I luoghi che restano dentro

Tre generazioni di donne, tre paesaggi interiori legati all’Istria. A partire dalla storia familiare, l’articolo attraversa l’eredità dell’esodo giuliano-dalmata come trauma collettivo che si trasmette nel tempo. Una riflessione sul confine come ferita, sulla memoria come eco e sulla perdita di una terra che continua a vivere nel corpo e nella scrittura.

Pola, 3 Febbraio 1947. La città è ricoperta da una sottile coltre di neve. Le imposte delle case sono per la maggior parte sbarrate e per le strade si scorgono gruppi di persone intente a trasportare su piccoli carri valigie e masserizie di ogni genere. Si dirigono tutti verso il Molo Carbon, dove ad attenderli c’è la «grande nave nera», il piroscafo Toscana, giunto dalla penisola italiana per scortarli sull’altra sponda dell’Adriatico.

Antonia osserva la neve finissima caderle sul viso, sui vestiti e avvolgere tutto in una bolla ovattata quasi a fermare quell’istante, quell’immagine della sua città per sempre. Guarda le persone intorno a lei, sono tutti indaffarati a impacchettare, trascinare e recuperare le poche cose che vogliono portare con sé. Guarda poi la sua famiglia, guarda i suoi fratelli più piccoli, marciare silenziosamente vicino ai suoi genitori. Nessuno parla, c’è solo silenzio.

Sono quasi giunti a destinazione, quando Antonia si volta per un momento indietro e da lontano la vede. Vede l’Arena, quella osservatrice silenziosa eppur sempre presente, e pensa “Addio Pola mia. Ci rivedremo mai?”

Genova Sturla, 10 ottobre 1964. L’estate è quasi finita e dal mare soffia una fresca brezza quasi autunnale. Il sole è alto nel cielo ed è quasi ora di pranzo. La scuola elementare Ettore Vernazza si svuota e i bambini si affrettano per tornare a casa. Patrizia tiene strette con le mani le cinghie della cartella e percorre tutta la via per arrivare a casa pensando al tema che la maestra le aveva assegnato quella mattina: scrivere la storia della propria famiglia. Mette insieme idee, pensa e ripensa e ha già in mente cosa scrivere. Le manca però un piccolo fondamentale particolare. Arrivata a casa sua madre le apre la porta: “Picia ben ti xe arrivada presto. Ora corri fa presto lavite le mani che se xe pronto in tavola” la esorta sua mamma. Patrizia appoggia la cartella nell’atrio e corre in bagno a lavarsi le mani e poi corre in cucina e si siede a tavola senza fiatare. Sua madre allora capendo che qualcosa affligge la mente della bambina le chiede “Oh be, cosa xe el gato te ga magnado la lingua? Come xe andada a scuola ?”. Patrizia allora, senza sapere in fondo perché quella domanda la preoccupi più di tanto, ma sapendo che potrebbe non trovare una risposta precisa si fa coraggio e chiede a sua madre: “Mamma scusa ma da dove è che viene la nostra famiglia? Oggi la maestra ci ha assegnato un tema in cui dobbiamo scrivere la storia della nostra famiglia e non so cosa scrivere riguardo a questo. Siamo sempre vissuti a Genova?”. Antonia allora guarda sua figlia. Guarda quel faccino così perplesso e vorrebbe risponderle, raccontarle tutto, ma dalla sua bocca non esce niente. È pietrificata. Ritorna così a quell’attimo che sembra durare per sempre e infine non riesce che a dirle: “Veniamo dal Friuli, dal Friuli Venezia Giulia Patrizia, tu scrivi così.”.

Orsera, Istria, attuale Croazia. 15 aprile 2014. «Picia vien, guarda me par che dovria eser questa…» sussurra Jolanda cercando l’attenzione di sua nipote, mentre si ferma davanti a un piccolo edificio in pietra all’inizio di Orsera, un paesino dell’Istria occidentale che si inerpica su una collina a picco sul mare. Il sole primaverile rischiara la strada e illumina i ciottoli del palazzo. Jolanda lo osserva intensamente e, mentre il suo volto è pietrificato, con flebile voce, come per ricordalo se stessa, dichiara «Si, questa xe la casa dove stavimo». Si gira così verso la nipotina e le dice: «Questa Petra era la casa dove abitavamo».

La prima volta che sono stata in Istria nel 2016, ho provato una sensazione strana, come se quel luogo mi appartenesse e io appartenessi a lui. Mi ricordo che sin da piccolina amavo ascoltare i racconti dei miei nonni che parlavano di quei luoghi sconosciuti quasi da essere immaginari, che nessuno dei miei compagni di classe a Genova conosceva. Mi raccontavano di Pola, di Fiume, di Bosco Siana, del mare, di Orsera e di come erano buoni gli asparagi selvatici. Nel mio immaginario di bambina quei luoghi erano idealizzati in un paradiso fatto di sole, mare e allegria, o per lo meno, io lo percepivo come tale. Negli anni ho cominciato a fare sempre più domande e a chiedere come mai non abitassero più lì. La risposta era sempre molto vaga e sbrigativa. Solo con il tempo ho imparato che chiedere ad un esule istriano perché non vive più nella sua terra, comporta riaprire una ferita troppo dolorosa da poter spiegare a una bambina di soli 6 anni. 

 

Un’eredità invisibile

Nella trasmissione di una memoria, ciò che sopravvive non è solo il ricordo: è l’eco di un gesto, un silenzio, una casa non più esistente. Dopo la voce delle tre donne – mia nonna Antonia, mia madre Patrizia, e io stessa – resta da domandarsi cosa significhi abitare un paesaggio che non ci appartiene più, ma che continua a risuonare dentro di noi.

L’esodo giuliano-dalmata, che tra il 1943 e la fine degli anni Cinquanta spinse circa 300.000 persone a lasciare l’Istria, Fiume e la Dalmazia, non è solo una vicenda storica. È una migrazione della memoria, che si è propagata attraverso le generazioni. È un «trauma collettivo», nel senso indicato da Jeffrey C. Alexander: un evento che, una volta incorporato nel vissuto di una comunità, la modifica per sempre.

 

Il trauma che cambia forma

Secondo gli studi sulla trasmissione transgenerazionale del trauma (State of Mind, 2016), ciò che non può essere detto si trasmette comunque. Il non-detto si insinua nei gesti quotidiani, nei divieti inspiegabili, nelle paure ereditarie. Per chi è cresciuto in famiglie di esuli, come la mia, non c’è stato un racconto coerente, ma frammenti: una lingua spezzata, un dialetto evitato, un nome taciuto. Nel mio caso, il paesaggio dell’Istria è entrato sotto pelle senza che ci fossi mai stata: nei piatti cucinati, nei modi di dire in dialetto istriano, in quella malinconia che mia nonna cercava di nascondere dietro la durezza.

 

Paesaggi interiori

“I ricordi sospesi tra la nostalgia e il rimpianto” – ho scritto nella mia tesi di dottorato  qualche anno dopo – restano confinati in quello che ho definito il paesaggio della memoria. Quelle valigie piene di oggetti messi alla rinfusa erano anche contenitori di memorie nostalgiche che restituiscono a chi le rievoca sensazioni, sentimenti, sapori, colori e odori di un tempo perduto come ad esempio la suggestiva “Via Medolin”, tratteggiata dalle parole in dialetto istriano da Roberto Stanich nell’omonimo brano del libro L’imprinting dell’Istria: «Co’ iero picio mi stavo in Via Medolin a Pola. La Via Medolin la partiva del mercato ma quela che mi me ricordo de più la scominzava dopo el bivio con Via Ariosto. Passà ‘sto bivio, la strada la fazeva una curva e dopo la filava drita fina a Medolin. Lungo la strada iera dele casete basse, a uno o due piani massimo e sui marciapiedi cresseva dei pici albereti». Il viale cittadino con “dele casete basse” e dei “pici albereti” nel ricordo malinconico di Stanich sembra quasi la visione nostalgica della “strada fiorita di gioventù”, cantata dal cantautore Sergio Endrigo nel suo brano 1947 per ricordare la storia della sua famiglia, allontanatasi senza ritorno da Pola nel 1946.

 

Da migranti a esuli

Sebbene l’esodo sia partito dai territori dell’Alto Adriatico, ha interessato più contesti e realtà sociali, rendendo necessaria una prospettiva più ampia e una chiave di lettura che ne osservi la complessità e la multidimensionalità come fenomeno migratorio. Infatti, mentre la maggior parte si riversò nell’Italia del secondo dopoguerra, alcuni scelsero la via dell’emigrazione oltreoceano verso le Americhe, l’Australia e il Sud Africa. Mentre in Italia, la neonata Repubblica, già alle prese con la ricostruzione post-bellica, dovette affrontare l’integrazione di queste persone in una società segnata da difficoltà economiche e forti tensioni politiche e confrontandole con altre categorie assistenziali venute fuori dagli obblighi territoriali imposti dal Trattato di pace, a livello internazionale la loro storia si intrecciò con la storia dell’emigrazione degli anni Cinquanta inserendosi in altre narrazioni assistenziali e categorie.

Emigrare significava non solo abbandonare la propria terra, ma ridefinire la propria identità in un mondo che non ne riconosceva la storia. In questo contesto, il paesaggio si fa anche luogo politico e simbolico. Il confine non è solo una linea sulla carta, ma un segno nella psiche.

Fonti e riferimenti

    •  J.C Alexander., Migliorati L., Mori L., Trauma: la rappresentazione sociale del dolore, Meltemi, Milano 2018.
    • Erikson, K.T. Everything in Its Path: Destruction of Community in the Buffalo Creek Flood. Simon and Schuster, New York, 1976.
    • Roberto Stanich, “Via Medolin”, in L’imprinting dell’Istria, L’Arena di Pola 2010
    • Sergio Endrigo, 1947.
  • Maria Laura Mele, Le vie dei canti interrotti: effetti transgenerazionali del trauma negli australiani aborigeni, link: https://www.stateofmind.it/2016/06/effetti-transgenerazionali-trauma-australiani/
  • Petra Di Laghi, L’esodo giuliano-dalmata tra guerra e dopoguerra. Strategie, elaborazioni, memoria, tesi di Dottorato in Diritto comparato e Processi di integrazione, Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, 2024.

Petra Di Laghi ha conseguito il Dottorato in Storia contemporanea ed è studiosa dell’esodo giuliano-dalmata e dei fenomeni migratori nel secondo dopoguerra. Si occupa di memoria collettiva, identità diasporiche e narrazioni di confine, intrecciando ricerca accademica e scrittura personale. Scrive e insegna tra Genova e altri luoghi di passaggio, con lo sguardo rivolto ai margini e ai paesaggi interiori.

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