Contro il non luogo: Eterotopie Flegree

Cartoline impossibili da Pozzuoli

Alle dinamiche della surmodernità non si può sfuggire. Questo ormai è tristemente certo. Ma nel frattempo che essa si concentra a spremere, dilatare, soggiogare e spersonalizzare determinati contesti, altri ne subiscono l’effetto relativo, cioè quello di essere marginalizzati. Il risultato, alla fine, è lo stesso in entrambi i casi: l’essere umano vede svilito il proprio rapporto con lo spazio. Tuttavia, ci sono alcune differenze. Nei territori dove la surmodernità esiste in maniera diretta, i non luoghi nascono come il prodotto della sovrabbondanza, la cui principale caratteristica è quella della transitorietà (Augé, 2024). Nei territori in cui la surmodernità è relativa, invece, ogni cosa è passeggera: dal turismo ai singoli aspetti della vita quotidiana, fino agli spazi pubblici, non più mercificati ma destinati ad un lento, progressivo ed inesorabile abbandono. Nei primi, la situazione è diventata quasi irreversibile. Basti pensare a come il turismo di massa, insieme a tutte le situazioni ad esso connesse, ha cambiato e sta cambiando le città storiche italiane. Nei secondi, invece, si può presumere che esista ancora la possibilità di fare le cose in maniera diversa. 

In quest’ottica Pozzuoli, nel cuore dei Campi Flegrei, rappresenta un caso studio emblematico. Dal punto di vista sociale, Pozzuoli si inserisce alla perfezione nel contesto di un sud Italia frammentato e con poche possibilità di sviluppo. Un unico, grande non luogo. Ciò è assolutamente paradossale se si guarda a Pozzuoli ed a tutti i Campi Flegrei per quello che significano dal punto di vista paesaggistico. Innanzitutto, non è impresa semplice scegliere uno sguardo da cui cominciare un racconto su Pozzuoli. Si può partire dal mito. Chi non ha mai sentito parlare della Sibilla Cumana? Oppure dalla storia, quando Puteoli fu il porto della Roma imperiale. Infine, dalla natura e dalla scienza, attraverso descrizioni oggettive dei fenomeni di tipo geologico, vulcanico e produttivo che investono quest’area da quando esiste e che hanno dato vita ad una letteratura sull’argomento di straordinaria avanguardia. Ciascuno di questi approcci è corretto e, soprattutto, sicuro, in quanto già battuto nel corso dei secoli, dei millenni. Si potrebbe cominciare citando Plinio e Strabone e finire con la poetessa americana premio Nobel Louise Glück, che all’Averno ha dedicato una bellissima opera. Ciascuno di questi approcci, tuttavia, non sarebbe in grado di fornire un’immagine certa, unica e regolare di Pozzuoli nei Campi Flegrei. La rappresentazione è instabile: il paesaggio è troppo grande, la storia troppo antica, la natura troppo viva. Questa instabilità trova il suo simbolo in un fenomeno che trascende lo spazio ed il tempo: il bradisismo, in grado di conciliare mito, storia e scienza. 

Così come fu il bradisismo a convincere i romani a costruire un porto ad Ostia, dando inizio alla decadenza di Puteoli, allo stesso modo oggi esso è la causa fondamentale della stasi economica, politica e sociale di questo territorio. Ed è sempre attorno ai moti del sottosuolo che gli abitanti flegrei, compresi quelli che sono andati via, hanno costruito la propria comunità basata su sentimenti umili di fragilità e paura della terra e del mare (Papa, Cardone, 1993). Ma soprattutto amore, rispetto ed attaccamento alla terra ed al mare. 

Soprattutto memoria. 

Il bradisismo è solo la manifestazione fisica più evidente di una condizione esistenziale più profonda: abitare i Campi Flegrei significa imparare a convivere con l’instabilità, con l’attesa, con la possibilità concreta che il proprio scenario vitale muti senza preavviso. In una realtà dove gli spazi sono pianificati per funzionare ed essere consumati, dove il tempo è denaro e dove l’ego controlla tutto con un selfie, questa forma di abitare può essere letta come una forma di resistenza culturale. Il bradisismo, dunque, può essere anche visto come l’anticorpo naturale alla surmodernità. Il paesaggio flegreo, nella sua irregolarità e imprevedibilità, impone lentezza, attenzione, cura, ovvero tutte quelle qualità che la surmodernità tende a cancellare. I flegrei, esattamente come la terra che abitano, praticano da secoli una forma di poesia civile e quotidiana che ha al centro la memoria come fondamento dell’immaginazione, una memoria attiva, che traduce il passato in possibilità. L’abitante flegreo immagina in continuazione come lo spazio da cui è circondato può essere trasformato e vissuto. Egli è un architetto del paesaggio in costante attività, un politico con una visione, un Virgilio con una storia da raccontare. I non luoghi a Pozzuoli -il non luogo Pozzuoli- sono eterotopie, luoghi materiali dove resiste il sogno (Foucault, 2006). 

I territori di questo tipo possono farsi baluardo di un nuovo modo di fare cultura, turismo, paesaggio. Un modo virtuoso che ispiri ad abitare con cura, sfuggendo alle dinamiche, sempre uguali, che generano luoghi spersonalizzanti e paesaggi prodotto senza memoria (Heidegger, 2018). Un modo collettivo, educato al superamento dell’individualismo. 

Il punto di partenza per questa ambizione deve essere la costruzione di un nuovo immaginario a partire dal basso. In contesti paesaggistici come quello flegreo, chi abita sente anche di possedere le chiavi d’accesso per le porte della percezione. Ciascuno con le sue storie, i suoi percorsi e le sue mappe affettive, che rappresenta come meglio crede e sente (Careri, 2002). Ciascuno con i suoi universi immaginari, i suoi mondi impossibili. 

L’epoca della surmodernità è anche l’epoca dell’onnipaesaggio cioè della produzione consumistica di immagini (Jakob, 2009). Quando apriamo il pc per lavorare ciò che ci viene mostrato è un paesaggio di cui, attraverso un semplice click, è possibile scoprire il nome e l’ubicazione sul pianeta. Quando navighiamo in internet, le pubblicità, spesso, mostrano paesaggi di possibili destinazioni di viaggi. Quando sediamo su un aereo per raggiungere una meta, ci vengono fornite riviste che mostrano paesaggi di quella meta stessa. 

Cartoline: immagini fisse, idealizzate e consumabili che hanno contribuito a svilire drasticamente il significato originario, profondo e complesso del paesaggio. A Pozzuoli una simile rappresentazione è impossibile. Innanzitutto, non ci sarebbero turisti a cui venderle. Inoltre, le continue metamorfosi del territorio impediscono qualsivoglia tentativo di fissaggio entro schemi e limiti predefiniti. Laddove c’era il mare può spuntare un giardino. Le spiagge compaiono ed il mare si ritira. In una notte può nascere un vulcano. Da un momento all’altro può cadere il costone di un’isoletta e prima o poi potrebbe accadere ad un muro, un tetto, un intero edificio. Le cartoline, a Pozzuoli, sono impossibili ed è questa consapevolezza, sedimentata nell’anima collettiva flegrea, a rendere possibile un’altra visione dello spazio: non da immortalare, ma in cui stare immersi, da attraversare, da ascoltare, da reinventare ogni giorno e, soprattutto, da condividere (Clement, 2005). 

È così che si può dar vita ad una mitologia contemporanea flegrea, popolare e spontanea: un mosaico di tutte le mappe e rappresentazioni affettive di questa geografia instabile.

Bibliografia essenziale di riferimento

Augé, Marc, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 2024;

Careri, Francesco, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2006;

Clément, Gilles, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005;

Foucault, Michel, Utopie Eterotopie, Cronopio, Napoli, 2006;

Heidegger, Martin, Costruire abitare pensare, Editoriale Lotus, Milano, 2018;

Jakob, Michael, Il paesaggio. Il Mulino, Bologna, 2009;

Papa, Lia Maria e Cardone, Vito, L’identità dei Campi Flegrei. Cuen, Napoli, 1993.

Mario Manduca (Napoli, 1991) è architetto e vive a Pozzuoli. Si occupa di edilizia sanitaria. Il suo interesse principale è il paesaggio, che esplora con uno sguardo laterale e narrativo, attento ai margini e ai luoghi sospesi. Ha studiato a Napoli e a Venezia, dove ha concluso un master in Architettura del Paesaggio e del Giardino con una ricerca sulle Colline del Prosecco. Appassionato di lettura e scrittura, si dedica anche alla narrazione di racconti. Sogna di scrivere un romanzo.

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