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- 03. PAESAGGI
Riflessioni sul paesaggio industriale nel cinema italiano
- Aurora Santacroce
L’articolo presenta una riflessione sulla rappresentazione del paesaggio industriale nel cinema italiano analizzando il lavoro di autori conosciuti e studiati come Antonioni fino ad autori più contemporanei.
Cos’è un paesaggio? Questa è una delle prime domande che pone Sandro Bernardi, studioso di cinema, nel suo libro “Il paesaggio nel cinema italiano”. Non è una domanda banale perché apre su un mare di possibilità e di questioni legate allo sguardo, l’arte e al modo in cui l’uomo entra in contatto con la natura. L’etimologia della parola “paesaggio” è legata alla pittura e questo genere d’arte figurativa richiede uno sguardo che si focalizzi su una porzione particolare della realtà e la faccia diventare qualcosa di umano e conoscibile ai nostri occhi. A riguardo potremmo citare il concetto di Stimmung del filosofo Georg Simmel per cui il paesaggio, prima di tutto, non è natura ed è legato all’individualità perché soggetto a uno sguardo e moto dell’anima mutevole.
Se già l’esperienza del paesaggio è una mediazione che non ci permette di esperire la natura stessa, cosa succede quando interveniamo sulla realtà e poi la riportiamo in un film, fotografia o quadro? Il paesaggio industriale rompe completamente con il creato ed è associato al lavoro in fabbrica e alla fatica. Per quanto il paesaggio industriale ci mostri l’ultima scintilla di un capriccio del mercato è così riconoscibile nella nostra cultura visuale che perde delle sue qualità pratiche e legate al lavoro e diventa sinonimo di qualcosa sospeso nel tempo, liminale e spettrale. Molte strutture, appena viene meno la loro funzione, rimangono lì in attesa di un futuro che nessuno conosce. Per la studiosa Francesca Conchieri bisognerebbe creare delle mappe dei siti industriali perché è assurdo che si perda facilmente anche la memoria di zone in cui prima si lavorava e si viveva per otto ore il giorno e più. E l’impossibilità di vivere questi luoghi, vuoti e privi di funzione, li rende paesaggio in men che non si dica.
“Oggi ragionare sul paesaggio industriale, ingombro di luoghi vuoti, significa anche e soprattutto ragionare sull’indisponibile, sulla sottrazione di spazio al presente, buchi d’inesistenza in un tessuto urbanistico.”
Basti pensare anche al fenomeno degli ecomostri esempio perfetto per il concetto che Conchieri esprime: casi di strutture mai finite o che hanno avuto una vita davvero breve modificando il paesaggio naturale.

Diversi autori in Italia si sono affacciati allo studio e riflessioni sul paesaggio, dai documentari etnografici alle vedute di Ossessione, primo film di Luchino Visconti. Bernardi si focalizza sul cinema di Michelangelo Antonioni per riflettere su quest’ argomento e riprende tutta la filmografia per arrivare agli ultimi film di cui Deserto rosso e Blow up presentano riflessioni interessanti. Elemento fondamentale del paesaggio industriale è il suo colore uniforme che fa perdere di densità tutto ciò che c’è intorno. Il colore è fondamentale per descrivere le cose ed è proprio questo il concetto che esprime Antonioni in questa opera.
I colori in Deserto rosso diventano prerogativa della fabbrica e del mondo artificiale, ciò che è al di fuori di questa realtà è smorto e pallido. Il deserto rosso è considerato uno dei film più sperimentali del regista, soprattutto per la ricerca sul colore. La fotografia del film è stata premiata ai Nastri d’argento e per il regista “il film è nato a colori e siamo circondati sempre più da oggetti colorati, la plastica che è un elemento molto moderno è a colori, (…) la gente si sta accorgendo che la realtà è a colori.”
Con questo film Antonioni vuole rimarcare sul fascino della nuova realtà: in un’inquadratura ai pini ormai secchi e morti si sostituisce il nuovo paesaggio metallico. “Dall’esperienza vissuta all’improvvisa esplosione della nuova realtà artificiale” dichiara Bernardi e i colori delle scene della fabbrica ricordano molto le illustrazioni degli spazi liminali che appaiono sul web. Foto, illustrazioni o immagini create anche con l’intelligenza artificiale che presentano colori pop e fluo in luoghi di passaggio. Corridoi, parchi giochi o parcheggi abbandonati che generano paura e nostalgia e ci riportano in un tempo che non è mai esistito, ma che ha qualcosa di familiare.
Spazi e paesaggi virtuali che spesso non contengono umanità, ma sono segnati dal passaggio umano data l’artificialità. Come i personaggi di Antonioni che si muovono in «uno spazio virtuale» e ne rimangono esterni e alienati noi guardiamo queste immagini su internet create da noi ma che sembrano, in qualche modo, ostili all’uomo.
Poi, arrivando ai giorni nostri, nel cinema di finzione contemporaneo ci sono diversi autori che si focalizzano sul paesaggio. Matteo Garrone ormai ha creato una vera e propria narrazione visiva del litorale laziale e di quello campano in cui le zone naturali, come le spiagge, si confondono con brutture industriali costruite in questi territori. Il tutto con una “stravaganza del fiabesco” così detta dalla studiosa Nausicaa Tucci che ci riporta alle parole di Conchieri; il paesaggio industriale perde di utilità e diventa fantasmatico. Potremmo citare anche il lavoro eco-femminista di Alice Rohrwacker che, nel suo primo film Corpo celeste (2011), combina eco-femminismo e una riflessione sul paesaggio calabrese cittadino in cui la storia di formazione della piccola protagonista si svolge.
Nel panorama italiano bisogna citare anche Francesco Sossai che nell’ultimo periodo ha raggiunto successo con Le città di pianura, film presentato a Cannes nel 2025. Sossai è rimasto in sordina per tantissimo tempo, prima del suo ultimo film ha presentato anche un cortometraggio e un primo lungometraggio ambientati sempre in Veneto. Lo studioso di cinema Roberto de Gaetano divide il paesaggio italiano in tre zone con apparati diversi e del Nord afferma che “Il Nord Italia è segnato dal colorismo, dove la sensazione vibratoria ed intensiva del colore subentra alla formatività visiva del paesaggio”. Ciò che afferma de Gaetano è inerente ai colori del Le città di Pianura.
Un film che racconta il viaggio on the road di due amici che incontrano un giovane fuorisede universitario a Venezia (Filippo Scotti) e lo portano con sé per il Veneto. Attraverso lo sguardo dei personaggi vediamo la regione cambiare e modificarsi, dalla montagna si passa al mare di Venezia, attraverso l’aeroporto e le autostrade. In un momento del film i due protagonisti si perdono nei ricordi della loro vita lavorativa e di quelle aziende e fabbriche che sono il centro della vita delle persone nelle zone in cui provengono.
Nel film di Sossai nessuna zona della regione è uguale all’altra, il paesaggio cambia continuamente e mostra la rovina del mondo industriale, lo stesso mondo che ha masticato e gettato via i personaggi che ora si ritrovano a vagare in un limbo continuo, restituito da una Venezia che nel film è irriconoscibile, tutta solo nebbia e acqua.

In conclusione in tutte queste opere il paesaggio dei nostri tempi piega la natura e accompagna i personaggi in un mondo che spesso non riconoscono, che cambia continuamente e che non sembra più accoglierli. Un mondo mutato dal capitale e dalla mano umana in cui, fortunatamente, c’è qualcosa a riconnetterli con la vita: il rapporto con gli altri e l’immersione in un mondo nascosto che va scoperto dalle macerie.
Bibliografia
BERNARDI SANDRO, Il paesaggio nel cinema italiano, Bologna, Marsilio 2002
CONCHIERI FRANCESCA, Paesaggio industriale. Tutte le declinazioni dell’assenza, Interventi educativi. Conversazioni sulla cura., Settembre 2016
DE GAETANO ROBERTO, DOTTORINI DANIELE, NAUSICAA TUCCI, Il paesaggio degli autori, Cosenza, Luigi Pellegrini editore, 2023.
Aurora Santacroce (Napoli, 2000) studia a Napoli e si interessa di cinema sperimentale, cultura pop e studi visuali. Ha partecipato come volontaria per diversi festival e rassegne e scrive per Odg Magazine.
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