La pratica artistica si fa ricerca geografica

Dalla mappa del fiume al fiume stesso: i corsi d’acqua in Fabio Roncato, Shirazeh Houshiary e Margaret Cogswell.

Mappare, ovvero escludere il fiume

Il 12 novembre 1855, il geografo anarchico Élisée Reclus scrive a sua madre: “Nessuna ricostruzione, per bella che sia, può essere veritiera perché non può riprodurre la vita del paesaggio, la caduta dell’acqua, il tremolio delle foglie, il canto degli uccelli, il profumo dei fiori, le forme cangianti delle nubi: per conoscere è necessario vedere” (Reclus 2020, p. 10). Un’intuizione teorica – nel suo caso un’esigenza viscerale – che dovrà attendere più di un secolo per affermarsi, a diverse latitudini, nelle discipline geografiche. È infatti il 1985 quando in Italia il geografo Giuseppe Dematteis, con il volume Le metafore della terra. La geografia umana tra mito e scienza, riabilita definitivamente la categoria di metafora come essenza della ricerca geografica. La metafora, secondo l’autore, ha una doppia valenza. La prima evidenzia che la geografia, fin dalle sue origini, è sempre uno studio parziale, simbolico e soggettivo del territorio. La seconda implicazione, di rovescio, vuole valorizzare un ritorno all’uso della metafora per parlare dei territori. Seppur essa sia uno strumento particolare, la metafora, grazie al suo valore evocativo, sfida il freddo scientismo di matrice positivista tipico della geografia classica di quegli anni, favorendo immagini porose e aperte dei territori. Ogni paesaggio reale è infinitamente più ricco, più denso, più mutevole di qualsiasi modello che si cerchi di costruirne. Lo stesso vale per l’esperienza del luogo. Irriducibile a una rappresentazione matematica, anch’essa si nutre della corporeità, della percezione sensoriale, dell’affettività. La sfida della geografia a venire dovrà essere, a parere di Dematteis, il ritorno del poetico; altrimenti si farebbe meglio a dichiarare una volta per tutte l’effettiva inutilità della disciplina. “Non credo che oggi ci serva quella geografia che usa la metafora terrestre come mito per il dominio delle cose e degli uomini, facendo violenza alle une e agli altri, sempre più separandoli tra loro. Credo invece che ai più piacerebbe una geografia che usa la metafora come dolce inganno per fare incontrare tra loro i bisogni umani e le condizioni che la Terra ci offre, per avvicinare le parole alle cose, avviando un dialogo che si può dire poetico, nel senso realistico di poièsis”. (Dematteis 1985, p. 165).

Parallelamente a questo approccio, in ambito anglofono, nel 1987, John Brian Harley, il più autorevole studioso della storia della cartografia, inizia l’enorme lavoro di scrittura che lo porterà alla stesura dei sei volumi dal titolo The history of cartography, uno studio che continuerà oltre la sua morte, fino alla pubblicazione di Cartography in the Twentieth Century di Mark Monmonier (2015). Anche in questa sede, i paradigmi geografici classici vengono interrogati, svelando di volta in volta le implicazioni politiche, economiche e sociali della materia. La storia della cartografia e le vicende della geografia stessa non sono un racconto neutro, sono piuttosto una presa di posizione, un campo fatto di scelte e divisioni: la geografia è di parte, seleziona ed esclude. A ribadire la messa in discussione della neutralità di tali “scienze” è Danis Wood nel 1992 con il celebre libro – meno noto in Italia – The Power of Maps, dedicato proprio a John Brian Harley. Nell’introduzione, immediatamente si legge: “Ogni mappa mostra questo… ma non quello, e ogni mappa mostra ciò che mostra in questo modo… e non in un altro”. (Wood 1992, p.1) Il cartografo britannico, oggi artista e autore di numerose mappe realizzate secondo le più recenti forme di sperimentazione artistica, nel ribadire la parzialità del dispositivo cartografico, apre a innumerevoli possibilità interpretative e rappresentazionali. “Liberata dalla tirannia dell’occhio (la mappa non è mai stata una visione della realtà), la mappa può essere restituita alla mano (che la crea) alla mente simulata (che ragiona con essa) alla bocca (che parla con essa). Liberata dall’oggettività che la riduceva a un’osservazione, la mappa può essere restituita allo strumento del corpo nel suo complesso. Liberata dalla passività di essere una cosa da guardare, può diventare qualcosa che crei tu. La mappa potrà funzionare per te, per noi”. (Wood 1992, p.165). Ogni mappa è dunque di certo complice. Lo stesso vale per la geografia. Nondimeno, entrambe sono strumenti di massa: “In nessun ambito della vita le persone hanno mancato di usare il potere della mappa per connettersi con il mondo. Lo fanno avvocati e giornalisti, lo fanno ecologi ambientalisti e architetti, lo fanno attivisti comunitari e geografi. Sì, lo fanno anche i cartografi. Una legione di cartografi, sconcertante nella sua varietà: questo è il mondo delle mappe”. (Wood 1992, p.195) Se dagli anni Ottanta man mano si è estesa teoricamente quella che Franco Farinelli definirà “crisi della ragione cartografica” (Farinelli 2009), “nonostante agli occhi dei geografi critici e culturali la scienza cartografica abbia da tempo esaurito le proprie potenzialità, viviamo ancora in un mondo inondato, se non inebriato, da un diluvio di referenti cartografici”. (Lo Presti 2019, p. 15) Il nostro presente è il tempo della proliferazione di mappe, dell’onnipresenza dei dispositivi cartografici nelle vite personali. Google Maps, mappe mentali, cartografie di ogni sorta popolano il web, organizzano le giornate e ordinano gerarchicamente pensieri confusi o priorità da calendarizzare. Potrebbe allora apparire anomalo che di pari passo all’affermarsi della crisi del dispositivo cartografico sia aumentata la sua pervasività. Ma non è strano se si legge invece questa evidenza come una risposta all’esigenza di ordinare un mondo che man mano è diventato sempre più complesso, caotico ed esteso. Come ogni crisi, la “crisi della ragione cartografica” racchiude, nel fallimento e nella messa in discussione dell’oggetto in analisi, l’occasione del suo superamento. Secondo la geografa Laura Lo Presti, ad oggi il campo dell’estetica e della cultura visuale, nei suoi punti di intersezione con la ricerca artistica, si propone di superare la visione critica e nichilista della mappa, tipica del postmodernismo, per “ritrovare l’anima delle mappe”. (Lo Presti 2019, p. 230) Ma come si può ritrovare l’anima delle mappe? O meglio, che strumenti e che scelte si possono adottare per restituire l’anima dei luoghi? Per tentare alcune, e non assolutamente esaustive, risposte a queste domande racconteremo alcune storie. Tornando al fiume, a Reclus, da cui siamo partiti. Il fiume sarà l’espediente geografico investigato come sineddoche: le poetiche artistiche che seguiranno, danno voce al fiume e chissà che non siano efficaci per far affermare il luogo stesso, forse la sfida più grande a cui gli artisti (e la geografia?) ci chiamano.

Fabio Roncato, “Momentum, Adda”, 2022. Foto Daniele Marzorati;

Raccontare il fiume: l’artista geografo

Ci sono tanti modi per parlare di un fiume. Esso può essere un segno approssimativo sulla superficie bidimensionale della carta geografica, oppure un racconto, come nel caso della Storia di un ruscello di Reclus. Ma è possibile che il fiume parli di sé?

È il 2018, lungo il Brenta e l’Adda, l’artista Fabio Roncato sta guardando il corso d’acqua. Anche il fiume guarda l’artista in un particolare gioco di riflessi, di riflessione reciproca. Un essere umano e un elemento naturale: esseri vivi che incessantemente nascono e muoiono, si riversano in altro, l’un l’altro, trasformandosi nel corso dello spazio, guardandosi vicendevolmente per assaporare un po’ di pace e di libertà. Due soggetti, non un autore e una materia da plasmare, bensì due artisti – non si può di certo negare la capacità scultorea del fiume nei confronti delle rocce, della vegetazione o del paesaggio tutto. Nel ciclo Momentum, realizzato tra il 2018 e il 2022, Roncato compie un gesto minimo e potente: versa cera fusa nel fiume, affidando alla corrente il compito di modellarla e raffreddarla. È il fiume stesso a scolpire, a decidere le forme. Quelle tracce fragili, nate lungo le rive del Brenta e dell’Adda, vengono poi tradotte in alluminio, fissando nell’eterno ciò che è destinato a dissolversi. Così il fiume parla, non attraverso parole, ma con impronte, curve, cavità. Non è rappresentato: è presente. Le opere che ne nascono – esposte al Museo Nazionale della Montagna di Torino e a Platea Palazzo Galeano di Lodi – sono il risultato di un dialogo: tra natura e artista, tra tempo e materia, tra effimero e permanente. In Momentum, il fiume smette di essere solo oggetto: diventa autore, memoria, voce, mappa di se stesso.

Shirazeh Houshiary, (da sinistra a Destra), “The River is Within Us 1/A”, “The River is Within Us 6/A”, “The River is Within Us 10/A”, 2015;

Non accessorio ma accesso, il fiume si fa anche esperienza del sé. È il caso dell’opera The River is Within Us (2015) dell’artista iraniana Shirazeh Houshiary. Il ricordo delle forme sinuose dei corsi d’acqua continua a generare, fuori dall’ambiente fluviale, nello studio dell’artista. Attraverso macchinari che adottano il movimento dell’acqua e i suoi flussi come gesti pittorici, l’artista guida colori e parole a imprimersi sulle superfici di lino. Il termine “fiume” in ebraico, sanscrito, arabo, mandarino, latino si impasta con inchiostro e pigmenti. Sovrapposizioni fluenti dissolvono le parole e le campiture in un particolare rapporto di affermazione e negazione, “per avvicinare le parole alle cose” ha detto Dematteis. In questa visione, l’acqua non modella soltanto la materia, ma l’intimità e l’emotività dell’artista e dell’osservatore. Il fiume ci guarda e ci contiene. È ciò che ci smuove e ci unisce, al di là dei confini culturali e visivi. Così, mentre Roncato lascia che il corso d’acqua scolpisca la cera, Houshiary abbandona ad esso le parole: in entrambi i casi il fiume si fa voce. Ebbene, la traccia netta e muta del fiume, ridotto a semplice tratto nelle carine geografiche affisse alle pareti delle aule scolastiche, nelle opere di questi due artisti è pur sempre un’immagine parziale, tuttavia, a differenza dell’esposizione fredda a cui siamo abituati fin da bambini, il potere della scelta e della metafora non è nelle nostre mani, ma è il luogo stesso che si fa immagine.

Margaret Cogswell, “Wyoming River Fugues, August: Dry Embankment”, acquerelli e matite colorate su carta, 30x22cm.

Accade qualcosa di simile anche nelle opere di Margaret Cogswell che, da oltre vent’anni, lavora sulla relazione tra acqua, paesaggio e memoria culturale. Il suo progetto più emblematico, River Fugues, si sviluppa come una serie di installazioni multimediali site-specific realizzate tra il 2003 e il 2020 in diverse regioni del mondo, tra cui gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa. Ogni “fuga” è dedicata a un fiume specifico e costruita come una composizione musicale: più voci – video, suoni, interviste, oggetti, disegni – si intrecciano in uno sviluppo polifonico. Nei suoi lavori, Cogswell trasforma il fiume in soggetto narrante, non semplicemente oggetto da osservare, bensì agente sonoro interrogato. Il fiume-sibilla diventa protagonista di racconti stratificati che parlano di economia, ecologia, politica e mitologia. Non si tratta di una mera rappresentazione del corso d’acqua, ma di una sua esposizione viva, fatta di frammenti visivi e sonori che evocano la complessità di ogni territorio attraversato. Mississippi River Fugues (2003–2009), ad esempio, è una grande installazione che raccoglie voci di ingegneri idraulici, pescatori, attivisti e abitanti lungo il grande fiume americano, rivelando la dimensione storica e simbolica, tra sfruttamento e sacralità. In Wyoming River Fugues (2009–2011), Cogswell esplora il conflitto tra natura e industria estrattiva, facendo emergere la vulnerabilità dei bacini idrici nei territori minerari. Zhujiajiao River Poems (2013), invece, operata nella città d’acqua cinese vicino a Shanghai, confronta l’artista e il fiume, sottolineando lo spazio fluviale come spazio vissuto da spiritualità, commercio e trasformazione, integrando calligrafia, testimonianze orali e immagini d’archivio. Altra opera particolarmente suggestiva è Buffalo River Fugues (2006). In questa installazione realizzata a Buffalo (NY) l’artista combina oggetti industriali – cassette degli attrezzi, condotti metallici, una radio abbandonata – con il suono delle cascate del Niagara e con voci umane. Il tutto è una spirale sonora e visiva, in cui la memoria dell’acqua e l’archeologia industriale si fondono in un racconto malinconico ma vivo. Le candele d’emergenza che si accendono ciclicamente suggeriscono un ciclo di speranza e disillusione, trasformando il paesaggio fluviale in elegia e possibilità.

Non sono forse questi dei modi per “ritrovare l’anima delle mappe”? Lontane dalle metodologie delle scienze “dure”, le pratiche artistico-geografiche degli artisti menzionati – alcuni tra i tanti che lavorano sul tema del fiume – non sono affatto semplici lavori documentari. Esse piuttosto sono componimenti cartografici sensibili in cui il luogo stesso determina le modalità di trasposizione in immagine dei territori. Al crocevia tra ascolto e archiviazione, tra indagine poetica e coscienza ecologica, Fabio Roncato, Shirazeh Houshiary e Margaret Cogswell aggiungono alla ricerca geografica sui fiume una dimensione corale e musicale, dove il paesaggio acquatico diventa corpo, tempo, voce. Facendosi traccia e immagine di se stesso, il corso d’acqua stabilisce nuove mappe scultoree della propria storia. La mappa, per definizione, è una proiezione simbolica del mondo osservata secondo un particolare punto di vista: quello dell’autore della mappa stessa. Stavolta, in barba a millenni di storia della geografia, gli autori delle mappe dei fiumi sono i fiumi stessi. E gli artisti, d’altro canto, non possono che essere i mezzi, gli intermediari per aprire davanti ai nostri occhi nuove imago mundi, nuove idee di mondo.

Riferimenti Bibliografici

Dematteis G., Le metafore della terra. La geografia umana tra mito e scienza, Feltrinelli 1985;

Farinelli F., La crisi della ragione cartografica, Einaudi 2009;

Lo Presti L., Cartografie (in)esauste. Rappresentazioni, visualità, estetiche nella teoria critica delle cartografie contemporanee, Franco Angeli 2019;

Reclus É., Storia di un ruscello, elèuthera 2020;

Wood D., The Power of Maps, The Guilford Press 1992.

Irene Galuppo  è dottoranda in Visual Arts and Creative Practices presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, nel Dottorato di Interesse Nazionale (DIN) – AFAM, dove conduce una ricerca sul rapporto tra pratiche artistiche contemporanee e cartografia nel circuito mediterraneo tra gli anni Novanta e gli anni Dieci del Duemila. I suoi interessi di ricerca includono le forme di spazialità nell’arte italiana tra gli anni Sessanta e Settanta, la teoria della critica d’arte e il rapporto tra arte, politica e psicoanalisi nella lettura dello spazio pubblico. È stata borsista di ricerca in Economia presso l’Università di Napoli Parthenope e borsista presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici. È cultrice della materia in Teoria del museo e delle esposizioni contemporanee e in Teoria della critica d’arte presso l’Università degli Studi di Salerno. Scrive per riviste scientifiche e magazine di settore

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