Le fabbriche, le geografie degli invisibili

“Non appena metti piede lì, la fabbrica è ovunque. Ti mangia il quotidiano. Mi ricorda il modo in cui i minatori si riferivano alla miniera, dicendo che era un “mangiatore di uomini”. La fabbrica è lo stesso. Gli uomini e le donne che ci lavorano pensano solo a questo: l’ora in cui ti sveglierai, l’ora della pausa, il prossimo arrivo. È una lotta perpetua contro il tempo”.

Joseph Ponthus

La poesia è un parlare al mondo, è un’espressione autentica dell’io. La poesia ci consente di raccontare le storie della working class in modo diretto e questo, per fortuna, sta accadendo.
Le fabbriche, ma anche i campi, le cucine, le case degli altri: le geografie degli invisibili vengono raccontate finalmente da chi le abita e da chi in quei perimetri vi lavora. Le storie vengono raccontate da chi ha fatto esperienza diretta col corpo. Una classe sociale (perché si deve parlare ancora di classi ndr) che prende la parola e finalmente scrive. Per poesia intendo scrittura contemporanea, quella forma senza liriche e figure retoriche, una scrittura che è analisi del reale e che denuncia. La poesia coi versi immediati (non c’è molto tempo per scrivere tra una pausa e l’altra), con parole che corrispondano a vita attiva e vissuta. Dobbiamo riflettere e scrivere sugli effetti che il lavoro precario produce sul pensiero e sul nostro corpo, dobbiamo denunciare anche (con la poesia) gli incidenti sul lavoro, dobbiamo rendere visibili le persone che non esistono per INPS e INAIL, dobbiamo scrivere delle nuove povertà.

Moltə poetə raccontano finalmente quello che accade nei luoghi degli invisibili, la parola rende visibile la geografia della working class (lavoratori e lavoratrici a basso reddito, a nero, a contratto a termine, vittime di incidenti sul lavoro) ed è necessario farlo in prima persona perché la rivoluzione non accetta deleghe. È finito il tempo della cosiddetta fiction, questo è il tempo della poesia operaia perché scrivendo le geografie invisibili diventano finalmente visibili. E allora vi propongo, qui di seguito, un piccolo e non esaustivo viaggio nei luoghi della working class che scrive.

Voglio cominciare dagli spazi della Renault della filosofa Simone Weil che nel 1934 fece una scelta radicale. Lasciare la famiglia e la vita agiata per fare l’esperienza della fabbrica sotto falsa identità. Nel suo Diario di fabbrica racconta la scelta fatta per capire la condizione degli operai nel settore della produzione di automobili. Voleva viverla col corpo, comprenderla grazie alle bruciature sulle dita, i dolori alle gambe, i mal di testa improvvisi. Lo sfinimento finisce col farmi dimenticare le vere ragioni della mia permanenza in fabbrica, rende quasi invincibile la più forte fra le tentazioni che comporta questo genere di vita: quella di non pensar più, unico mezzo per non soffrirne. Solo il sabato pomeriggio e la domenica mi tornano dei ricordi, dei lembi di idee, e mi ricordo che sono anche un essere pensante”. La scrittura del diario come strumento di osservazione della realtà diventa denuncia quando la filosofa: “la spinta al massimo del rendimento porta all’isolamento, alla concorrenza che manda in frantumi la solidarietà fra gli operai e al decadimento morale, in un’assuefazione alla monotonia del lavoro senza pari”.  La fabbrica così diventa fabbrica disumanizzante, problemi alle macchine o della sua incapacità nel terminare in tempo i pezzi richiesti, dove volano nelle aree di produzione i rimproveri dei capireparto, i litigi tra operai, i lamenti silenziosi per la sofferenza fisica e psicologica. La sua riflessione sull’esperienza che fu costretta ad abbandonare per problemi di salute le fa formulare la sua massima: “ciò che salva è lo sguardo”.

Anche in Italia una poeta si è occupata delle stesse tematiche. Nella Nobili (1926/1985), forse è stata la prima a parlarne nel nostro Paese.  La sua opera è ancora oggi poco nota, se ne parla grazie al lavoro di ricerca di Maria Grazia Calandrone che ha curato il volume: Ho camminato nel mondo con l’anima aperta, Solferino. La Nobili visse con lo stigma di “poetessa operaia”, appellativo che Maria Bellonci le aveva attribuito. Questa volta siamo in una vetreria coi suoi forni perché Nobili è soffiatrice di vetro in una fabbrica già a 12 anni. E descrive tutto di quel luogo infernale: il rumore incessante e meccanico, il fuoco che bruciava tutto, i corpi sfatti e i canti delle operaie. “All’ingresso della fabbrica volevo tornare / Indietro. Troppo tardi. / Era già / Troppo tardi”. Il lavoro era massacrante “Legge qualche pagina e sogna / Fra mezzogiorno e le due / Aggrappa quei pensieri a quei sogni / Per il resto del giorno”.

Una poeta contemporanea, Nadia Agustoni, poeta bergamasca, invece sta portando avanti il progetto di convertire in parola tutto ciò che è escluso. Il luoghi del lavoro sono paesaggi del silenzio e la poeta invece vuole ridare dignità di parola. Raccontare, raccontarli.  Nel volume La casa è nera, Vydia editore, si propone un progetto ambizioso, quello di disegnare una topologia poetica che denuncia la inabitabilità dei luoghi e delle abitazioni costruite dal potere e della guerra. Queste vittime del potere, del capitalismo trovano “alloggio esterno” in una sorta apertura nell’ambiente aperto. “Nella terra non arata / l’asse di legno a chiudere la casa / ricorda il mancare dei vivi / i lavandini bianchi”. E ancora scrive: “con la fatica dei pedali vanno / come un mondo / niente sfigura le strade /e pensano panchine porti”.

Joseph Ponthus, scomparso prematuramente nel 2021, aveva studiato letteratura a Reims e poi svolto lavori sociali a Nancy e nella periferia di Parigi. Ma in Bretagna lavora e racconta un perimetro questa volta fatto di cadaveri e sangue (quello dell’industria ittica e del mattatoio). Col suo libro Alla Linea edito da Bompiani, ci riporta dentro luoghi degli invisibili, che non sono le/i lavoratrici/lavoratori ma anche gli animali macellati, torturati, uccisi per l’agroalimentare. (“I vitelli non mi guardano più con i loro occhi morti e freddi”). Ponthus, oltre a lavorare sul tema del lavoro ha inventato una nuova forma di narrazione: il romanzo poesia. L’autore per sopravvivere a questi spazi di morte applica una sorta di disincarnazione. Lavora e il bisogno di scrivere gli si conficca come una lisca in gola, allora non pensa più al lavoro e scrive nella testa. “Non appena metti piede lì, la fabbrica è ovunque. Ti mangia il quotidiano. Mi ricorda il modo in cui i minatori si riferivano alla miniera, dicendo che era un mangiatore di uomini. La fabbrica è lo stesso. Gli uomini e le donne che ci lavorano pensano solo a questo: l’ora in cui ti sveglierai, l’ora della pausa, il prossimo arrivo. È una lotta perpetua contro il tempo”. Nella fabbrica alla geografia dell’esclusione si aggiunge il furto del tempo. Dopo un poi che sei dentro ti vengono assegnate missioni più lunghe. A Ponthus il primo giorno di lavoro era stata assegnata la mansione di spalare tonnellate di frutti di mare per cucinarli e già al terzo aveva chiesto: “Non sarebbe più facile con una macchina?” La risposta del capo era stata: “Assumere lavoratori temporanei costa meno. Se domani non ci sarai, niente di più semplice che trovare qualcun altro”. E così i luoghi degli invisibili diventano i luoghi dei sostituibili. Questo dovevamo aspettarcelo dal capitalismo e dal neoliberismo. Siamo definiti in base alla mansione e alla postazione di lavoro quindi siamo sostituibili, la concorrenza è spietata.

Questo porta alla conclusione che non è più possibile alcuna forma di lotta collettiva. I perimetri si chiudono, le persone devono produrre e non possono parlare, devono fare presto e tornare a casa. Che il più delle volte è a decine di chilometri di distanza. Non c’è posto e non c’è tempo per socializzare. È il trionfo del capitalismo. Lo sanno bene i poeti cinesi che invece sono costretti a trasferirsi nelle metropoli per lavorare senza nemmeno il diritto a essere cittadini dei luoghi che abitano. Lavorano tutto il giorno nelle multinazionali che producono componenti elettrici ed elettronici come PlayStation, gli iPhone, gli iPad, i lettori Kindle e la consolle Nintendo 3DS. come Nei luoghi e nelle vite raccontate dal poeta Xu Lizhi, dopo la fabbrica c’è il dormitorio e dopo il dormitorio c’è la fabbrica. Il luogo ingloba, assorbe, mangia, digerisce, vomita operai. “carne saltata in padella con sedano / carne saltata in padella con carote / carne saltata in padella con germogli di soia / carne saltata in padella con fagioli di soia / carne saltata in padella con fagioli di tamarindo / carne saltata in padella con Xu Lizhi. I luoghi degli invisibili sono i luoghi del loro sfruttamento: potremmo, forse, anche scegliere di non guardare ma, d’ora in poi, non potremo più far finta di non sapere.

Bibliografia

Simone Weil, Diari di fabbrica, A cura di Maria Concetta Sala. Prefazione di Giancarlo Gaeta, Marietti 1820
Nella Nobili, Ho camminato nel mondo con l’anima aperta, a cura di Maria Grazia Calandrone, Solferino
Nadia Agustoni, La casa è nera, Vydia editore
Joseph Ponthus, Alla Linea, Bompiani
Lizhi Xu e A. Lavecchia, Mangime per le macchine, Edizioni Istituto Onorato Damen

Simona Cleopazzo è laureata in Filosofia. Dal 1996 organizza laboratori di scrittura nelle Case Circondariali di Bologna e Lecce, nelle associazioni, nelle istituzioni pubbliche, negli Istituti Scolastici. Ha pubblicato: Instant book Bikaloro, la scelta  consapevole per la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ’08, Romanzo Tre noci moscate, Lupo ’12, Romanzo Irene e Frida, Musicaos ’16, Poesie 150 appunti, Collettiva ’18, Romanzo Questi giorni, Sensibili alle Foglie ’20, Prosa Movimenti terra, Collettiva ’24.  Ha fondato Collettiva edizioni indipendente e ne co-cura la collana di poesia Prose Minime, lavora come bibliotecaria presso la Biblioteca comunale Ogni Bene di Lecce, ha ideato e cura Alice e le altre Festival di scrittrici, poete, registe.

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