Pratiche di cura nei territori rurali beneventani

La cooperazione sui Monti del Matese e nel Fortore Beneventano

Il territorio beneventano è quell’area della Campania un po’ silenziosa che nei mesi più caldi si tinge di giallo e verde e in inverno di grigio e bianco. È una geografia complessa estesa per circa 2.080 km, conosciuta per il popolo sannita e per la battaglia delle forche caudine, di cui oggi se ne va tanto fieri. Ma non solo, è conosciuta per la Via Appia, per la sua storia vescovile, per la gastronomia, le sagre e i cosiddetti Borghi. È un territorio prevalentemente rurale che, a causa della sua morfologia, ha portato i diversi paesi alla marginalizzazione e alla costruzione di pochi centri metropolitani. Forse solo Benevento è una città, il resto è composto da piccoli centri: 78 comuni, di cui quasi la metà è stata inserita nel programma SNAI. Ci troviamo nelle cosiddette aree interne al confine con Puglia e Molise. Generalmente la sua ampiezza territoriale viene divisa in Area del Fortore, Area Tammaro Titerno, Area del Taburno e la Valle Caudina, ogni area presenta caratteristiche diverse. Già nel 1974 Luigi Ruscello, in Benevento Provincia interna, descriveva una situazione economica lenta e un evidente spopolamento, allora concentrato soprattutto nelle aree montane. Oggi questo fenomeno interessa l’intero territorio, comprese le aree collinari; paesi come Dugenta, Telese Terme e Limatola presentano un’estetica urbana e un’edilizia moderna asettica, diversa dai paesi medievali arroccati, un esempio di territori di passaggio e funzionali secondo la visione progressista del periodo post-bellico. Anche questi centri sono in forte calo demografico per il loro ambiente addormentato. Ci ritroviamo in un territorio oggettivamente affascinante e con una potenzialità invidiabile. La geografia degli scarti del tardo capitalismo che ora si cerca di “rivalorizzare” attraverso reportage turistificanti e progetti non duraturi ma produttori di macerie. 

Questo saggio, accompagnato da una documentazione fotografica, si concentra su due estremi del territorio beneventano: Pietraroja e San Bartolomeo in Galdo, due luoghi di confine appartenenti rispettivamente all’Alto Tammaro e all’Alto Fortore. Entrambi sono stati attraversati da un progetto artistico partecipativo intitolato L’Arte come riscatto sociale nei piccoli Comuni, da me fondato nel 2024. Il progetto, indipendente e no profit, non si pone come affermazione ma come punto di domanda. Nasce da un posizionamento autobiografico e dalla necessità di un osservatorio di ripensamento di questi luoghi. È una ricerca artistica, uno studio dei luoghi attraverso la pratica. 

Nel 2024, dopo un periodo di studi in Turchia, il ritorno a Napoli mi ha rivelato un’assenza. Sentivo un’incompletezza che mi ha spinta verso una riscoperta: quella del mio territorio, Benevento. Sono nata e cresciuta in una piccola frazione rurale, alle pendici del Monte Taburno. Un luogo liminare che se vuoi vederlo devi raggiungerlo per forza, oppure è di passaggio ma non lo noti, perché è campagna e secondo l’idea comune non c’è niente. La frazione, nelle aree rurali, è un luogo periferico, decentralizzato, a pochi chilometri dal comune principale. Molto spesso marginalizzato e a volte, non ha accesso all’illuminazione pubblica, alle strade asfaltate e ai trasporti. Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi vivere in un’area marginale, cosa voglia dire essere bambini in questo contesto, cosa significhi diventare adolescenti in queste terre e cosa comporti andare in una grande città per studiare e concretizzare i propri obiettivi. Ma ho deciso di imparare anche cosa significa ritornare in un luogo lento in un periodo veloce e senza sosta. Il mio background, influenzato dalla ruralità del mio territorio, mi ha portata così ad analizzare, attraverso le pratiche artistiche partecipative, le piccole realtà periferiche del Sud Italia, con un particolare focus sull’area beneventana. 

Laboratorio Ricamo. Pietraroja, Ph. Maddalena Tartaro, 2024
Nicola, pastore di Pietraroja, ph. Maddalena Tartaro, 2024
Laboratorio ricamo, Pietraroja,2024

Il 12 agosto 2024 ha avuto inizio, a Pietraroja, la prima fase del progetto L’Arte come riscatto sociale nei piccoli Comuni. Pietraroja è un piccolo comune sorto sui monti del Matese a un’altitudine di circa 818 metri slm, un paesaggio roccioso, alto, caratterizzato da un’atmosfera dolce, solitaria e affettuosa. Questa parte alta del territorio beneventano si inserisce nell’area del Tammaro Titerno, in cui il Monte Mutria diventa confine, delineando la soglia visiva tra Campania e Molise. Il paesaggio montano, attraversato da mandriani e pascoli di mucche, pastori, pecore e i leoni delle montagne: i cani pastore, in inverno si tinge di bianco con delle spolverate di neve e si svuota, perché gli animali rientrano nelle stalle, mentre in estate tutto si colora di verde, le rocce si specchiano al sole e i pastori ritornano a fischiare alle loro pecore per dirigerle. Pietraroja, dopo uno studio approfondito dei diversi paesi della provincia, insieme a vari sopralluoghi, ha catturato la mia attenzione. Il progetto nasce con l’intenzione di studiare i territori attraverso un’osservazione partecipante, uno studio che coinvolge gli abitanti nella ricostruzione della memoria dei luoghi. Parte da un presupposto diffuso secondo cui nelle aree interne, e quindi nei territori rurali e marginali, si pensa spesso che non ci sia più nulla, come se fossero luoghi già morti anche se forse c’è la necessità, per chi rimane o vuole ritornare, di iniziare ad immaginare futuri possibili. A Pietraroja è successo qualcosa di magico, momenti di forte cooperazione e co-creazione in cui insieme, forse anche in modo inconsapevole e casuale, abbiamo abitato il territorio in una chiave nuova e semplice. Si è sviluppata una documentazione partecipata del territorio attraverso giornate trascorse insieme. Un lavoro basato sull’incontro e sul dialogo ha fatto sì che la ricerca sul territorio diventasse un lavoro collettivo, fatto da molteplici sguardi. Le giornate con i pastori hanno completamente stravolto la mia percezione del territorio. Nicola, scherzosamente chiamato “il piccolo”, un pastore della contrada Mastramici Sotto, incontrato per caso durante una giornata di esplorazione della contrada, mi ha accolta nella sua fattoria composta da circa 600 pecore e orgogliosamente mi ha portata in giro, con la sua Suzuki Vitara, sulle tracce del suo passato. Eravamo sui monti alti di Pietraroja, sul confine con Cerreto Sannita e Morcone (area ormai eolica). Con grande soddisfazione, Nicola mi indicava i luoghi di Cippunete (una cima di montagna) dove ha trascorso metà della sua vita con le pecore, una vita che racconta con nostalgia poiché, a causa dell’abbondante burocrazia, non riesce più ad andare al pascolo. Giornate come queste con gli allevatori, tra discorsi sul declino e quasi scomparsa di questi mestieri agricoli e la vendita del latte economicamente poco vantaggiosa, mi hanno fatto capire quanto sia politica la scelta di consumare prodotti artigianali. È una forma di resistenza contro un mondo che si dimentica di queste piccole ma importanti comunità che si autosostengono, ma che rischiano di scomparire a causa di una forte industrializzazione della filiera alimentare. Contemporaneamente a questo lavoro di documentazione, con gli abitanti abbiamo sperimentato un laboratorio creativo in cui abbiamo lavorato alla creazione di un’installazione site specific: una bandiera bianca ricamata a mano.  Il 19 agosto, davanti alla chiesa dell’Assunta, ho incontrato le donne del paese che solitamente frequentano la messa del pomeriggio. Ho cercato di raccontargli il motivo per cui ero lì e l’intenzione di lavorare insieme alla creazione di un’opera d’arte e, tra l’iniziale imbarazzo e lo scetticismo, con il tempo ho visto consolidarsi il gruppo. Il matriarcato del paese era lì in piazza, ogni pomeriggio di agosto dopo il rosario, per lavorare insieme e con l’obiettivo di vedere finita la grande bandiera, issata poi l’8 settembre a Costa Sant’Anna. Il fatto che noi, per realizzare l’opera, abbiamo “occupato” uno spazio pubblico – la piazza davanti alla chiesa dell’Assunta – ha permesso che quest’azione ingenua attuasse situazioni importanti, per noi e per gli altri. Il fatto che non abbiamo lavorato in una struttura da raggiungere necessariamente, ma in uno spazio aperto, ha dato a tutti l’occasione di inciampare in un laboratorio basato sul senso di fare comunità attraverso pratiche semplici, abitando un luogo, generalmente attraversato per sola necessità, con pratiche di cooperazione. 

Laboratorio perline, San Bartolomeo in Galdo, Ph. Francesca Del Re, 2025
Laboratorio perline, San Bartolomeo in Galdo, Ph. Francesca Del Re, 2025-
Disegni geografici, foto dal progetto, San Bartolomeo in Galdo, 2025

Il 2 luglio 2025 il progetto si è spostato nella zona del Fortore beneventano, a San Bartolomeo in Galdo. Questo comune molto esteso si divide in due aree: l’area del centro storico e l’area del nuovo centro, con un’ulteriore area industriale. Come Pietraroja, durante tutto l’anno il paese rimane fermo con la metà della popolazione, mentre ad agosto c’è il rientro dei migranti e la festa di paese. Questa volta non ero sola, poiché il progetto si è svolto nell’ambito del progetto Mercati Culturali, con la residenza RiEmergere, ospitata ed accompagnata daə ragazzə di Arci Sbig – Circolo Ruaviva e ArcheoSbig. Gli abitanti di San Bartolomeo si identificano come terra di confine, un po’ marginalizzata dai centri. Il comune fa parte della provincia di Benevento ma dista 1h e 6 min dal capoluogo, 51 min da Campobasso e 46 min da Foggia; in molti, infatti, sono nati in Puglia. Sorge a un’altitudine di 597 metri slm ed è circondato da un paesaggio i cui campi di grano, in estate, formano disegni geografici di color oro. Il centro storico sembra si sia fermato nel tempo, con alcune case ormai diventate ruderi; da ogni angolo del paese si vede il paesaggio circostante, da ogni Supportico del centro antico si osserva la vallata del Fortore, un’area collinare e montuosa caratterizzata da formazioni argillose, così chiamata dal fiume Fortore che la attraversa. Il territorio di San Bartolomeo è una macchia vergine in mezzo ad un paesaggio alterato dalla presenza di innumerevoli pale eoliche, dal 1999 il comune si dichiarò Città contro l’eolico. Qui c’è un gruppo di giovani, fondatori del circolo RUAVIVA, che hanno capito quanto sia importante cercare di ricostruire il senso di appartenenza in un paese che un tempo era il cuore pulsante della valle ma che oggi è marginalizzato anche per il fatto di non essere stato collegato alla Fortorina (strada statale), nonostante il progetto prevedesse l’inclusione del comune. Le carenze infrastrutturali rappresentano un altro fattore critico. La provincia di Benevento ha una rete caotica di strade secondarie, molto spesso malandate, che rappresenta l’unico mezzo di collegamento viario tra i vari comuni situati nei punti più alti dei rilievi. Il Fortore campano, anche a causa delle difficoltà nei collegamenti stradali, oltre alla sua geografia complessa, tende a fare riferimento per le principali funzionalità terziarie ai comuni capoluogo del Molise e della Puglia piuttosto che a Benevento. Questo contribuisce ad acuire fenomeni di pendolarismo e polarizzazione verso capoluoghi esterni anziché favorire i comuni di riferimento dell’area. Ma attraverso la cultura e le arti il circolo Ruaviva attiva il centro storico del paese. Giovani che nonostante le diverse strade intraprese, chi nella provincia stessa e chi in giro per l’Italia, si riuniscono nel restauro delle relazioni con il territorio. Insieme, tra luglio e agosto, abbiamo lavorato sulla documentazione teorica e visiva del territorio e alla realizzazione di un’installazione site-specific. L’opera è una tenda anti-mosche realizzata con perline di terra cruda locale, (argille di vari colori) terra recuperata da alcuni vecchi carotaggi donataci dal Geologo Angelo Monaco. Insieme, anche in questo caso, abbiamo sperimentato un laboratorio all’aperto, a piazza Garibaldi, per infilare perline di terra componendo la tenda, simbolo dei piccoli paesi. L’evento ha visto la partecipazione di grandi e bambini, una partecipazione casuale mossa anche solo dalla curiosità. Ho visto formarsi uno scambio intergenerazionale, tra racconti sulle memorie del paese di persone andate via e di chi è rimasto. 

Questi due eventi, accaduti a Pietraroja e a San Bartolomeo in Galdo, possono essere letti come vere e proprie pratiche di cura verso luoghi che solitamente sono protagonisti di convegni e dibattiti o di reportage visivi in cui si mette in evidenza la bellezza paesaggistica, come cioccolatini deliziosi da vendere e assaggiare. Il territorio ha assistito a un riemergere della cooperazione, a tentativi di ricostruzione di un senso di comunità in un periodo storico segnato da una crescente individualizzazione dei paesi, sempre meno comunitaria e sempre più frammentata. Il deterioramento del tessuto sociale, causato dallo spopolamento, dall’invecchiamento della popolazione, dalla mancanza di lavoro e di prospettive future, ha indebolito il desiderio stesso di stare insieme e di immaginare un “noi”. Eppure, questi due esempi dimostrano che esiste ancora una volontà di co-creare, soprattutto attraverso pratiche semplici. A Pietraroja i pastori hanno portato alla luce fragilità legate a un mestiere in via di scomparsa; le donne hanno ritrovato il piacere di ricamare insieme. A San Bartolomeo in Galdo, invece, sono i giovani a farsi in quattro, attivando pratiche orientate alla riappropriazione del paese, dimostrando come l’impegno dal basso possa ancora generare movimento. Il mio progetto non si pone come una soluzione, né come un’affermazione secondo cui l’arte possa salvare i paesi. È un punto di domanda. Forse, dopo anni di sperimentazioni politiche, strategie calate dall’alto, artwashing e processi di cosiddetta “rivalorizzazione” – termine che sento distante – la ricerca artistica attraverso la pratica può essere uno strumento utile per apportare quella giusta sensibilità di cui questi territori hanno bisogno. Una sensibilità capace di generare uno sguardo diverso, più attento, più delicato, in continuità con le ricerche che interrogano l’arte come pratica relazionale e processuale. Probabilmente “L’arte è il miglior strumento per la lotta” come dice l’artista curda Zehra Doğan. Attraversare questi territori, ancora oggi casi studio, che, se guardati da fuori, possono apparire aspri e silenziosi, ma che, se attraversati e abitati, accolgono, proteggono e incantano, mi ha fatto comprendere quanto sia urgente tornare a credere nello stare insieme come pratica politica. C’è bisogno di concretezza. Di costruire nel tempo, sui tempi lenti della relazione. La rigenerazione ha bisogno di durata, di continuità, e la lentezza, in questo senso, non è un ostacolo ma un’alleata. Queste esperienze hanno evidenziato come pratiche semplici e condivise possano trasformare gli spazi comuni, i paesi, generare comunità e attivare il paesaggio, spostandolo da oggetto di mera contemplazione a scenografia di azione politica.

Ciò che nasce dal basso, dalla reale volontà delle comunità, è forse un punto da cui iniziare per tornare a credere in un futuro possibile.

Riferimenti Bibliografici

Irene Macalli, L’arte come riscatto sociale nei piccoli Comuni, Giacovelli Editore, 2025.

Linda Candy, Ernest Edmonds, Interacting: Art, Research and the Creative Practitioner, Faringdon, UK, Libri Publications Ltd, 2011.

Silvia Ciccarelli, Processi socio-economici e fattori di degrado del suolo nell’Alto Fortore, Sapienza Università di Roma, Dipartimento MEMOTEF, 2012.

Emma Campbell, Ronnie Donaldson, All in the mix: neighbourhood aesthetics, artwashing, and gentrification in Salt River, «Journal of Housing and the Built Environment», 2025.

Erin McIntosh, An Examination of Artwashing in Changing Urban Communities. Who is to blame for artwashing and how can artists minimise their contribution to gentrification?, University of Lincoln, 2021.

Zehra Doğan, “Art is the best instrument for the struggle”, intervista di Ai Weiwei, pubblicata da KEDISTAN, 15 marzo 2019, https://www.kedistan.net/2019/03/15/zehra-dogan-ai-weiwei-art-best-struggle/

Viviana Gravano, Paesaggi attivi. Saggio contro la contemplazione. Milano, Mimesis Edizioni, 2012.

Irene Macalli (1999, Sant’Agata de’ Goti) è artista e PhD student in Art, Music, Science, Territory and Community presso ABANA. La sua ricerca si sviluppa nelle aree rurali attraverso progetti partecipativi con le comunità locali. È ideatrice del progetto L’arte come riscatto sociale nei piccoli comuni (Giacovelli Editore, 2025), da cui è nata la mostra Archivio rurale. Un muro di terra (Capnapoliest, Napoli, 2025). Nel 2025 è stata in residenza presso Artist in Residence Munich. Ha ricevuto il Premio Generazione 2023 ad Art Days Napoli–Campania e ha studiato alla MSGSU di Istanbul.

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