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- 03. PAESAGGI
Non aspettarsi il nuovo da Jean Nouvel
- Teresa Pauletti
La nuova sede della Fondation Cartier a Place du Palais-Royal
La Fondation Cartier a Parigi
Nel panorama spaesante che definisce il nostro presente, segnato dalla dislocazione di relazioni e interessi, si inserisce l’inaugurazione della nuova sede parigina della Fondation Cartier pour l’Art Contemporain, impegnata dal 1984 nella promozione dell’arte contemporanea internazionale. Storicamente ospitata in un edificio progettato nel ’94 da Jean Nouvel1, la fondazione vi ha concluso le attività all’inizio del 2025 per trasferirsi a Place du Palais-Royal. La nuova struttura, inaugurata nel 1855 per ospitare il Grand Hôtel du Louvre e i Grands Magasins du Louvre, dal 1978 era sede del Louvre des Antiquaires.
Perché questo spostamento? L’edificio originario di Nouvel, situato in Boulevard Raspail, non aveva difetti strutturali. Si trattava, d’altra parte, di un tempio immateriale della creatività contemporanea: costituito da due pareti vetrate che ospitavano uno spazio per la vegetazione, era un luogo introflesso che, con la sua soglia, separava lo spazio del profanum, della città, da quello del fanum, del Sacro, dell’Arte e di un’estetica contemporanea in quello stesso spazio costruita e legittimata.
La funzione del vetro
A partire dagli anni ’60, l’utilizzo del vetro è servito da sperimentazione per eliminare la distanza che ha sempre impedito alla tipologia architettonica “museo” un legame con gli spazi quotidiani. I musei ottocenteschi erano pensati, infatti, come ambienti che permettevano un’elevazione rispetto alla bassezza dell’ordinarietà cittadina: scalone d’onore per l’accesso, quasi totale assenza di finestre, percorsi rigidamente simmetrici. Come evidente nell’edificio di Nouvel, però, le pareti vetrate non hanno davvero scardinato la visione elitistica e sacrale del museo: la Neue Nationalgalerie di Berlino (1968), ad esempio, progettata nel centro città da Van der Rohe, è concepita come una copertura piatta avvolta da una cortina vetrata, ma conserva l’idea del distacco dalla città nel fatto di essere collocata su un’altura, una sorta di piedistallo. Impiegano pareti vetrate anche il Louisiana Museum di Bø e Wolhert (1958-91) e la Fondation Beyeler di Piano (1982), che tuttavia sono inseriti nella natura come edifici-cattedrali, permettendo la conservazione di quell’aura sacrale che trasforma le opere in oggetti quasi divini.
La direttrice delle collezioni della Fondation Cartier, Grazia Quaroni, interrogata sulla necessità del cambiamento di sede, ha dichiarato che la nuova struttura offriva spazi per sviluppare attività collaterali a quella espositiva, e che era davanti al Louvre, nel cuore simbolico e politico di Parigi, consentendo di incidere di più sull’immaginario cittadino2. Intervistata per Forbes, aggiungeva che l’edificio permetteva di ripensare il rapporto tra interno ed esterno: “i pedoni […] diventano parte integrante del paesaggio delle nostre mostre, e la stessa Place du Palais-Royal diventa parte integrante […] Un museo è solitamente un luogo in cui ci si immerge in un altro mondo non appena si varca la soglia, ma qui il rapporto con il mondo esterno è così presente e naturale3”.
Gli spazi della nuova sede
Nouvel, ricevuto l’incarico di lavorare anche sul nuovo museo, ha infatti scavato l’edificio haussmanniano all’interno per realizzare un dispositivo che offrisse spazi asportabili e flessibili, e ha aperto, con ampie finestrature, le arcate del piano terra. La novità dell’effetto sarebbe che le pareti vetrate sono davvero a contatto con la dinamicità cittadina, configurando la struttura museale come un interno trasparente, stratificato, quasi urbano dove le mostre si riversano nella città mentre la città rifluisce al loro interno: il museo, come la città, vivrebbe ora nel mondo del profanum. Questa profanazione dello spazio espositivo non avviene però in modo integrale, anzi, l’esperienza di visita è ambigua. Da una parte permangono anfratti isolati, sacrali, che consentono al visitatore di indurre l’assetto mentale tradizionale: percepire il museo come un tempio. In altri punti, al contrario, attraverso le vetrate, il visitatore è invaso da uno spazio esterno che, è bene dirlo, non è un paesaggio urbano rasserenante: l’intersezione tra Rue de Rivoli, Rue de Saint Honoré e Place du Palais-Royal è forse la più trafficata, caotica e alienante di Parigi.
Il dialogo con la città e i suoi effetti
L’incrocio, incancrenito negli effetti della turistificazione, ha per protagonisti persone che, costrette ad attraversarlo, cercano di fuggire il prima possibile, rammentando a chi visita che quello spostamento di sede, realizzato grazie alla collaborazione tra un’archistar e una delle fondazioni d’arte più ricche al mondo, è avvenuto grazie a logiche di mercato che prevedono turismo di massa, branding urbano e dunque invisibilizzazione dei cittadini comuni in favore di élites globali e turisti facoltosi. Il paesaggio cittadino – che, pur molto caratterizzato dal punto di vista simbolico, (o proprio per questo), sta progressivamente divenendo un “non-luogo” – contamina lo spazio del museo, che oscilla così tra cattedrale dell’Arte contemporanea e centro spaesante del consumo. Nouvel ha detto che il progetto voleva “arricchire Parigi”4: ma la Parigi di chi?
Non della popolazione comune che, come è evidente a chi è dentro lo spazio museale e getta lo sguardo oltre i suoi confini, è incastrata nel rapido viavai quotidiano e soffre dell’assenza di un radicamento nella propria città. Già Simone Weil aveva riconosciuto lo “sradicamento geografico” delle soggettività delle metropoli: individui che hanno perduto ancoraggi ai luoghi della propria esistenza, e con essi la possibilità di vivere un’identità definita in senso territoriale.
La visita alla Exposition Générale, la mostra che inaugura il nuovo spazio e che espone un riepilogo del lavoro degli ultimi 40 anni, è angosciante: la sovrastimolazione dello spazio urbano è riproposta nel museo, sia perché la città vi entra concretamente dentro, che perché la disarticolazione dell’allestimento rende il pubblico evidentemente disorientato. Gli spazi sono infatti privi di una direzione, simultanei, fluidi, ed espongono più di 600 opere di artisti molto diversi tra loro.
Dal museo-tempio al museo-città
Questa riflessione non vuole suggerire che lo “spazio sacro” del museo debba essere tutelato, ma evidenziare come la sua aura lo abbia nel tempo preservato dai meccanismi contemporanei di accelerazione e alienazione. Questa sacca di resistenza del museo alle dinamiche dell’esterno è oggi messa in discussione: se la Fondation Cartier è pioniera nel settore, occorre interrogarsi sulla possibilità che il futuro offra itinerari non tanto museali quanto urbani, fluidi, veloci.
Il mantenimento dell’idea del museo come tempio e il tentativo di ribaltarla, profanandone lo spazio sacro, sembrano essere due tendenze irriducibili e polari; tuttavia, come in un movimento circolare, si incontrano nel fatto di respingere cittadini e cittadine, troppo macchiati dalla loro esperienza della realtà oppure non abbastanza disposti ad accettare le logiche di un sistema che non li pensa come interlocutori. Il trasferimento della Fondation Cartier è davvero un’operazione innovativa?
Niente di nuovo sul fronte parigino.
- Architetto e urbanista francese, ha realizzato progetti emblematici come l’Institut du Monde Arabe a Parigi, la Torre Agbar a Barcellona, il Musée du Quai Branly e il Louvre Abu Dhabi. Il suo lavoro è caratterizzato da una costante sperimentazione sui materiali, sulla luce e sul rapporto tra architettura e contesto urbano
- J. Mun-Desalle, A New Era Opens For The Fondation Cartier In Central Paris, Forbes, 2025
https://www.forbes.com/sites/yjeanmundelsalle/2025/11/19/a-new-era-opens-for-the-fondation-cartier-in-central-paris/ - «pedestrians moving around outside become part of the landscape of our exhibitions, and the Place du Palais-Royal itself becomes part of what’s happening inside. A museum is usually a place where you’re immersed in another world the moment you enter, but here, the relationship with the outside world is so present». Ibidem.
«enrichir Paris», Interview Jean Nouvel | La Fondation Cartier pour l’art contemporain par Jean Nouvel, Fondation Cartier pour l’Art Contemporain, 2025, https://www.youtube.com/watch?v=_UR-GnQiRtU.
Teresa Pauletti (Roma, 1999),specializzanda in Storia dell’arte all’Università di Siena, mi interesso delle intersezioni tra arte contemporanea e critica d’arte in Italia, di teoria dell’arte, di sguardo, del rapporto tra arte contemporanea, potere e politica, di arte, storia e filosofie delle donne. Mi piace scrivere. Femminista, tengo ben presente il mio e il nostro essere corpi sessuati. Mi appassionano le pratiche e i discorsi che ridefiniscono i confini delle cose.
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