La rappresentazione estetica di New York e di Los Angeles

New York e Los Angeles, East e West Coast, così differenti, a volte complementari, non sono solamente due grandi metropoli, ma rappresentano due veri e propri miti, frutto dell’immaginario americano. 

Immaginario che hanno contribuito molto a formare il cinema e la letteratura. Attraverso i film e i romanzi ambientati o con protagoniste queste due città, è infatti stato possibile collaborare fortemente alla costruzione del loro mito e al mantenimento stesso. Queste città possono incarnare dei miti già preesistenti nella società statunitense, o possono diventare esse stesse simboli e icone della società e della cultura americana. La rappresentazione artistica è infatti frutto dell’immaginario collettivo di questo Paese, e l’arte è prodotto ed espressione di tutti quei caratteri che possono essere i desideri, le passioni, i sogni, gli incubi della società in questione. 

Oltre agli eventi storici e ambientali, che hanno influito nella rappresentazione delle città, possiamo sostenere che ci sia anche quel nucleo profondo radicato nell’immaginario collettivo statunitense che faccia sì che la rappresentazione delle città si perpetui nel tempo in un determinato modo. 

In primis occorre però chiarire in cosa consiste il mito. Come esso opera, attraverso i rituali, che di volta in volta tendono ad alimentarlo, a tenerlo in vita, a farlo scomparire o mutare in qualcos’altro e in questo ci può aiutare“La fabbrica degli dei” dello psicologo sociale Serge Moscovici, dalle cui pagine si evince il bisogno della società di celebrare se stessa.

In tuttò ciò dà sicuramente un importante contributo il cinema. Questa arte cinema esprime il bisogno delle società di rappresentarsi, di celebrarsi, di criticarsi, di dare sfogo alle proprie paure, blocchi e speranze. Per Edgar Morin ne Il cinema o l’uomo immaginario, il cinema è un mezzo di produzione dell’immaginario collettivo e si può dire che più che riprodurre la realtà, faccia la realtà, facendo emergere strutture profonde della psiche collettiva. Il cinema è espressione dell’immaginario, in quanto le aspirazioni, i desideri e i loro negativi, le paure, modellano l’immagine per ordinare secondo la loro logica i sogni, i miti, le religioni. L’immaginario cristallizza e dispiega i bisogni umani in immagini e da qui per Morin si innesta un parallelismo tra il film e il sogno, le immagini sono dei messaggi latenti, come nei sogni immagini di desideri e timori.

Queste due città innanzitutto presentano sicuramente profonde differenze architettoniche e urbanistiche che le arti hanno rappresentato. Questi spazi, questi luoghi fisici, si sono strutturati nell’immaginario come icone di alcuni valori della società statunitense. 

Una differenza palese, da cui partire, è la verticalità e l’orizzontalità delle due città, che hanno un valore per niente trascurabile. La grandezza di spazio non concilia con la vita sociale a Los Angeles e la verticalità di New York, che trova la sua massima espressione nel grattacielo, rappresenta l’ideale di progresso, di raggiungimento di grandi obiettivi nella società americana che possono trovare realizzazione soprattutto in una grande città.

Lo possiamo vedere, per fornire un esempio, nel film Tassisti di notte, di Jim Jarmush, in cui i primi due episodi sono ambientati nelle due metropoli americane e in cui i taxisti compiono con i propri clienti due percorsi attraverso la città, in verticale e in orizzontale. 

La rappresentazione però è andata anche oltre il luogo, occupandosi anche della società e della quotidianità che riguarda questi luoghi.

Per analizzare l’immaginario relativo New York e Los Angeles bisogna dare molta importanza al quotidiano perché è fondamentale per capire la costruzione dei valori all’interno di una società, vedendone il contributo che le pratiche rituali danno alla formazione dei valori stessi. Attraverso la vita quotidiana si può vedere una differenza sostanziale tra New York, dove è molto fitta (basti pensare ai caffè, alle librerie e ad agli spazi nella Manhattan di Woody Allen o descritta da Truman Capote), e Los Angeles, dove invece risulta quasi assente e dove vengono in mente le lande desolate e inospitali con un’assenza totale di socialità, ad esempio di Vivere e morire a Los Angeles di William Fredkin o di Heat di Micheal Mann. In questa pellicola Los Angeles sembra una città senza passato, un assemblaggio di luoghi del delitto, un catalogo di architettura post-moderna a partire dall’iniziale sopraelevata di Venice Boulevard e i garage, gli alberghi, i colonnati, sono trasfigurati fino ad apparire come enormi templi contemporanei, dove si svolge una sfida epica, tra il male e il bene, tra il bandito e il poliziotto, De Niro e Al Pacino. 

Nei film di ambientazione losangelina si descrive la gente instupidita, nelle sue banalità e frustrazioni quotidiane, come in America oggi di Robert Altman, in cui si può scorgere una vita impoverita, arida, fatta di una routine insopportabile che non ha nessuna speranza di essere modificata: la stanchezza, le bugie, le incomprensioni, le violenze, la stanca ripetizione delle apparenze. A detta dello stesso regista era il posto migliore dove poteva essere descritto il vuoto e l’instupidimento della classe media americana: zone come Glendale, Watts, Compton, dove la gente non si conosce, non si confronta, non si arricchisce culturalmente dall’incontro o anche dallo scontro con l’altro, dove la gente è o sembra essere di passaggio.

Ancora di più è emblematico a proposito, il confronto che lo scrittore Jack Keruoac offre nel romanzo Sulla strada: Los Angeles è la più deprimente e brutale città d’America: New York è fredda da morire nell’inverno, ma in alcune strade c’è in fondo un senso di rude cameratismo. Los Angeles è una giungla”.

Si evincono quindi in questi e in tantissimi altri riferimenti alla produzione cinematografica e letteraria delle due città, due immaginari diversi, uno che richiama maggiormente alla solidarietà, all’armonia, New York, e uno più succube della modernità e delle sue capacità distruttive, Los Angeles.

Questa differenza appare marcata prendendo anche in considerazione la paura e l’immaginario catastrofico di New York e della città californiana. Le due metropoli sono causa di paure, dovute all’esperienza del diverso, alla criminalità che si sviluppa all’interno di questi centri. Paura che deriva anche dai luoghi fisici, da questo mostro di cemento che irrompe nel paesaggio. Ma le due città, proprio per la figura emblematica che queste hanno, sono oggetto di timore da parte di chi teme un attentato o una catastrofe, distruggendo tutto il potere e il progresso raggiunto dalla società americana. Nell’immaginario catastrofico, è molto importante vedere come la distruzione delle due città rappresenti qualcosa di diverso nei due casi: in uno è vista come una tragedia per tutta l’America e il mondo occidentale, nell’altro, come una liberazione e una giusta punizione. E tutto ciò è fortemente emblematico dell’immagine diversa, in positivo o negativo, che l’arte ha creato delle due città. 

Quindi queste città si immaginano, assumendo una determinata identità, che di volta in volta le rappresentazioni artistiche tenderanno a riaffermare o a sconfessare. Questi aspetti particolari che risiedono nell’immaginazione delle città possono essere i simboli, come quelli architettonici e urbanistici delle città, che sono i paradigmi del massimo grado di sviluppo sia economico che tecnologico raggiunto dalla società americana, possono essere la paura e la catastrofe, che nelle città assume un aspetto molto particolare. Lo scrittore Italo Calvino vedeva la città come proiezione dei desideri e delle paure dell’uomo contemporaneo, in queste città, la caoticità e la violenza crea nuove forme di paura prima sconosciute alla società americana, o trasferisce degli incubi da sempre radicati nella cultura americana in altre fonti di paura.

Raffaele Putortì è nato a Reggio Calabria e vive a Bruxelles. 
Laureato a Bologna in Scienze della Comunicazione, ha conseguito un Master universitario in Scritture per il cinema: sceneggiatura e critica al DAMS di Gorizia.
Giornalista pubblicista dal 2012, ha partecipato a diversi concorsi di sceneggiatura, vincendo, tra gli altri, il Pescara Corto Script 2011 con “Robertino”, scritto con Luca Chinaglia e il Concorso per sceneggiature Cinema e Letteratura Mauro Bolognini 2012 con “Ho visto una luce”, scritto con Luca Chinaglia.
È stato finalista in diversi concorsi e festival di narrativa e sceneggiatura tra i quali, il Firenze Film Corti Festival (2019), con la sceneggiatura “Il prezzo”.

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