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- 03. PAESAGGI
Topografie della frizione. Corpi, ambiente e disuguaglianze nella città che si spezza.
- Ilaria Iacconi Iambrenghi
Topografie della frizione. Corpi, ambiente e disuguaglianze nella città che si spezza.
Nel cuore delle nostre città, qualcosa si incrina. Non sono soltanto le infrastrutture a cedere sotto il peso della crisi climatica o della pressione abitativa, ma le relazioni che legano ambiente e corpo, spazio e giustizia. Le città non collassano all’improvviso: si sfaldano nei microclimi estremi, nelle scale rotte delle metropolitane, nei marciapiedi impraticabili per chi cammina lentamente, nelle case che non respirano. È attraverso questi segni ordinari che emerge una verità più ampia: il paesaggio urbano non è mai neutro. È una mappa politica e sensibile, tracciata da forze ambientali e sociali che si incontrano, si sovrappongono e si scontrano.
La retorica della sostenibilità urbana ha ormai saturato le agende pubbliche, ma raramente si interroga su chi debba essere sostenuto, da quali infrastrutture e in quali condizioni. Le città verdi si moltiplicano nei rendering, ma dietro il foliage si nascondono spesso meccanismi di espulsione, processi di gentrificazione ambientale e tecnologie progettate intorno a corpi standardizzati. Quando viene separata dalla giustizia sociale, la sostenibilità rischia di ridursi a un privilegio estetico.
Spazi che non accolgono
Camminare lungo certi assi urbani durante una giornata estiva è un’esperienza rivelatrice. Il caldo disegna una geografia diversa: l’asfalto accumula e restituisce calore, l’ombra diventa una risorsa scarsa, la mobilità rallenta, il corpo chiede tregua. Ma non tutti possono permettersi di sottrarsi. C’è chi lavora all’aperto, chi si muove con fatica, chi vive in abitazioni sovraffollate e chi una casa non ce l’ha. In questi spazi, il disagio termico non è soltanto climatico: è sociale.
I quartieri socialmente e infrastrutturalmente marginalizzati sono spesso anche quelli in cui ombra, verde accessibile, manutenzione e servizi di prossimità sono distribuiti in modo più carente. Non è una coincidenza, ma l’effetto strutturale di un’urbanistica che ha storicamente separato il produttivo dal riproduttivo, il lavoro dalla cura, il centro dalla periferia. La città moderna è stata costruita delimitando, gerarchizzando ed escludendo. E continua a farlo.
L’intersezionalità, in questo contesto, non è un’aggiunta teorica, ma una necessità analitica. La stessa ondata di calore non colpisce tutte le persone nello stesso modo. Genere, razzializzazione, disabilità, età e posizione sociale non agiscono come fattori separati, ma si combinano nella relazione con lo spazio, producendo forme differenti di esposizione, protezione e accesso alle risorse. Un parco accessibile, una panchina all’ombra o una fontanella funzionante possono fare la differenza tra il sollievo e la fatica, tra la possibilità di restare nello spazio pubblico e la necessità di abbandonarlo.
Uno sguardo transfemminista e intersezionale permette di leggere insieme queste frizioni, mostrando come le norme di genere, salute, autonomia e produttività definiscano quali corpi siano considerati legittimi nello spazio urbano e quali, invece, restino ai margini delle categorie attraverso cui la città riconosce bisogni e presenze.
Paesaggi diseguali, corpi non previsti
Le nostre città sono attraversate da disuguaglianze che non si manifestano soltanto nei dati, ma anche nei gesti quotidiani: nell’attesa dell’autobus sotto il sole, nei percorsi impossibili per una carrozzina, nella mancanza di bagni pubblici, nei pavimenti scivolosi, nei suoni assordanti, nelle scale interminabili delle stazioni. Chi vive con malattie croniche, disabilità visibili o invisibili, dolore persistente o fatica conosce intimamente questi ostacoli.
Sono le tracce di un disegno urbano abilista, costruito attorno a un corpo implicito: sano, autonomo, produttivo, continuo e capace di adattarsi senza interruzioni ai ritmi della città.
«Ho rubato un pensiero ad Anna Karenina di Tolstoj: le città accessibili […] si somigliano tutte, le città inaccessibili lo sono ognuna a modo suo», scrive il sociologo norvegese Jan Grue in La mia vita come la vostra. L’inaccessibilità prende spesso forma attraverso una somma di elementi apparentemente minori: incoerenze progettuali, manutenzione insufficiente, servizi mancanti e disattenzioni sistemiche. Ogni barriera urbana è specifica, ma i suoi effetti si accumulano: fatica, dipendenza, ritardo, rinuncia, riduzione della mobilità e, infine, esclusione.
È proprio a partire da queste esperienze che si apre una prospettiva diversa sul paesaggio urbano: non più fondo scenografico, ma spazio di attrito, relazione e risonanza.
Da una rilettura femminista e crip delle dinamiche urbane emerge il concetto di crip space: una lente attraverso cui nominare il disallineamento tra corpi, tempi e ambienti costruiti, ma anche gli spazi che vengono modificati, reinterpretati o prodotti attraverso pratiche di adattamento, cura e resistenza.
Non si tratta soltanto di accessibilità tecnica, ma della dimensione politica dello spazio. Chi viene previsto dal progetto? Chi può restare nello spazio pubblico? Chi, invece, è costretto a ridurre o interrompere la propria presenza? Quali esperienze restano fuori dalle categorie attraverso cui la pianificazione riconosce bisogni, presenze e forme legittime dell’abitare?
L’infrastruttura di una città rivela sempre le sue priorità politiche, come ha elaborato Leslie Kern in La città femminista. Lo si vede da ciò che viene curato e da ciò che viene lasciato deteriorare. Le città che ignorano i corpi vulnerabilizzati non sono semplicemente disfunzionali: sono ostili. Dove manca il riconoscimento della differenza cresce una forma di violenza ambientale fatta di piccole esclusioni ripetute, adattamenti unilaterali e stanchezze che si accumulano fino a diventare croniche.
La vulnerabilità come metodo
Questa riflessione nasce da un lavoro transdisciplinare che si muove tra comunicazione, studi urbani e femminismo intersezionale, con particolare attenzione alle geografie del disagio e alle esperienze dei corpi che la città non prevede.
Ripensare l’urbanistica da una prospettiva eco-transfemminista significa riconoscere vulnerabilità, dipendenza e bisogno non come eccezioni, ma come condizioni ordinarie della vita urbana. Nel pensiero transfemminista e crip, la vulnerabilità non coincide con la debolezza. La sua esperienza situata può produrre conoscenza sulle relazioni di dipendenza, sui limiti degli ambienti costruiti e sulle norme che li organizzano.
Non si tratta di celebrarla in astratto, ma di riconoscerla come una condizione materiale e conoscitiva. Le esperienze di chi vive dolore, fatica, ipersensibilità o mobilità intermittente rendono visibili condizioni urbane che gli strumenti ordinari della pianificazione tendono a non registrare. Questi corpi incontrano prima, e spesso più intensamente, le soglie oltre le quali uno spazio smette di essere abitabile.
Il crip space non è semplicemente uno spazio che accoglie. È uno spazio capace di trasformarsi, di riconoscere la lentezza, il bisogno, la variabilità e il limite. Non chiede ai corpi di adattarsi unilateralmente, ma mette in discussione le forme, i tempi e le norme attraverso cui lo spazio è organizzato.
In questo senso, il paesaggio urbano può diventare un dispositivo affettivo e politico. Non più un oggetto da amministrare o uno sfondo da abbellire, ma una soglia di relazione tra il corpo e il mondo. Una mappa che non separa l’organico dall’architettonico, il sociale dall’ecologico. Una superficie che registra il passaggio delle crisi, ma anche le tracce delle resistenze quotidiane: un’aiuola sottratta al cemento, un’abitudine di quartiere, una panchina riparata da chi la utilizza ogni giorno.
Verso un’urbanistica intersezionale
La giustizia ambientale, per essere reale, deve farsi carne. Non può limitarsi alle metriche di sostenibilità o agli standard internazionali. Deve partire dai corpi situati, dalle alleanze possibili e dalle forme di sapere che nascono nella frizione tra ambiente ed esperienza vissuta.
Questo è il cuore dell’urbanistica intersezionale: un approccio che intreccia giustizia sociale, cura ecologica, lotta anticapacitista e attenzione alle soggettività marginalizzate. Non si limita ad aggiungere nuovi destinatari a una città rimasta invariata, ma interroga le norme attraverso cui lo spazio stabilisce chi possa muoversi, fermarsi, riposare, essere curato e restare visibile.
La città del futuro non sarà mai davvero intelligente se non sarà anche giusta, accessibile e plurale. Costruire spazi in cui sia possibile respirare, riposare e rallentare non è un lusso: è una forma di redistribuzione, riconoscimento e riparazione.
In un’epoca segnata da crisi sovrapposte, continuare a riprodurre i paradigmi dell’urbanistica dominante significa perpetuare le condizioni che rendono alcuni corpi assenti, esausti o sacrificabili. Un’urbanistica ecotransfemminista e intersezionale non è un lusso riservato alle città progressiste. È una condizione necessaria per rendere ancora abitabile ciò che resta.
Ilaria Iacconi Iambrenghi (1994) opera all’intersezione tra architettura, comunicazione e studi sociologici urbani, indagando il modo in cui lo spazio produce relazioni di potere, disuguaglianze e forme di appartenenza. Il suo approccio integra architettura, sociologia, teoria critica e comunicazione come ambiti interconnessi e non gerarchici, superando i tradizionali confini disciplinari. La sua ricerca interpreta lo spazio urbano come un sistema relazionale che organizza i comportamenti, distribuisce esposizione e protezione e incorpora condizioni politiche, culturali ed ecologiche. In questa prospettiva, la città viene analizzata come un agente attivo, plasmato dalla crisi, dalla vulnerabilità e dalle asimmetrie strutturali. Sviluppa una ricerca teorica sull’urbanismo intersezionale e sul concetto di crip space. Nel 2024 ha fondato cris&s – Centre for Research on Intersectional Spaces and Societies, una piattaforma di ricerca dedicata allo studio dello spazio come condizione strutturale di crisi permanente.
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