Un paesaggio da cartolina

Eppure, all’origine la questione riguardava solo delle semplici cartoline. 

Durante il conflitto franco prussiano del 1870, un plico di cartoncini stampati solo da un lato veniva consegnato ai ragazzi in partenza per il fronte perché potessero comunicare con le loro famiglie. La prima grande diffusione di immagini del paesaggio non ha a che fare né con il turismo, né con la pubblicità. Ha a che fare invece con la necessità di dire: “sono qui e sono ancora vivo”1.

Per tanto tempo le immagini del paesaggio sono servite a questo, a fare da sfondo alla vita umana, alle sue battaglie, ai suoi viaggi, alle sue villeggiature, alle sue partenze e ai suoi ritorni. Opportunamente affrancate e spedite le cartoline erano l’espressione di un’idea del paesaggio inteso e percepito come la forma visibile della superficie terrestre su cui collocare la vita. Un tabellone su cui muovere le pedine. 

L’evoluzione degli studi sul paesaggio, tuttavia, negli anni ha prodotto una visione molto più complessa dello scenario terrestre e si è passati da un approccio puramente estetico e geografico ad una visione interdisciplinare che coinvolge architettura, ecologia, arte, filosofia, sociologia e antropologia. Il paesaggio è divenuto così un costrutto culturale, frutto dell’interazione costante tra uomo e ambiente. In questa prospettiva il geografo e filosofo francese Augustin Berque qualche anno fa scriveva: “Le paysage n’est pas un objet, c’est une relation” ossia “Il paesaggio non è un oggetto, è una relazione.”2 Ciò vuol dire che bisogna pensare ai luoghi non come a delle entità oggettive, ma come a delle “mediazioni” tra l’ambiente fisico e la dimensione culturale dell’essere umano. 

Tuttavia, nonostante questo approfondimento del pensiero antropologico e geografico, l’idea del paesaggio come scenario di fondo dell’esperienza di vita non solo non è scomparsa, ma si è notevolmente evoluta e radicalizzata nella comunicazione e nella percezione contemporanea proprio attraverso il sistema delle immagini. 

Nella condivisione rapidissima resa possibile dai social media e dalle tecnologie digitali si sono definite nuove tipologie di “cartoline”, più efficaci e pervasive dal punto di vista visuale, in cui il paesaggio è trasformato in un’immagine simbolicamente elaborata, il più delle volte costruita e filtrata attraverso estetiche globali e codici visivi uniformati. 

La popolarità dei paesaggi su Instagram si fonda su alcuni fattori di natura comunicativa e persuasiva: l’espressività visiva, la capacità di generare immagini iconiche e soprattutto la possibilità di suggerire esperienze uniche e desiderabili. Quello che conta è il dettaglio, non certamente il contesto e la sua complessità. Sotto hashtag estremamente vaghi come #landscape – che conta oltre 100 milioni di post – #naturelovers – oltre 80 milioni di post e #earthpix, usato soprattutto per taggare paesaggi spettacolari, è possibile ritrovare indistintamente cascate, spiagge e coste scenografiche, laghi alpini, foreste o spazi boschivi.

Piattaforme come Instagram, TikTok e Pinterest tendono ad enfatizzare l’eccezionalità, la bellezza scenica, la simmetria e il senso di evasione. Paesaggi remoti, rurali o naturali vengono resi “instagrammabili”, trasformati in icone visive che rispondono a standard estetici globali, mentre i luoghi diventano sfondi per narrazioni personali o commerciali, perdendo così la loro dimensione reale e complessa, fatta di tempo, storia, clima e cultura.

Non si chiamano più cartoline, ma “frame”.

Spetta a Mieke Bal e ai suoi lavori che coniugano studi culturali, narratologia, semiotica e teoria dell’immagine, l’elaborazione del concetto di framing, traducibile con “inquadramento” o “incorniciatura”, per spiegare le modalità di lettura di oggetti culturali quali sono appunto le immagini del paesaggio. 

Di fronte a questi scenari mozzafiato, esotici e bellissimi, il soggetto “mette in gioco tutte le sue idiosincrasie, la sua storia personale, il suo essere situato in un dato momento esistenziale, finendo per produrre un senso che non è in alcun modo riconducibile all’interpretazione storiografica tradizionale, la quale aspira invece a contestualizzare l’oggetto nell’ambito culturale originario”3.

Nei social media, accade cioè che la condivisione delle immagini del paesaggio diventi uno strumento potente di comunicazione visiva di natura soprattutto identitaria ed emotiva. E così fotografato, filtrato e condiviso, il paesaggio non è più l’oggetto da osservare, conoscere e comprendere, non è il vero oggetto della narrazione. Diventa invece un contenuto costruito e performato spesso per raccontare una versione idealizzata della propria esperienza o del proprio stile di vita. 

Il rischio di un tale uso delle immagini del paesaggio però non è solo l’appiattimento visivo, ma soprattutto l’impoverimento culturale e critico poiché “l’act of framing” toglie ai luoghi profondità, identità e contesto. Perché, per quanto lo si voglia appiattire in un’immagine, quello intorno a noi non è una cartolina, non è un’immagine statica, perpetuamente stabile in un formato A6 di 105×148 mm. È invece un sistema complesso in cui ogni elemento, fisico o antropico che sia, ha un valore e un senso specifico. Una realtà stratificata composta da segni, relazioni storiche e identitarie e pratiche culturali. 

Per questo occorre tornare a “riguardare” i luoghi nel senso più ampio del termine: guardarli con nuove competenze sociali e culturali e allo stesso tempo avere riguardo della loro reale identità

Ogni immagine del paesaggio non è mai neutra. Propone sempre, invece, una presa di posizione rispetto al mondo che ci circonda. Ed è per questo che occorre imparare a riconoscerne l’obiettivo sotteso che sia esso comunicativo, contemplativo, critico, identitario o consumistico. Ciò significa relazionarsi con le immagini andando oltre il semplice “mi piace” per chiedersi il “perché”: qual è il punto di vista dell’autore? Chi sta guardando? Cosa chiede quell’immagine all’osservatore?

Si scoprirà facilmente che dietro queste semplici cartoline vi sono a volte logiche di potere, culturale o economico, a volte motivazioni etiche e politiche, a volte sottili strategie di marketing. Le spiagge o le coste scenografiche possono essere infatti funzionali alla promozione turistica o al branding personale e in questo caso il paesaggio, al pari di qualunque merce, è una sorta di “location” più che un “territorio”. Le cascate o i laghi alpini posso essere proposti come puri oggetti da ammirare, delle belle immagini da sfondo di ios, scollegate del tutto dal significato ecologico, sociale o culturale. 

Ma allo stesso l’immagine di un paesino assolato può essere un modo contemporaneo per esprimere una relazione affettiva con un luogo in cui ci si riconosce. In questo senso, allora l’immagine diventa un gesto di appartenenza, una relazione con lo spazio che mette in atto esattamente quell’idea di paesaggio come relazione di cui parla Berque. 

Ha ragione dunque Franco Arminio, il poeta che ama definirsi “paesologo” quando scrive:

“un amico mi dice che è tempo di alzare lo sguardo verso altri luoghi.
non obbedisco
resto qui e lo abbasso sempre di più verso la terra.”

Perché forse il paesaggio, vissuto e non semplicemente fotografato, nella virtualità del mondo, resta l’unica cosa che ci permette ancora dire “sono qui e sono vivo”.

  1. Riccardo Falcinelli, Critica Portatile al Visual Design. Da Gutenberg ai social network, Einaudi, Torino 2014;
  2.  Augustin Berque, Écoumène. Introduction à l’étude des milieux humains, Belin, Paris 2000;
  3. Andrea Pinotti e Antonio Somaini, Cultura visuale. Immagini, sguardi, media, dispositivi, Einaudi, Torino 2016, p. 228.

Loredana La Fortuna ha conseguito un dottorato di ricerca in Teoria del linguaggio e scienze dei segni. Collabora con l’Università degli Studi di Bari e con il Politecnico di Bari, cura la rubrica “Oggetti parlanti” sul mensile “Home!” e scrive di libri di design su “Exlibris 20”.
Le sue ricerche sono analisi critiche dei fenomeni di moda e design in una prospettiva vicina alla sociosemiotica e agli studi culturali. Tra i suoi libri, La cucina di design (2016), È una questione di design (2023) e Sotto il segno della Puglia. Tra simboli e design (2025).

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