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- 03. PAESAGGI
Lo spazio del lavoro
- Letizia Dabramo
Tra ruderi, riqualifica e macerie digitali: il lavoro cambia e, con esso, anche lo spazio fisico che occupa.
Ogni lavoro occupa uno spazio, o almeno, così si è stati abituati a pensare. E ogni luogo di lavoro porta con sé riti, miti, glossari: tecnicismi che vanno a incunearsi negli angoli più nascosti per attribuire nomi e funzioni a componenti piccole, piccolissime e a esseri umani a volte altrettanto invisibili. Insomma: a uno spazio di lavoro corrisponde una terminologia e, insieme, il riconoscimento di quello spazio come il luogo di un’azione. Un’azione che – e non è né marginale né incidentale – produce reddito, permette di vivere, essere parte attiva e produttiva della società. Ma, in piena quarta rivoluzione industriale, questa visione, diretta emanazione del XX secolo, regge ancora?
Prima del sé(lf)
Il digitale sta assottigliando sempre di più le cose che ci portiamo dietro: i supporti fisici sono sempre meno (riportati, al massimo, in vita dall’entusiasmo vintage) e molte cose, dalla burocrazia all’intrattenimento, sono smaterializzate. Dunque, sarebbe ingenuo pensare che lo stesso principio non valga anche per i luoghi. L’obsolescenza degli oggetti ha spazzato via anche molte figure professionali a essi riconducibili: dal tessile all’agroalimentare, dal manifatturiero passando per quel (proto)tecnologico che, a guardarlo oggi, fa quasi tenerezza. Luoghi dismessi che fungono, oggi, da segnaposto lavorativo. Ci sono le postazioni che richiedevano la presenza di una figura preposta, poi evolute in “postazioni self”: il casello autostradale, il distributore di carburante, la guardiola del portiere. Oppure quei luoghi, di svago e intrattenimento, inesorabilmente decaduti: ridotti drasticamente nel numero, come le discoteche, o totalmente superati dall’avvento di nuove tecnologie e abitudini, come le videoteche.
Ripensare gli spazi
La dismissione dei luoghi è la pratica, molto poco ecologica, che segna il cambio di passo, che indica che un nuovo zeitgeist sobbolle. La conseguente riconversione è auspicio, invocazione di futuro, reindirizzamento a una nuova funzione. Le masserie diroccate erano lì a indicare (fino a qualche tempo fa, almeno, prima di diventare resort di lusso) che la civiltà rurale era stata soppiantata dalla produzione industriale. Poi, sono arrivate le carcasse industriali a segnare una linea di demarcazione ben definita con il passato. I progetti di riqualifica hanno, in molti casi, sollecitato la parte più culturale e fantasiosa, cercando di trovare destinazioni d’uso antitetiche rispetto alle funzioni primarie: ci si è impegnati nel processo di conversione in poli museali o incubatori creativi, nell’intento di trasformare l’edificio e ripopolare il suo interno di valori nuovi, idee fresche.
Rovine e macerie
Ma dall’archeologia industriale sembra si sia transitati verso un’archeologia del consumo: l’illusoria riabilitazione in multisala, sale slot, supermercati fa da contraltare all’esplorazione urbana che sublima il fascino di aggirarsi tra macerie (architettoniche ma non solo): cimiteri dell’intrattenimento notturno e luoghi di passaggio diventano mete urbex. Sono molti i progetti fotografici che seguono il declino e le sorti di questi posti, raccontandone il progressivo deterioramento e, solo occasionalmente, la riqualifica. Perché il paradosso è proprio questo: spesso, la nuova destinazione d’uso di questi luoghi abbandonati è esattamente quella di luoghi abbandonati. Mete più o meno ambite dagli appassionati di quell’esplorazione urbana che restituisce il tracollo (o forse sarebbe il caso di dire tra-crollo?) dell’urbanistica e del lavoro nella tarda società dei consumi. E, forse, è l’epilogo più meritato.
Privarsi del privato
Il contemporaneo che abitiamo è dimensione sempre meno spaziale: il mondo del lavoro oggi, nei suoi riverberi, è capillarmente presente, ma non circostante. L’universo-lavoro in essere è sempre più ancorato alle parole e meno ai luoghi. Si fa (giustamente) ironia sull’inappropriatezza di espressioni come smart working, sulle definizioni di ruoli professionali sempre più impalpabili, in quella terra di mezzo tra l’inglese e il milanese. Nella fatica dell’abbandono delle sicurezze che impongono i cambiamenti, forse all’umanità non era mai successo, se non in contesti bellici, di dover lasciare luoghi per non edificarne di nuovi. There’s no room si dice in inglese per indicare che non c’è spazio, e anche una traduzione letterale, in questo caso, rende perfettamente l’idea. Perché gli scenari smart si innestano su luoghi già esistenti e legati a un immaginario spesso intimo, proponendo un’operazione rischiosa di riscrittura semantica.
Casa, dolce casa!
Si sta trasformando la casa, adattando a esigenze lavorative gli spazi (sempre più esigui) di convivialità e relax; si stanno trasformando i luoghi di villeggiatura per plasmarsi alle esigenze del nomadismo digitale (additato come nuova forma di colonialismo) e i remoti paesini meridionali, per adattarsi all’evocativo South working. E gli strumenti digitali, a modo loro, sopperiscono all’assenza di fisicità, fino ad arrivare a scene paradossali, come l’impostazione di uno sfondo caraibico durante una call. Non si tratta solo di travalicare i poli lavorativi dei luoghi del Novecento: significa accettare un parallelismo tra un simbolo potente come la fabbrica e uno – non meno eloquente – come il soggiorno di casa propria eletto a luogo di lavoro, facendo i conti con l’erosione della sacralità della dimensione privata.
Chissà se, allo stato attuale delle cose, si è disposti ad affrontare l’abbandono del luogo di lavoro come una semplice trasformazione della filiera produttiva riconoscendo dignità e valore a un lavoro che non occupa uno spazio fisico e si inerpica in meta-azioni compiute nell’etere. Insomma, è legittimo chiedersi se, anziché nonluoghi, si stia assistendo alla nascita di posti ibridi, svuotati della loro corporeità e della loro funzione. A fare da testimoni quando le professioni di oggi si saranno estinte, probabilmente ci saranno pochissimi luoghi specifici, se non quelli della vita privata. E saranno una presenza fantasmatica costante e ingombrante, se si pensa che l’invisibilità dei luoghi, forse, porterà con sé anche l’invisibilità di risorse e sforzi. In altre parole, non ci sarà nessun palazzone grigio a ricordarci dove (non) abbiamo passato tutto il tempo che ci ha separato dalla pensione. Ma del resto, è facile interrompere il circolo vizioso: tanto, non ci sarà nemmeno una pensione.
Letizia Dabramo è di origini pugliesi, ma vive e lavora a Roma come professionista freelance nella comunicazione e nel giornalismo. Negli anni ha avuto la possibilità di esplorare e scrivere di molteplici ambiti: dall’arte ai nuovi linguaggi, passando per l’enogastronomia, le tematiche ambientali, la moda e la politica.
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