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- 03. PAESAGGI
La dimensione narrativa del paesaggio ne La città incantata di Hayao Miyazaki
- Chiara Pascali
Ne La città incantata (Spirited Away), lungometraggio d’animazione del 2001 scritto e diretto da Hayao Miyazaki, il paesaggio che fa da sfondo alle vicende dei personaggi è ricco di elementi visivi e simbolici che rappresentano un evolversi costante, un continuo mutamento, una rappresentazione, animata, della complessità in cui si snodano le vicende della protagonista e nostro malgrado, la vita, nell’esperienza comune di esseri umani.
Chihiro, la protagonista del film, è una ragazzina di un’età non specificata ma sulla soglia dell’adolescenza. È in viaggio con i suoi genitori verso una nuova casa in un’altra città, il suo bagaglio più ingombrante è il malessere e la nostalgia generati da una condizione imposta e non condivisa.
Lungo il tragitto, per un’errata valutazione del padre, la famiglia si imbatte in una strada sterrata limitata da un misterioso tunnel.
Abbandonata l’auto, l’intera famiglia, con il disappunto di Chihiro, attraversa il tunnel a piedi sbucando in una radura con un insieme di edifici, molto simili ad un parco divertimenti in disuso.
Superato il letto prosciugato di un fiume, i tre si imbattono in locande con succulenti pasti sui banconi. I genitori di Chihiro iniziano subito a ingozzarsi, mentre la ragazzina si guarda intorno con diffidenza.
Non condividendo la scelta dei genitori di fermarsi a mangiare, Chihiro si spinge oltre la locanda scoprendo uno stabilimento termale chiamato Aburaya, ma un giovane ragazzo la mette in guardia e le consiglia di scappare via, tornando indietro scopre che i suoi genitori si sono trasformati in maiali. In preda al panico cerca una via d’uscita, ma l’acqua ha improvvisamente ricoperto il passaggio sulla terraferma, il buio è sceso su quello strano mondo ora popolato da spiriti. Da qui inizia il viaggio di Chihiro nella città incantata governata dall’avida strega Yubaba. Per sopravvivere e salvare i suoi genitori sarà costretta a lavorare nello stabilimento termale e misurarsi con tutte le creature che lo popolano, in un percorso di crescita e trasformazione.
Un percorso che si snoda nel paesaggio, antropico e naturale, e che si mostra a Chihiro alle volte come benevolo alleato e altre come foriero di insidie.
Chihiro si muove infatti attraverso una serie di passaggi, cuniculi, strade, vie, ponti, sentieri, tunnel, un mondo complesso, tra reale e immaginario, in cui il tema della soglia diventa un tema chiave.
La soglia e il suo attraversamento non è solo qualcosa di fisico, ma è interpretabile anche come un passaggio spirituale, un rito iniziatico.
Nelle scene iniziali, sono due le soglie nel paesaggio che determinano un cambiamento anche a livello narrativo.
La prima è la linea netta che separa la strada asfaltata dal sentiero dissestato che porterà la famiglia Ogino verso una nuova avventura.
Questa demarcazione così evidente segna il netto contrasto tra l’elevata urbanizzazione e un mondo rurale popolato da Torii e templi shintoisti, una contrapposizione che nel film ritorna in diversi momenti e che rappresenta una più ampia critica al Giappone stesso.
Miyazaki ha infatti utilizzato simboli e metafore per denunciare quanto la corsa alla crescita economica del Giappone abbia cancellato dalle sue città il folklore, le tradizioni e soprattutto l’armonia con la natura, elementi che ricorrono in tutte le sue pellicole.
A confermare questa teoria, la seconda soglia che appare nelle prime scene del film, il tunnel che ferma la corsa dell’auto della famiglia di Chihiro.
Il tunnel può essere attraversato solo a piedi, perché lo stretto passaggio è delimitato dalla statua di un kami (spirito) shintoista, un Dōsojin (divinità della strada).
Anche in questo frangente, l’auto, simbolo di una tecnologia avanzata, è costretta a fermarsi ed è un soffio di vento, simbolo della Natura, che incoraggia la famiglia ad attraversare il tunnel. L’attraversamento di questa soglia porterà ad una nuova dimensione, un mondo non più umano.
Dalla parte opposta, una radura ospita edifici malmessi, anche in questo caso, Miyazaki lascia alle parole di papà Ogino una critica alla bolla economica degli anni Novanta, insinuando che quel paesaggio fosse l’insieme dei ruderi di un vecchio parco divertimenti poi fallito.
“Li costruivano ovunque nei primi anni ’90. Poi l’economia andò in crisi e fallirono tutti. Questo dev’essere uno di quelli”
Il paesaggio, in queste scene, è realmente ispirato all’Edo-Tokyo Open Air Museum, un museo in cui sono stati ricostruiti o in alcuni casi spostati dal loro sito originale, edifici di epoca Edo: locande, sale da tè, bagni pubblici. Un luogo in cui si rivive il fascino della tradizione e dei secoli passati molto caro allo stesso Miyazaki.
Un altro “attraversamento”, un ponte, ci introduce al cuore della scenografia de La città incantata, la stazione termale Aburaya, governata dalla strega Yubaba.
Il ponte è anch’esso uno spazio liminale, un luogo di passaggio, un punto di incontro, è la soglia su cui gli spiriti scesi dal battello si materializzano nelle forme più stravaganti per accedere alle terme e purificarsi.
L’interno del complesso termale Aburaya è rappresentato come un sistema industriale avanzato. Nei sotterranei, il locale caldaie, guidato da Kamaji, è il primo ambiente con cui familiarizza Chihiro e in cui dovrà dimostrare la sua utilità nel sistema produttivo. La sala vasche è il luogo in cui Chihiro si guadagna la fiducia di Yubaba ripulendo lo spirito di un fiume inquinato.
In un susseguirsi di avventure e nell’intrecciarsi delle storie dei diversi personaggi che popolano il racconto: Haku, lo Spirito Senza Volto, Bo, Zeniba, assistiamo al “divenire” di Chihiro, alla sua trasformazione.
Chihiro non è un’eroina, è una bambina come tante, nel film non ha un vero e proprio antagonista, deve fare i conti con la complessità di quel mondo in cui si è trovata ad abitare.
La bambina non è dotata di superpoteri e di fatto è solo una bambina, ma ha la capacità di “stare nel contesto”, non si oppone in modo istintivo, osserva, riflette, sospende il giudizio, accetta ogni situazione valutando il peso delle sue azioni.
L’errore, l’imprevisto, le errate valutazioni, non fanno che accrescere il sapere e l’esperienza.
Quando Chihiro raggiunge la consapevolezza delle proprie capacità, intraprende un viaggio in treno con Senza Volto, in quella scena tutto il paesaggio è circondato da acqua.
Nella filosofia orientale, l’acqua è il simbolo di una mente flessuosa e adattiva, aperta alla moltitudine delle possibilità.
Una prerogativa necessaria per affrontare gli innumerevoli paesaggi/passaggi che ogni vita riserva.
Sulla soglia della vita adulta, Chihiro scopre che la bellezza delle cose è data dalla consapevolezza della loro caducità.
Quando Chihiro torna nel suo mondo, nulla è cambiato eppure tutto è diverso.
Bello non è il perdurare di una condizione, bensì la volatilità di una transizione. (Del Vuoto – Byung-Chul Han)
BIBLIOGRAFIA
I mondi di Miyazaki – percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese, a cura di Matteo Boscarol, Mimesis edizioni, 2016
La città incantata, Valeria Arnaldi, Lit Edizioni, 2019
Il paesaggio incantato, Lidia Zitara, Edizioni Pendragon, 2024
Del Vuoto – Sulla cultura e filosofia dell’Estremo Oriente, Byung-Chul Han, Edizioni Nottetempo 2024
FILMOGRAFIA
La città incantata di Hayao Miyazaki, 2001
Chiara Pascali è esperta di comunicazione, giornalista e docente. Laureata in Scienze della Comunicazione presso La Sapienza Università di Roma, specializzata in Media Education. Ha lavorato a Roma nel marketing cinematografico e nella direzione comunicazione interna di Enel Spa. Dal 2013 vive a Lecce dove insegna e lavora come consulente di marketing e comunicazione per aziende del territorio.
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