendere dal pullman e prepararci. Da qui si corre. Non sarà l’impresa del secolo, c’è gente che arriva qua in bici come punto finale del pellegrinaggio, però quante volte ci potrà mai capitare di correre in un posto così simbolico, anche se per pochi km? È una prova che nessuno ci ha chiesto, ma che il paesaggio ci ha imposto.
Scendiamo ben vestiti (non nel senso di eleganti, ma per il freddo, saranno 6/7°). Ci accolgono belle raffiche, quindi sbrighiamo in fretta le ultime formalità, come foto, saluti a chi resta nel pullman ecc. C’è un vento che piega i pensieri e lascia in piedi solo ciò che conta, così mi faccio scivolare via una sorta di malinconia da ultimo capitolo. C’è ancora un’altra corsa da fare, un’altra strada da prendere insieme, e la prendiamo!
Sono (per me) km incredibili. Minuscoli laghetti, altrettanto piccoli rimasugli di neve qua e là tra la pochissima vegetazione aggrappata alla terra. Lunghi rettilinei di discese o di salite che nascondono l’orizzonte, e curve che scoprono gli ultimi speroni di rocce prima dell’Oceano.
Parlo con i compagni di viaggio sì, ma ogni tanto penso anche che ad ogni passo che faccio, sto portando la mia corsa sempre più a Nord.
Qua non puoi misurare la corsa in tempo, e mi trovo ad implorare un’altra curva perchè tutto non finisca. Poi eccoci nel parcheggio, ma tiriamo dritti fino al globo sul promontorio. Tra poco arriveranno gli amici più indietro per fare l’ultima foto tutti insieme.
Un attimo fermato sul bordo del mondo, sconosciuti fino a pochi giorni fa, ora stretti tra noi per un vento assassino. Non sappiamo bene cosa sia cambiato, ma lo portiamo via con noi.
Ci sono corse indimenticabili, e non sempre hanno un pettorale.
Mi chiamo Roberto Leonardi, mi piace correre, scrivere e fare foto, tutto con pessimi risultati. A volte mescolo le tre cose insieme e spero che qualcosa di buono ne esca fuori. Cinquanta anni, gran parte della seconda metà passati a correre. Ora non inseguo più i “tempi”, ma il tempo. Paradossalmente corro per rallentare il mio sguardo su di me e su quello che mi circonda.
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