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- 03. PAESAGGI
Favourite days: un giorno a Dublino con Brendan Mac Evilly
- Ilaria Oddenino
L’anno scorso ho passato un po’ di tempo a Dublino e sono rimasta profondamente colpita della vivacità culturale della città. Sono capitata in un mese fortunato: era settembre, e settembre vuol dire Dublin Fringe Festival, Culture Night, Dublin Theatre Festival. La piccola rete che mi si è creata intorno, composta soprattutto da persone che lavorano con i libri e con le immagini, mi ha aiutato in diversi modi a ritagliarmi addosso una Dublino su misura e a sfruttare tutto quello che la città aveva da offrirmi. Sono stata a presentazioni di libri e reading, ho visitato musei, ho assistito a concerti e spettacoli teatrali, e ho conosciuto una compagnia di danza fondata da Michael Keegan-Dolan di cui mi sono innamorata. E poi, piano piano, ho iniziato a scoprire le tante riviste culturali che mi sembra contribuiscano in maniera importante a questo senso di vivacità e movimento. Sono partita da Stinging Fly, dove Olivia Fitzsimons, un’autrice che ho tradotto e che ora è una cara amica, è contributing editor, per poi passare a Banshee, a Poetry Ireland Review, a Profiles, a The Dublin Review. L’ultima che mi è capitata tra le mani, poco prima di ripartire, si chiama Holy Show (un’espressione colloquiale irlandese che indica una situazione imbarazzante o deplorevole – “he made a holy show of himself” = si è reso ridicolo, ha fatto una figuraccia), e ospita contributi di varia natura sulla cultura contemporanea del paese vista attraverso gli occhi dei suoi artisti e dei suoi scrittori. Si tratta di una rivista annuale ed è diretta da Brendan Mac Evilly, autore e curatore. Quest’estate, di nuovo a Dublino, ho chiesto proprio a Brendan di immaginare un itinerario che mettesse insieme i suoi posti del cuore legati all’arte, alla letteratura e alla cultura irlandese contemporanea. Il risultato è questo piccolo tour in otto tappe, che passa da gallerie e librerie indipendenti e che, dopo un’immancabile pinta in un pub storico, si chiude con un’affollatissima session di musica tradizionale irlandese.
Stop 1: Kerlin Gallery
È il 13 agosto, Dublino è un bagno di sole e di gente. Brendan mi raggiunge in un vicoletto all’apparenza anonimo su cui si affaccia il retro di alcuni locali. Siamo su Anne’s Lane, a pochi passi da Grafton Street, forse la più nota via pedonale della città, piena di negozi, di musica, e naturalmente di turisti. Qui, però, non c’è anima viva. Brendan arriva a bordo della sua bicicletta, scende con un salto e, dopo averla legata a un palo, mi viene incontro con un enorme sorriso e mi dice che ci aspetta un “favourite day”. I favourite days di Brendan – e come dargli torto! – sono quelli trascorsi a guardare arte, a sfogliare libri, a chiacchierare con gli amici di fronte a una birra, ad ascoltare musica dal vivo. Ma la regola di ogni favourite day che si rispetti, mi spiega, è cominciare con qualcosa di completamente nuovo, un posto in cui semplicemente non si è mai stati o che magari è un po’ fuori dal proprio tracciato abituale. Per questo spingiamo insieme un pesante portone di legno e saliamo le scale di un edificio moderno che ospita una galleria commerciale: la Kerlin Gallery. Si tratta una galleria privata ad accesso gratuito istituita nel 1988, e Brendan la avvicina con un misto di curiosità e sospetto, non sapendo bene cosa aspettarsi. Ci aggiriamo un po’ timidamente per la sala espositiva, dove in quel momento è in corso una mostra dal titolo Pictures of you, curata da Miles Thurlow: sedici artisti internazionali e multigenerazionali accomunati da immagini che “evocano momenti specifici, spesso fugaci, che portano a riflettere sul tempo, sulla memoria e sulle strutture sociali”. Presto, però, ci troviamo coinvolti in una lunga conversazione allegra con Elly Collins, la direttrice commerciale. Tra le tantissime cose, scopriamo che sarà un’artista della galleria, Isabel Nolan – pittrice, fotografa e scultrice – a rappresentare l’Irlanda alla sessantunesima biennale di Venezia, nel 2026. Una volta usciti, Brendan mi dirà che proprio quella lunga chiacchierata (unita, certamente, alla qualità delle opere esposte) ha fatto entrare di diritto la Kerlin Gallery nel novero dei posti tra cui scegliere per i suoi favourite days futuri. In breve: non serve essere potenziali acquirenti per essere accolti in questa centralissima galleria. Se vi sentite sopraffatti dal caos di Grafton Street e cercate un po’ di pace e respiro – e magari un’occasione per scoprire artisti (irlandesi) contemporanei come la stessa Nolan – la Kerlin Gallery potrebbe essere un ottimo rifugio.
Stop 2: Marrowbone Books
Usciti dalla galleria costeggiamo St Stephen’s Green, il più noto parco del centro, e iniziamo a camminare verso ovest in direzione di The Liberties, il quartiere che ospita la nostra prossima tappa. Facciamo una breve deviazione per passare in un gigantesco laboratorio di ceramica su Mill Street (Throwing Shapes), dove Brendan, che ha da poco iniziato a frequentare il posto, contempla con orgoglio le sue primissime creazioni appena uscite dal forno. Di nuovo per strada, dopo pochi minuti ci troviamo di fronte alla facciata giallo limone di Marrowbone Books, una piccola libreria indipendente specializzata in libri usati che nel 2017 ha aperto qui nel cuore di The Liberties, fondata da Brian Flanagan e Lily Power. Si presentano così: “We have a good selection of good books. Mostly fiction. Mostly paperbacks. Mostly pretty cheap. We don’t have everything, but we usually have the good stuff”. È un posto caldo e tranquillo in cui si possono passare ore a sfogliare pubblicazioni di ogni tipo, oppure si può ad assistere a uno dei piccoli eventi letterari o musicali che lo spazio regolarmente ospita. Le poltrone, le piante e i tappeti lo fanno somigliare a un ambiente domestico, è facile sentirsi accolti e avvolti. Marrowbone Books è anche il posto in cui, da qualche anno, si possono scoprire le pubblicazioni della libreria stessa, che è anche una piccola casa editrice indipendente. Proprio per Marrowbone Books uscirà a ottobre il primo romanzo di Brendan, Deep Burn, la cui protagonista, Martha Knox, è un’artista che trova la popolarità bruciando oggetti emotivamente carichi e documentando fotograficamente il processo. Mi chiedo se queste mensole (Brian le ha costruite con le sue mani, ci tiene a dirmi Brendan), oltre alle file di libri, ospiteranno le scatole di fiammiferi abbinate alla copertina che Brendan ha iniziato a produrre, e che oggi campeggiano sopra i fornelli della mia cucina torinese. Passiamo qualche minuto a curiosare e chiacchierare, cercando di non disturbare un altro avventore impegnato in una meticolosissima ricerca. Poi lasciamo il quartiere e ci incamminiamo di nuovo verso il centro.
Dopo una ventina di minuti siamo a Temple Bar, forse il quartiere più famoso di Dublino, sempre sulla sponda sud del fiume Liffey. Tendiamo a pensare a questa zona come al fulcro della vita notturna, nonché forse a una trappola per turisti poco frequentata da persone del posto. Ma le stradine acciottolate di Temple Bar ospitano anche numerosi centri culturali legati all’arte contemporanea, motivo per cui, nel “favourite day” di Brendan, ci troviamo a passare un po’ di tempo proprio qui, rimbalzando felicemente tra quattro posti vicinissimi l’uno all’altro.
Stop 3: Photo Museum of Ireland
Il Photo Museum of Ireland, nato nel 1978, è l’istituzione nazionale per la fotografia contemporanea irlandese, ed è gratuito. Si tratta di un edificio moderno in cemento su tre livelli, uno spazio minimalista che in questo momento ospita una mostra dal titolo Reflecting the Real. È il risultato della prima edizione della International Open Awards, un bando internazionale volto a esplorare la fotografia come strumento critico per interrogarsi sul concetto di autenticità del reale. In un epoca di iper esposizione e iper rappresentazione, qual è il rapporto tra le tante “verità” che emergono nei nostri mondi interconnessi? E come può lo sguardo del fotografo contribuire a una riflessione sul concetto di “reale”? La mostra espone le serie fotografiche dei cinque vincitori, Deb Choudhuri, Ciarán Dunbar, Emilia Martin, Dimitri Stefanov e Laure d’Utruy. È un piacere passeggiare per questa oasi di silenzio, un tempio ovattato nel cuore di un quartiere tipicamente caotico. Mentre ne esploriamo gli spazi, Brendan mi racconta del ruolo fondamentale del museo nel supporto e nella promozione di (giovani) fotografi irlandesi e internazionali, grazie a un fitto programma di mentoring, formazione, residenze e commissioni, e grazie alla presenza di servizi dedicati (camere oscure, scanner, spazi di archiviazione) ad accesso gratuito per i membri. Brendan è un appassionato di fotografia e anche oggi gira con la sua Reflex al collo. Molte delle foto che accompagnano questo piccolo diario sono sue.
Stop 4: Project Arts Centre
A un minuto di distanza dal Photo Museum Ireland, al numero 39 di East Essex Street, c’è un centro multidisciplinare di arti contemporanee dalla facciata color puffo. È il Project Arts Centre, fondato nel 1967 e considerato il primo “arts centre” stabile del paese. È un luogo molto vitale che contribuisce in modo significativo al fermento culturale della città. Dispone di due sale teatrali e di una galleria d’arte, oltre che di un bar e di alcuni spazi di lavoro, e conta una media di seicento eventi all’anno. Ci sono stata la prima volta l’anno scorso durante il Fringe, manifestazione che vede nel PAC uno sei suoi spazi principali. Mi aveva colpita uno spettacolo in particolare, un adattamento di Illness as a metaphor di Susan Sontag che, nelle mani della compagnia Dead Centre, si era trasformato nel racconto creativo, arguto, commovente e sfacciatamente divertente delle vite dei sei attori, ciascuno affetto da una diversa malattia cronica. Quest’anno il Fringe tornerà a circa un paio di settimane dal mio rientro in Italia, portando di nuovo al Project Arts Centre spettacoli originali a prezzi più che accessibili. Oggi, 13 agosto 2025, vedo per la prima volta lo spazio espositivo al piano terra, che in questo momento è dedicato all’opera video The Glass Booth / An Both Gloine dell’artista dublinese Jenny Brady. Dal momento che di mestiere faccio la traduttrice, non posso che essere intrigata dalla premessa: si tratta di uno studio volto a esplorare la natura complessa del lavoro dell’interprete, e a strappare questa figura professionale dalla posizione di sfondo che normalmente occupa per collocarla al centro della scena, esplorando il complesso processo sensoriale alla base di questo lavoro fatto di ascolto, decodifica e restituzione. Vicino all’ingresso noto un signore barbuto che parla con grande enfasi a un gruppetto di ragazzi, che lo ascoltano rapiti. Ma non faccio in tempo ad allungare le orecchie, Brendan ha già una mano sulla porta. “Ti piacciono i libri d’arte?”
Stop 5 e 6: The Library Project / Temple Bar Gallery and Studios
Una volta usciti dal Project Arts Centre facciamo due tappe brevissime in due posti a un passo l’uno dall’altro. Partiamo dal numero 4 di Temple Bar Street, dove diamo una rapida occhiata agli spazi di The Library Project, “Ireland’s Art Bookshop”. Qui si possono venire a sfogliare libri d’arte e di fotografia e pubblicazioni indipendenti irlandesi e internazionali, e si può partecipare a lanci, eventi, piccole mostre. Tra gli scaffali avvisto subito alcune copie di Holy Show, la rivista di Brendan, che mi dice che The Library Project è sempre stato fondamentale per la sua promozione e distribuzione. Lo spazio è pensato non solo per l’acquisto, ma anche per la libera consultazione di materiali spesso difficilmente reperibili altrove, collocandosi quindi a metà strada tra il negozio e la biblioteca. È gestito da Photoireland e collabora attivamente con Black Church Studio, un laboratorio di fotografia e litografia che occupa i piani superiori del palazzo.
Temple Bar Gallery and Studio, invece, è il posto che ogni anno ospita la Dublin Art Book Fair, l’unica fiera del libro d’arte di Irlanda. Come suggerisce il nome, è una realtà che si compone di due parti: da un lato mette a disposizione degli “studios”, degli spazi fisici che permettono agli artisti di lavorare, nonché diverse opportunità di residenze e scambi internazionali; dall’altro è una galleria che ospita cinque mostre all’anno, tipicamente individuali. In questo momento è in corso Faigh Amach, un’iniziativa promossa da TBG+S in collaborazione con Culture Ireland e Southwark Park Galleries (Londra): una delle tre artiste esposte (Ella Bertilsson, Kathy Tynan e Emily Waszak) verrà selezionata e sostenuta nella realizzazione della sua prima personale al di fuori dell’Irlanda.
Stop 7: Books Upstairs
Sono felice che la settima tappa del “tour” di Brendan sia un posto a cui anch’io sono sinceramente affezionata, uno di quelli che fin da subito mi hanno fatto sentire più a casa. Siamo al numero 17 di D’Olier Street, in una libreria indipendente – la più antica di Dublino – con un bel caffè al primo piano in cui di giorno ci si incontra e si chiacchiera e che di sera, invece, ospita un gran numero di reading e presentazioni. Ricordo perfettamente l’ultima volta in cui ero passata davanti a Books Upstairs prima di tornarci quest’anno, una mattina di settembre del 2024. La libreria era ancora chiusa, ma fuori c’era una fila infinita di gente che aspettava l’apertura per celebrare l’uscita dell’ultimo romanzo di Sally Rooney, Intermezzo. È un posto a cui i “locals” sono molto affezionati, è frequentatissimo e si percepisce un forte senso di comunità.
Oggi il negozio è gestito da Louisa, la figlia di Maurice Earls, che l’ha fondato insieme a Enda O’Doherty nel 1978. In origine si trovava in un vecchio salone da parrucchiere sopra un negozio di pellicce di South King Street (i libri erano, a tutti gli effetti, “upstairs”, stipati sulle mensole che avevano preso il posto dei vecchi lavelli); poi, nel 1988, Books Upstairs ha trovato casa al 36 di College Green, di fronte al Trinity College, dove è rimasto per ventisette anni prima di trasferirsi nella sua sede attuale. I libri, che continuavano a essere “upstairs”, sul piano rialzato della libreria, hanno infatti trovato una casa decisamente più spaziosa in questo bellissimo palazzo di D’Olier Street, dove la selezione (sempre curatissima) ha potuto ampliarsi notevolmente.
Brendan mi racconta che c’era anche lui, quel giorno del 2015 in cui hanno trasportato migliaia di volumi da una sede all’altra per fare in modo che arrivassero sui nuovi scaffali in tempo per l’apertura. Fin dagli inizi Books Upstairs si è dato la missione di offrire spazio ad autori sottorappresentati, ed stato è la prima libreria del paese ad avere una sezione LGBTQI+, che ancora oggi costituisce una parte importante della sua identità. È un posto gestito con grande cura e competenza, una tappa obbligata per tutti gli amanti della letteratura, di giorno per la libreria e per il piccolo bar, di sera per i partecipatissimi eventi.
Stop 8: Grogan’s
Sono ormai le 18, è tempo di fermarsi e bere la prima birra della giornata. Io a Brendan non siamo più da soli, ci ha raggiunti una delegazione del suo “writing group”. È il secondo gruppo di scrittori in cui mi imbatto in meno di ventiquattro ore. Proprio ieri sera, un’amica che vive qui a Dublino, la traduttrice Gaia Baldassarri, mi ha parlato del “Frustrated writers group”, un collettivo fondato nel 2022 da Tom Roseingrave che oggi conta più di trecento membri e che organizza due incontri al mese (uno online e uno dal vivo, nel quartiere di Stoneybatter) in cui i membri hanno la possibilità di presentare i propri lavori e di sottoporli al giudizio altrui. Il gruppo, che spesso ospita anche incontri con scrittori e che pubblica regolarmente un’antologia di prosa e poesia, si fonda sulla volontà di offrire uno spazio di resistenza alla competitività dell’industria editoriale e alle ineguaglianze strutturali dell’establishment letterario, e di proporre un rimedio alla natura spesso solitaria del processo di scrittura. Il “writing group” di Brendan, invece, è più simile a un gruppo di amici che condividono passioni e ambizioni e che si supportano accompagnando in maniera critica e partecipe la produzione artistica l’uno dell’altro. Oggi sono in quattro: Brendan, Aisling Flynn, James Roseman e Eoin Rogers. Mancano Declan Toohey e Jess Raymon. Sono tutti scrittori, hanno tutti pubblicato racconti su diverse riviste, qualcuno sta lavorando al primo romanzo, qualcuno è già al secondo. Ci incontriamo al Grogan’s, un pub che Brendan frequenta da almeno un paio di decenni e che ha alcune caratteristiche che glielo rendono caro. “È il pub più democratico che conosca. L’ultima volta che ci sono stato, un venerdì sera, ero seduto vicino all’ingresso e ho passato un sacco di tempo a guardare la gente. La maggior parte dei pub ha una certa “vibe”, o una certo tipo di clientela, ma il Grogan’s è un meraviglioso aggregatore di persone di ogni genere. È amato e frequentato da aspiranti attori ventenni, scrittori trentenni, quarantenni in giacca e cravatta appena usciti dal lavoro, accademici cinquantenni, sessantenni perdigiorno, e così via all’infinito. Chi viene qui sa che in qualsiasi momento entrerà in contatto con una fetta di società davvero ampia.”
Ci sono altre due cose che Brendan mi segnala come uniche di questo posto. Innanzitutto la specialità della casa, i leggendari “cheesy toasties”, dei toast pieni di formaggio filante da tuffare nella senape. E poi i quadri. Ogni anno, a inizio dicembre, il pub chiude per ospitare un “hanging party”, durante il quale le pareti si riempiono delle opere d’arte lasciate da artisti di ogni genere nelle settimane precedenti. Le opere sono in vendita, chiunque può esporre, a prescindere dallo “status”, e il pub non prende commissioni.
Il Grogan’s è sempre pieno, ma in qualche modo, dice Brendan, ci si stringe. E infatti anche oggi abbiamo passato la prima mezz’ora allegramente strizzati in un angolo, ma poi siamo usciti nel dehor che circonda il locale per goderci l’ultimo sole, che quassù resta alto fino a tardi. A differenza della maggior parte dei locali della zona, al Grogan’s non c’è musica: i clienti sono incoraggiati a parlare. Sarà anche merito della birra che scorre a fiumi, ma c’è davvero un’ atmosfera speciale. Capisco perché questo posto è così caro a Brendan.
Al Grogan’s termina la parte “ufficiale” del nostro tour, ma la serata prosegue. Seguono altre birre, una cena e una splendida session di musica dal vivo al Cobblestone (“a drinking pub with a music problem”, come recita una scritta dietro al bancone) a Smithfield, un quartiere a nord del fiume.
È stata una giornata bellissima. Un “favourite day”.
Ilaria Oddenino è traduttrice letteraria e docente di lingua e letteratura inglese. Collabora con il Salone OFF, per cui cura il progetto “Il Ballatoio.
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