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- 03. PAESAGGI
Soggetti di desiderio
- Alessia Dulbecco
Una riflessione femminista tra sicurezza, disagio e possibilità relazionali
“Se una donna vuole scrivere un romanzo deve avere dei soldi e una stanza tutta per sé” (Woolf, 2020) appuntava Virginia Woolf nel 1929, mettendo per la prima volta nero su bianco la necessità di un luogo – materiale e simbolico – in cui il soggetto femminile potesse pensare, creare, esistere fuori dagli spazi dominati dalle reti di relazioni imposte, piegati alle contingenze domestiche e agli sguardi altrui. Ma quella stanza, come ricorda Giulia Siviero in Fare femminismo, non è mai stata davvero solo individuale: già nel Seicento, la Marchesa di Rambouillet apriva il suo salotto parigino, la “chambre blu”, a gruppi di donne intellettuali che si chiamavano tra loro Le preziose, impegnate a immaginare e praticare “una socialità differente (…) in cui ciò che conta non sono potere, patrimonio e armi ma finezza di spirito, pensiero e comportamento” (Siviero, 2024). Appena un secolo più tardi, sempre in Francia, accade qualcosa di ancora più rivoluzionario: le tricoteuses, sedute ai margini della rivoluzione francese con i ferri da maglia in mano, occupano lo spazio pubblico con il proprio corpo, trasformando la loro presenza impensata in segno politico.
Dalla stanza individuale allo spazio collettivo
Sono passati secoli dalle esperienze citate da Siviero, eppure la presenza nello spazio pubblico di persone socializzate al genere femminile – condizione che oggi, in una prospettiva intersezionale, si intreccia ad altre caratteristiche afferenti ad esempio il corpo, la disabilità, l’etnia, l’identità e/o l’orientamento sessuale – resta una questione tutt’altro che risolta. Ancora oggi, molti luoghi continuano a essere strutturalmente ostili: disegnati, normati e abitati secondo una logica che esclude o marginalizza chi non corrisponde a una soggettività maschile, bianca e abile, presentata come “neutra”. L’accento sulla sicurezza, che si è imposto con forza negli ultimi decenni attraverso retoriche neoliberali, non ha migliorato la situazione: piuttosto che produrre spazi più aperti, ha moltiplicato i dispositivi di controllo, sorveglianza e isolamento.
Quel concetto di sicurezza, pensato per rispondere ai bisogni del soggetto dominante, si rivela inadeguato – se non addirittura dannoso – per chi abita il mondo in condizioni strutturalmente altre. Come scrive ancora Siviero, “la politica delle donne è radicalmente altra rispetto alla politica intesa come governo dell’esistente: non è uno spazio in cui si condiziona la libertà ma uno spazio in cui ci si prende cura delle condizioni perché la libertà ci sia” (ibid.). L’invocazione di protezione finisce allora per tradursi in un sistema di esclusione, in cui è chi detiene già il potere a stabilire cosa è pericoloso e cosa no.
Secondo quanto suggerisce Giada Bonu Rosenkranz in Ci muove il desiderio, ciò accade anche perché la sicurezza neoliberale opera una rimozione sistematica delle emozioni: le espelle, le disinnesca, le legge come ostacoli all’efficienza e al controllo. Le politiche femministe, al contrario, ci insegnano a rimettere al centro proprio le emozioni – come dimensioni conoscitive, relazionali, trasformative – e a riconoscere che la libertà non si fonda sull’immunità dal rischio, ma sulla possibilità di abitare il conflitto con strumenti condivisi.
In questo quadro anche il concetto di safe space va ripensato criticamente. Nato come strumento di autodifesa e protezione per soggettività marginalizzate, si è spesso trasformato in uno spazio iper-regolato, chiuso, dove la logica della sicurezza finisce per coincidere con quella del controllo. La ricerca di un luogo “sicuro” si traduce allora nella costruzione di ambienti in cui tutto ciò che può generare attrito, ambiguità o metterci in una posizione scomoda viene neutralizzato: il conflitto viene rimosso, il dissenso evitato, il rischio bandito.
L’analisi compiuta da Bonu Rosenkranz mostra come nei luoghi in cui si fa femminismo sia in corso un cambio di paradigma funzionale a renderli non tanto spazi safe, quanto spazi safer. Non luoghi protetti una volta per tutte, ma ambienti in cui le regole si discutono, si ridefiniscono, si contrattano costantemente. Ambienti in cui la protezione non derivi da un sistema fisso di norme ma dalla disponibilità a confrontarsi, ad ascoltare, a trovare accordi sempre parziali e mai garantiti. In questo senso, il desiderio non è più qualcosa da sorvegliare, ma da riabilitare come forza relazionale e politica. Desiderare non significa invadere, possedere, imporre, ma entrare in relazione con l’altro da sé, assumendone la presenza, l’opacità, la possibilità di una postura ambigua e incerta. Spazi safer sono quelli che non escludono la possibilità del disagio, ma cercano di renderlo attraversabile, condiviso, consensuale.
Come ricorda la studiosa Manon Garcia, “consenso”, prima di essere parola affettiva o femminista, è un concetto giuridico. Il termine “compare ampiamente nel codice civile, ma non è definito con esattezza (…); può riferirsi alla manifestazione di una volontà (qualcuno vuole qualcosa) o all’accordo tra due volontà, come accade con la firma di un contratto” (Garcia, 2022). A partire dal XVII secolo, viene utilizzato in ambito politico per spiegare perché si obbedisca alle leggi di un Paese. Garcia riflette sulla polisemia intrinseca al concetto per arrivare a delineare il suo uso all’interno delle relazioni intime. Nel diritto penale, diventa criterio per distinguere un rapporto sessuale legittimo da una violenza: se in una fase iniziale ciò che conta è se la persona ha espresso chiaramente il proprio rifiuto a determinate pratiche, solo successivamente l’enfasi si colloca sull’assenso esplicito. A fare da ponte tra diritto e desiderio sono state – forse non a caso – le pratiche erotiche kinky, ambito in cui il consenso è diventato qualcosa di più che una semplice autorizzazione: una metodologia, un processo, una condizione per abitare insieme l’ambiguità, l’intensità, il rischio della relazione sessuale che si esplicita in modo alternativo rispetto ai canoni generalmente imposti. Solo in un secondo momento, anche grazie alle elaborazioni femministe, questa nozione si è estesa alle relazioni affettive in senso ampio, trasformandosi in lente per leggere il potere e il desiderio da cui sono attraversate.
Consenso come pratica politica
Se il consenso, nelle relazioni intime, non è una formula ma un processo – continuo, situato, contrattabile – allora dovrebbe poter aspirare a esserlo anche nelle relazioni sociali: una pratica di ascolto e ridefinizione reciproca, che tenga conto delle asimmetrie, delle condizioni materiali, dei desideri e delle emozioni che si dimenano nei luoghi che attraversiamo.
Pensare il consenso in termini collettivi significa immaginare spazi in cui la convivenza non sia garantita da regole fisse o neutralità presunte, ma costruita attraverso accordi imperfetti, rinegoziabili, contestuali. Significa anche riconoscere che il conflitto non è un’anomalia da gestire, ma una componente inevitabile della relazione – e che proprio per questo serve imparare a restarci dentro. In questa prospettiva, il consenso non riguarda soltanto ciò che succede tra due persone, ma può diventare un metodo per progettare spazi safer, per costruire comunità porose, per abitare insieme il dissenso senza ricadere nella logica binaria della protezione vs. punizione.
Rendere gli spazi safer non è semplice, né definitivo. In questo scenario complesso, non sono solo i femminismi stanno tentando di tratteggiare delle traiettorie possibili. Anche il teatro, con la sua natura ibrida e incarnata, può offrirci alcune indicazioni preziose. There is no safe space è il claim con cui I Grandi Magazzini Criminali – progetto artistico di Giorgiomaria Cornelio, Danilo Maglio e Giulia Pigliapoco – presentano il loro lavoro Ogni creatura è un popolo. In scena danno vita a uno spazio che non intende proteggere, ma che si offre come campo di esposizione, tensione, contatto per chi lo attraversa. Qui il rischio non è evitato, ma condiviso; la scomodità accolta come parte del processo creativo. Una pratica che risuona con molte delle traiettorie femministe osservate da Bonu Rosenkranz: creare luoghi in cui la vulnerabilità non sia debolezza da correggere, ma condizione da cui partire per costruire relazioni più consapevoli, più aperte alle emozioni, più reali. Perché non esistono spazi veramente sicuri. Ma esistono spazi che si possono rendere più abitabili.
Fonti citate:
M. Garcia, Di cosa parliamo quando parliamo di consenso, Einaudi, Torino, 2022
G. Bonu Rosenkranz, Ci muove il desiderio. Una storia di femminismi e spazi inclusivi, Meltemi, Milano, 2025
G. Siviero, Fare femminismo, Nottetempo, Milano, 2024
V. Woolf, Una stanza tutta per sé, Garzanti, Milano, 2020, consultato in formato kindle
Alessia Dulbecco (1985) è una pedagogista, formatrice e scrittrice specializzata in ambito DE&I (diversity, equity, inclusion). Dopo un decennio di attività all’interno di Centri Antiviolenza in Liguria e Toscana, è attualmente freelance e si occupa di condurre formazioni, consulenze e laboratori all’interno di scuole, aziende e associazioni finalizzate a contrastare stereotipi di genere e discriminazioni. I suoi articoli appaiono su The italian review, L’Indiscreto, il Tascabile, The vision, thePeriod e altre testate culturali. Nel 2023 ha pubblicato Si è sempre fatto così! Spunti per una pedagogia di genere e nel 2025 Il piacere sovversivo. Breve storia della masturbazione, sempre con Edizioni Tlon.
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