Climi affettivi. Abitare il paesaggio dal Sud

In questo testo esploro la dimensione sensoriale e affettiva del paesaggio nel Sud globale, dove il clima modella non solo la vita ma anche il pensiero, e dove il calore diventa una forma involontaria di resistenza alle categorie estetiche e spaziali concepite nei climi temperati.

Lo sguardo occidentale sul paesaggio

Per secoli, il paesaggio è stato considerato come una scena da osservare, una porzione di terra catturata dallo sguardo da lontano. In questa concezione, c’è sempre un soggetto che osserva e un oggetto che si lascia osservare, mentre lo spazio appare come qualcosa di neutro, silenzioso e controllabile. Tuttavia, il concetto si è evoluto e il paesaggio è diventato uno spazio desiderato e ricordato attraverso l’immaginazione e i sensi. Secondo Gillian Rose, non osserviamo questo spazio in modo neutrale: lo sguardo è carico di caratteristiche ideologiche e, inoltre, è maschile. Si tratta di uno sguardo che mantiene confini ben definiti tra l’osservatore e il paesaggio.

Tutto ciò presuppone un osservatore distante e quasi trasparente. Tuttavia, l’esperienza reale non è mai così: guardare un paesaggio implica anche un corpo situato che sente e respira. Cosa succede, dunque, se quello spazio non viene percorso con lo sguardo fisso e neutrale, ma con la pelle sudata, il respiro affannoso e il corpo stanco? Forse è in quel momento che il paesaggio smette di essere un’immagine da possedere e diventa materia viva che ci penetra, ci riscrive e resiste a ogni categoria estetica e spaziale preesistente?

Il calore come esperienza politica

Le grandi narrazioni sul progresso, il controllo e la razionalizzazione dello spazio provengono da zone geografiche temperate o addirittura fredde. Il calore sconvolge i piani: fa crollare i ritmi di produzione, rende inutilizzabili certi indumenti e architetture e costringe a inventare nuovi modi di vivere.

L’ho sperimentato camminando per le strade di Salvador, in Brasile, dove mi trovo per lavoro. Qui, ogni poro della mia pelle negozia con l’aria densa e umida. Il calore non è solo una condizione meteorologica da sopportare, ma un ambiente totale che modella ogni gesto, ogni percezione e ogni pensiero. È la stanchezza che sale dal suolo rovente, è il desiderio di ombra che ridisegna i percorsi urbani, è la lentezza che diventa una forma di resistenza involontaria.

Quando il corpo suda, quando la pelle si dilata e i vestiti si attaccano, lo spazio sembra cambiare natura: non è più un paesaggio neutro da attraversare, ma una materia viva che penetra e trasforma. Non si tratta solo di un’esperienza fisica, ma anche di un rapporto di potere. Édouard Glissant ci ricorda che il rapporto nasce dall’incontro con l’opacità dell’altro e qui l’altro è il paesaggio stesso che si rifiuta di essere dominato dal nostro sguardo cartografico. Così, il calore trasforma il rapporto di potere: non possiamo più pretendere di possedere lo spazio con lo sguardo distaccato del flâneur parigino.

Il paesaggio ci entra nella pelle, o noi entriamo nella sua. È un campo di forza che ci costringe a ripensare cosa significa abitare la città e chi può farlo. Conceição Evaristo, nelle sue escrevivências, ricorda che la condizione sociale dei corpi neri e dissidenti permea anche questa dimensione climatica, il corpo sudato non è mai neutrale; porta sempre il segno della differenza, del Sud, del subalterno. Nel Sud globale il calore si trasforma in condizione politica, impedisce la neutralità del corpo e lo rende protagonista.

Cronache del calore: camminare, sudare, esistere.

Sono le undici del mattino e il sole sta già bruciando i ciottoli del Pelourinho, il luogo in cui per secoli gli schiavi africani venivano puniti e venduti. Il calore di oggi si mescola a quello di ieri: sudore, paura, catene roventi sotto il sole. Cammino stordita dal vapore che sale dalle pietre e dal riflesso dei colori abbaglianti delle case coloniali: blu pastello, giallo ocra, rosa cipria. Ogni balcone, finestra e portico diventa una strategia di sopravvivenza contro il calore: grate che fanno entrare l’aria, corridoi che creano correnti e muri spessi che assorbono l’umidità. La strategia è fallita. Il calore vince. Nemmeno nelle chiese i fedeli trovano rifugio: si sventolano con opuscoli, si appoggiano alle pareti fredde e trasformano la devozione in resistenza fisica. 

Una donna attraversa la piazza con la saggezza di chi conosce l’arte di vivere nel calore: cerca istintivamente l’ombra, si ferma sotto ogni cornicione barocco, disegna una mappa diversa della città, una geografia di ombra e brezza. Ha negoziato con il calore. Nelle strade che conducono al porto, l’inventiva quotidiana è ancora più evidente: i venditori sistemano teloni improvvisati per creare ombra, i bambini giocano con acqua a piedi nudi sull’asfalto rovente e gli uomini lavorano a torso nudo scaricando merci sotto il sole.

Questo calore che sembra disordine, in realtà è un ordine diverso, creativo, che si collega a ciò che bell hooks chiamava i margini, che non sono solo luoghi di privazione, ma anche di creatività e insurrezione. Salvador, con il suo clima estremo, diventa un margine geografico che resiste all’imposizione di modelli nati altrove. 

Corpi esposti, desideri scritti. 

Camminando, a volte quasi senza fiato, capisco che non sto solo osservando un paesaggio, ne faccio parte e i suoi ritmi sono impressi in me. La città non è più uno sfondo, ma un interlocutore che si adatta costantemente e che non si lascia dominare. 

Il paesaggio di Salvador non è solo visivo, ma anche tattile, olfattivo e corporeo. L’odore del dendê fritto si mescola al sapore del cravinho, a base di cachaça e chiodi di garofano, e all’aroma del mare che sale dalla Baia di Todos os Santos. E si trasmette nei gesti, nelle abitudini, nei ritmi, nelle logiche spaziali e nei modi di vivere diversi. Un paesaggio urbano con un’estetica di sopravvivenza e disobbedienza assolutamente propria, che diventa materia viva che ci penetra, ci riscrive e resiste a ogni categoria preesistente.

Qui i corpi non possono rimanere invisibili. La pelle si espone per necessità, il sudore si condivide e gli spazi ristretti costringono al contatto. Non si tratta di una scelta né di uno spettacolo, ma di un gesto vitale di sopravvivenza. Da questa condizione nasce un erotismo urbano involontario, lontano dalla seduzione pianificata dei climi temperati. È l’intimità forzata di chi condivide lo stesso calore e lo stesso respiro. Il contatto diventa un linguaggio e la vulnerabilità una forma di coesistenza che rompe con ogni decoro imposto dall’esterno. 

Il corpo diventa collettivo, visibile e affermativo. La letteratura del Sud lo conferma. Evaristo descrive corpi che con il calore diventano sensoriali e condivisi. Carolina Maria de Jesus mostra come il calore e la scarsità d’acqua siano un’esperienza più potente della povertà. In suoi scritti, il calore non è uno sfondo, ma una forza attiva che segna i corpi e genera comunità.

Conclusione poetico-politica

Il calore è una pedagogia del corpo. Ci costringe a rallentare, a cedere e a riconoscere limiti ineludibili. Ci toglie l’illusione di poter dominare il paesaggio con lo sguardo distaccato e lo trasforma in una questione condivisa, fatta di sudore, contatto e vulnerabilità.

Questa vulnerabilità climatica è anche una forma di insurrezione. Di fronte all’immaginario occidentale dell’ordine e del controllo, il calore del Sud del mondo disarma, sconvolge i ritmi e ridisegna i confini. Non può essere estratto né posseduto, ma solo abitato. I corpi che lo abitano compiono un atto di affermazione politica attraverso ricordi, segni e scritti, un modo per imprimere nel mondo ciò che è stato negato.

Forse è proprio in quel sudore condiviso, in quell’eccesso incontenibile, che si apre un orizzonte inaspettato: futuri più caldi, più vulnerabili, e aspettiamo anche più giusti.

Bibliografia:

  • de Jesús, C. M. (1960). Quarto de despejo: Diário de uma favelada. Rio de Janeiro: Francisco Alves.
  • Evaristo, C. (2015). Olhos d’água. Rio de Janeiro: Pallas.
  • Evaristo, C. (2020). A escrevivência e seus subtextos. En C. Evaristo, Escrevivência: A escrita de nós (pp. xx–xx). Belo Horizonte: Mina de Comunicação e Arte.
  • Glissant, É. (2007). Poetica della relazione (trad. it.). Macerata: Quodlibet.
  • Glissant, É. (2018). Trattato del tutto-mondo (trad. it.). Torino: Bollati Boringhieri.
  • Rose, G. (1993). Feminism and geography: The limits of geographical knowledge. Cambridge: Polity Press.

Sandra Bustamante è politologa e ricercatrice specializzata in teorie del potere e di genere. Con quasi quarant’anni di esperienza nell’università e nella cooperazione internazionale, ha lavorato in America Latina, Europa, Asia e Africa su giustizia sociale, diritti delle donne e inclusione. Le sue ricerche intrecciano analisi critica e scrittura sensibile, esplorando paesaggi urbani, corpi e resistenze da prospettive femministe e decoloniali.

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